Colazione tra le righe

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Le nostre inviate tra i fornelli, con le proposte di Marika Lombardi, scaturite da un misto tra memoria e innovazione.

Le proposte sono accompagnate dal racconto di Serena Menghi e dallo scatto di Denise Biondi.

Distesi sul prato, in vesti di spettatori senza biglietto, mescolare l’entusiasmo all’attesa. Lo spettacolo sta per cominciare, fare silenzio.

Il sipario bianco si divide in due parti e sul palco un uomo e una donna ballano un valzer. Lento. Lei, imbevuta di eleganza, volteggia del suo abito nero mentre lui, in uno smoking di latte, la accompagna per la pista. L’orchestra intona i loro passi così come l’uomo adatta le sue note alla vita.

Ed è giorno ed è notte, una piroetta e stop. Si fermano una di fronte all’altro facendo l’inchino. Le luci di scena si abbassano; c’è silenzio ed ecco, sul palco, l’eclisse.

Per tutte le volte in cui sono caduta a terra e ti sei seduta accanto a me. Per quelle volte in cui mi hai lasciata andare, fare, sbagliare.
Per essere una guerriera senza chiedere medaglia. Per avermi ricordato chi sono, quando pensavo di averlo dimenticato.
Per insegnarmi ogni giorno cos’è una donna. Per mille di queste volte Mamma, grazie. Sei la rosa di maggio, nei deserti del mio cammino.

Aspettare che il primo sole all’alba riscaldi la sabbia al punto giusto. Fare un miscuglio di protezione solare, acqua marina e brezza di maggio: poi aggiungere piano piano la pelle, bianca come il latte, e lasciarsi coccolare dal silenzio.

Perdersi seguendo le impronte impresse sulla sabbia, salutare a naso in su il sole da dietro il vetro degli occhiali e dare forma così alla giornata perfetta. Cotti al punto giusto, col tramonto alle spalle e l’estate tra i capelli, raggiungere presto casa e rinfrescarsi le idee con un bagno tiepido.

Uscire a fare un passeggiata, dopo il meritato riposo, con un po’ di trucco e un profumo di fresco. Vestirsi di panna, per dare risalto alla pelle che, finalmente, panna più non è.

Sciogliere i malumori di una settimana terribile e scendere in cucina, dopo un bel bagno caldo. Mescolare panni da stirare e faccende da sbrigare con olio di gomito e fretta q.b. Infornare la cena, che da sola non si prepara, e poi aggiungerla alla lista.

Curare con amore qualche ginocchio sbucciato, un bel voto mancato o un cuore che duole. Buttare dentro una litigata al telefono col marito e qualche schiamazzo dei bambini. Arrivare a sera, esausta e finalmente sedersi.

L’impasto è riunito: guardarlo mentre gioca, mentre legge il giornale sul divano, mentre ti abbraccia e ti racconta la sua giornata. Dimenticarsi della fatica e rendersi conto che niente è come casa.

L’anima e il corpo
estranei
aggrovigliati
bisticciano
poi partono
per il noto viaggio
nel ventre della vita.

Con guanti e stivali al ginocchio salutare il sole, lasciando che scaldi il mondo ancora per un po’, dopo una pioggia di primavera. Vangare la terra per renderla friabile e lasciarla cuocere fin quando le nuvole non decideranno di spegnere il fornello.

Passare poi alla semina, con mano dolce ma decisa. Aggiungere qualche raggio di sole e due bicchieri di grandine, senza timore, perché quel che si coltiva con amore riesce sempre a regalare il suo frutto.

Rimboccare le maniche e mettersi il grembiule. Fare un impasto con poca acqua, simpatia e lievito. Aggiungere poi fiducia e responsabilità con un po’ di scorza di testardaggine, per rendere il tutto più interessante (senza esagerare). Buttare dentro protezione, pazienza, determinazione e bellezza a piacere.

Mescolare tutto insieme, aggiungendo per ultimo lo sguardo. Si potrebbe dividere il composto in più parti, ma è sempre meglio tenerlo tutto per sé. Restare a guardarlo prendere forma per qualche istante e poi riporlo in forno perché sia caloroso al punto giusto. A questo punto sfornare il marito perfetto e riempirlo di dolcezza.

Riempire per metà un recipiente con giornate faticose e sogni storti, e aggiungere un’abbondante quantità di pensieri positivi per addolcirne l’essenza.

Impastare il tutto insieme al lievito e alla forza interiore, aggiungendo mano a mano un bicchiere di speranza; poi far riposare l’animo.

A questo punto dare forma al fioretto e guardarlo crescere, sul tavolo e dentro di sé. Nel frattempo uscire a comprare dei fiori, per ingannare l’attesa, e al ritorno infornare il fioretto con una spennellata di preghiere del mattino.

Sedersi sul divano ad aspettare, insieme alla primavera, una nuova rinascita.

Alzarsi di buon umore e uscire a fare la spesa, prima che tutti gli altri si sveglino. Al ritorno aprire un poco la finestra in modo da far entrare la luce, quanto basta per dorare le pareti.

Mettersi il grembiule e un sorriso sincero e poi iniziare a fare la sfoglia. Prendere farina, olio di gomito e novità: impastare, aggiungendo mano a mano lo zucchero con un bel bicchiere di modernità.

Quando il nuovo avrà trovato la giusta consistenza stendere il tutto sul tagliere e dare forma al futuro. Al centro di ogni progetto porre un cucchiaio di marmellata dei tempi che furono, così che ogni morso di progresso abbia nel cuore le sue origini.

La nonna racconta che da sempre sa fare le magie. Voi che dite, sarà vero?

Con i baffi tinti del latte del mattino guardarla, dall’angolo del tavolo, infornare un pasticcio di ricordi passati. Il profumo canta della guerra e di quel che, andando, questa si è portata via. C’è odore di campo risorto, di fatica e voglia di vivere.

Aprire il forno e anche gli occhi: magia! Ed è così che una volta, dal niente, si creava tutto.