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Don Lino Mancini sulla Liberazione di Cesena. "Ai giovani dico: non si può stare fuori dalla politica"

"Ritengo che la fede cristiana mi abbia reso radicalmente libero da ideologie, partiti, schemi e schieramenti e che mi abbia permesso di giudicare queste realtà alla luce di un criterio quasi assoluto: questo criterio è l’uomo", disse tra l'altro nel 1992 il sacerdote nel suo lungo intervento al palazzo del Ridotto

Foto d'archivio

In occasione del 77esimo anniversario della liberazione di Cesena da parte delle truppe alleate che ricorre oggi, pubblichiamo l'intervento svolto da don Lino Mancini al palazzo del Ridotto il 20 ottobre 1992.

La capacità di analisi di quanto accadde in quei giorni mantiene inalterato il valore di un giudizio espresso da chi aveva ben chiaro quanto accaduto e aveva vissuto sulla propria pelle quegli anni difficili e tormentati. Lo stesso don Lino era presente in piazza Venezia, a Roma, quando Benito Mussolini annunciò l'entrata in guerra del nostro Paese. 

Subito dopo l'entrata in guerra dell'Italia, don Lino aveva fatto domanda per poter partire per il fronte come cappellano militare. La sua richiesta venne bloccata del vescovo Beniamino Socche che gli disse: "Sono stato io a bloccare la tua domanda perché non voglio che tu muoia giovane". 

Di seguito il testo pronunciato da don Lino ricavato dal volume "Don Lino Mancini - Conferenze" a cura di Walter Amaducci e Marino Mengozzi - Stilgraf - Cesena - 2014.

A 48 ANNI DALLA LIBERAZIONE DI CESENA (20 OTTOBRE 1944)

(Cesena, Palazzo del Ridotto, 20 ottobre 1992)

 

Sono il parroco di San Domenico di Cesena, 12° figlio di un fabbro-meccanico e di una casalinga, grato ai propri genitori di averlo educato a due certezze fondamentali: la certezza della fede cristiana e la certezza del valore della libertà, con l’istintivo rifiuto di ogni dittatura di destra o di sinistra, chiara o camuffata.

Sono diventato prete il 3 febbraio 1940 a Roma. Cinque mesi dopo, l’Italia entrava in guerra.

Io mi trovavo a Roma proprio il 10 giugno del 1940; anzi mi trovavo esattamente in P.zza Venezia, vicino ad un bar che faceva angolo fra la P.zza Venezia ed il C.so Umberto. E quando Mussolini comunicò di aver dichiarato guerra (consegnando agli ambasciatori di Francia e di Inghilterra la relativa dichiarazione), tutta la piazza scoppiò in un applauso fragorosissimo, eccetto due persone: un vecchietto che era vicino a me ed il sottoscritto. Quelle due persone si guardarono in faccia senza dirsi niente, anche se si dissero moltissimo!

Io feci subito la domanda di andare cappellano militare perché mi vergognavo di stare a casa quando tutti i miei coetanei erano al fronte. Questa domanda però non fu mai accettata dall’ordinariato militare; mi risposero che dovevo chiederne la ragione al mio vescovo. Gliela chiesi e lui mi rispose: «Sono stato io a bloccare la tua domanda perché non voglio che tu muoia giovane!».

E allora rimasi a casa.

Questo tanto per presentarmi…

* * *

 

I promotori di questa commemorazione per il 48° anniversario della Liberazione di Cesena hanno fatto bene ad inserire, fra le testimonianze delle diverse forze politiche, anche la voce della Chiesa di Cesena: che con il suo vescovo, i suoi preti, i suoi religiosi e i suoi laici ha svolto, durante la guerra e la Resistenza, un compito importante e singolare. Forse altri come o meglio di me avrebbero potuto testimoniare le vicende di quel periodo, ma è toccato a me e non me ne dispiace, anche perché sono profondamente convinto che per compiere la propria missione la Chiesa debba incarnarsi nelle diverse situazioni, soprattutto di bisogno e di dolore, in cui la gente vive, senza paura di essere accusata di invadere campi riservati.

Il campo della Chiesa è là dov’è la gente e se suo compito non è quello di offrire le soluzioni tecniche dei problemi, suo dovere è certamente richiamare tutti al rispetto dell’uomo e prodigarsi praticamente per la sua difesa e promozione.

 

* * *

 

Racconterò alcuni fatti e farò alcune considerazioni, il tutto nei limiti del tempo concessomi.

Nell’elenco dei 736 preti italiani morti per la Guerra e per la Resistenza di cui 17 decorati di Medaglia d’Oro, non mancano preti della nostra Chiesa di Cesena e Sarsina.

Ricordo Don Lazzaro Urbini, parroco di Cesenatico, a cui i tedeschi avevano incendiato la canonica e distrutto la chiesa, che fu colpito a morte il primo ottobre del ’44 sulla soglia dell’Ospedale della sua parrocchia. Ricordo il frate Carlo Bozoni, parroco dell’Osservanza, che cadde il 18 ottobre nel chiostro del convento, in mezzo agli sfollati che egli aveva raccolto e salvato. Ricordo il cappuccino frate Romano Donati che fu stroncato nel convento di Cesena proprio nel giorno della liberazione della città.

Di Sarsina ricordo Don Ettore Barucci, ucciso in Africa settentrionale. Ricordo il parroco di Musella, Don Dino Foschi, di Mercato Saraceno, ucciso dalle granate che distrussero la sua chiesa il 3 ottobre. Ricordo soprattutto Don Ilario Lazzeroni, abbattuto dai tedeschi, insieme ad altri ostaggi, in un avvallamento lungo il Passo del Carnaio il 25 luglio del ’44. E ricordo Don Francesco Babini, parroco di Donicilio, arrestato, torturato e poi ucciso a 27 anni, perché aveva aiutato i partigiani dell’8a Brigata Garibaldi ed aveva ospitato due ufficiali inglesi. Ricordo Don Pietro Tonelli e padre Vicinio Zanelli, uccisi dai tedeschi con un colpo alla nuca il 21 agosto del ’44, perché avevano prestato il proprio servizio sacerdotale coi partigiani. Di Cesena debbo ricordare inoltre due giovani partigiani appartenenti all’Azione Cattolica, uccisi per rappresaglia: Ubaldo Farabegoli e Pietro Pironi.

Altri preti di Cesena vanno ricordati, quelli che sopravvissero alle vicende sanguinose della Guerra e della Resistenza e che si prodigarono per l’assistenza spirituale, e spesso anche materiale, dei soldati, dei partigiani, della gente, secondo le situazioni in cui vennero a trovarsi. Ricordo Don Galileo Macori e Don Giovanni Lotta, Don Agostino Turroni e Don Scipione De Paoli rimasti prigionieri in Germania. Ricordo anche i quattro frati cappuccini, in particolare Ireneo Zambelli, i due missionari della Consolata, i due Benedettini che si dedicarono all’assistenza dei prigionieri nei campi, dei feriti negli ospedali e dei partigiani sulle montagne.

Qui vorrei fare rapidamente un’osservazione. Quei preti non andarono cappellani militari perché fascisti ma perché preti, così come avevo chiesto anch’io di andare.

 

* * *

 

Ed ora una parola su quelli che operarono a Cesena durante la Guerra e la Resistenza.

La Chiesa di Cesena aveva un retroterra democratico fin dai tempi di Eligio Cacciaguerra, del Vescovo Cazzani, di Mons. Giovanni Ravaglia, del Canonico Lugaresi e di tanti altri, preti e laici, che durante il fascismo conobbero anche l’umiliazione dell’olio di ricino e i lividi del manganello sulla schiena.

Le associazioni di Azione Cattolica furono, spesso, anche a Cesena, luoghi di educazione alla democrazia e di resistenza al fascismo e a ogni altra forma di dittatura presente e futura.

Nella primavera-estate del ’43 Pierino Vaenti ed altri cattolici cesenati, in collegamento con Oddo Biasini e con altri esponenti delle forze antifasciste, diedero vita a una opposizione organizzata. E poi i vecchi Popolari, come Michele Galli, Giulio Montalti, Mario Pasini, Mario Balducci, Elio Briganti, costituirono il Comitato Cittadino di Liberazione Nazionale (C.C.L.N.).

Furono i giovani dell’Azione Cattolica di Gambettola, con a capo l’indimenticabile Marino Maestri, a costituire i Comitati di Liberazione Nazionale non solo nel proprio paese, ma anche a Sant’Angelo, Gatteo, Bagnarola, Bulgarnò, Bulgaria, Calisese, Montiano, Montenovo e Sala.

Nessun prete di Cesena fu giustiziato, ma la scorciatoia per la fucilazione l’abbiamo azzardata in molti! Ed anche il rischio di morire sotto i bombardamenti, iniziati il 13 maggio e diventati sempre più frequenti, reso più grave dal fatto che noi non stavamo chiusi nei rifugi, ma correvamo dove c’era bisogno o per portare viveri e candele ai rifugiati, o tra i mucchi di macerie, subito dopo i bombardamenti, per salvare i feriti e per raccogliere – magari, come ho fatto anch’io tante volte, in cassette da frutta – i resti dei morti e portarli, sulle spalle, al camposanto.

I conventi dell’Osservanza e dei Cappuccini, il monastero del Monte e la chiesa di Santa Cristina, dove io abitavo, furono insieme al Duomo e al Palazzo Ghini e più o meno ad ogni chiesa, rifugi improvvisati per chi era rimasto in città. A Santa Cristina nella cripta – che è grande come la chiesa – erano allineate a raggiera ottanta reti da letto per altrettanti rifugiati, che vi rimasero diversi mesi.

Va rilevato anche che nessun parroco abbandonò il proprio posto.

L’anima dell’assistenza alla popolazione cesenate fu il vescovo Mons. Beniamino Socche, che trattò personalmente con i tedeschi e poi con gli alleati affinché fossero risparmiate vite umane e monumenti cittadini. La sua casa era diventata magazzino, cucina e ambulatorio di pronto soccorso, insomma la centrale di ogni forma di assistenza.

Nel decennale della Liberazione, il 20 ottobre 1954, il capogruppo dei consiglieri democristiani, l’Avv. Giovanni Ghirotti, propose di conferire a Mons. Socche, diventato poi vescovo di Reggio Emilia, la cittadinanza onoraria di Cesena. La proposta fu approvata il 6 febbraio 1955, con l’astensione dei social-comunisti. Il 25 aprile 1955 una delegazione composta dal Vescovo, dal Sindaco, da Assessori, Consiglieri e personalità religiose e laiche, si recò a Reggio Emilia dove si svolse la cerimonia di consegna della pergamena.

Va ricordato anche che Mons. Socche fece dell’episcopio un covo di renitenti alla leva dell’esercito repubblichino tedesco e che, solo in seguito ad una “soffiata” del conte Vanni Teodorani, parente di Mussolini, evitò di essere arrestato come complice dei partigiani.

La Chiesa di Cesena fu ben presente in questo compito di assistenza e di aiuto alla lotta di liberazione, di preparazione del vicino impegno di ricostruzione democratica, anche attraverso l’opera di altri sacerdoti e di laici cattolici.

Ricordo Don Mauro Paolazzi, il priore benedettino del Monte, dove oltre a diverse centinaia di rifugiati furono ospitati i partecipanti ai primi convegni clandestini della Democrazia Cristiana, con l’assidua presenza di un giovane medico che veniva in bicicletta da Ravenna: Benigno Zaccagnini.

Un altro benedettino, Don Odo, si dedicò in particolare alla salvezza di intere famiglie ebree, tra le quali quella del professore Emanuele Mondolfo, ex primario del nostro ospedale.

Ricordo Mons. Ravaglia, che fu proposto dall’On. Cino Macrelli, membro del governo Bonomi, come primo sindaco di Cesena.

Ricordo Don Augusto Vaenti, parroco di San Giorgio, accusato di avere istigato 68 giovani alla diserzione, incarcerato, processato e condannato a morte.

Ricordo gli ancora vivi Don Antonio Arfilli, allora parroco di Monteaguzzo e Don Armando Moretti, allora parroco di Montecodruzzo, che ospitarono nella propria casa noti capi di formazioni partigiane quali Oddo Biasini e il comunista Quinto Bucci e che si prodigarono per salvare chiunque avesse bisogno: partigiani, tedeschi e fascisti.

Ricordo anche Don Alessandro Tonti, cappellano allora di Don Ravaglia, che negli ultimi giorni del passaggio del fronte trasformò la sacrestia del Duomo in ambulatorio per assistere come poteva malati e feriti. Ricordo che proprio la vigilia della liberazione di Cesena io ero andato a dire messa dalle suore della Sacra Famiglia; poi di corsa, con una bicicletta, mi ero precipitato verso la chiesa dei Servi perché sparavano dalle due parti della strada. Trovai, sotto il portico, un ragazzo di 18-19 anni, un tedesco, cui una mitragliata aveva tagliato un piede. Lo caricai sulla mia bicicletta e poi, pian pianino, lo portai al Duomo dove l’affidai a Don Tonti affinché lo curasse.

Ricordo anche un giovane seminarista, ora parroco di Sant’Egidio, Don Adamo Carloni, che per avere ospitato nella casa dei suoi una famiglia tedesca (i Brummer) di origine ebraica, fu imprigionato dai repubblichini, interrogato, minacciato e torturato; e sfuggì alla deportazione in Germania solo per un energico intervento di Mons. Socche.

 

* * *

 

Ora voglio concludere con alcune osservazioni e, se mi permettete, con un appello rivolto in particolare ai giovani.

Io non ho voluto dire quasi niente di me perché è difficile parlare di sé; vorrei però sintetizzare così la mia esperienza di quegli anni, esperienza che in un certo senso continua ancora.

 

Primo. Ritengo che la fede cristiana mi abbia reso radicalmente libero da ideologie, partiti, schemi e schieramenti e che mi abbia permesso di giudicare queste realtà alla luce di un criterio quasi assoluto: questo criterio è l’uomo. Per questo abbiamo aiutato allora tutti quelli che avevano bisogno e abbiamo detto la verità a tutti quando andavano contro l’uomo. E dobbiamo continuare a farlo!

Ciò non significa che tutti gli schieramenti siano uguali; vuol dire che prima di tutti gli schieramenti viene l’uomo. Ed è sull’uomo, sulla sua difesa e promozione che vanno misurati ideologie, partiti e schieramenti. E l’uomo, per noi cristiani, è il Figlio di Dio: ogni uomo, nato e non ancora nato, giovane e vecchio, bianco o di colore, sano o handicappato, di questo o di quel partito; con una preferenza, semmai, per il più debole.

Per questa fedeltà all’uomo al di sopra delle parti, sono stato minacciato più volte da opposti schieramenti e, talora, lusingato dagli uni e dagli altri. Per questa fedeltà ho combattuto per non cadere sotto un nuovo padrone. E se questa sera, qui, posso parlare liberamente, è anche in forza della Resistenza di allora. Io, come cristiano, non ho padroni e non voglio averne mai, perché dipendo solo da Dio che è mio Padre.

 

Secondo. Se con la morte finisce tutto, i più ingiustamente colpiti sono i migliori, tutti quelli, ad esempio, che sono morti per la libertà vera o comunque per un ideale sinceramente creduto. Essi saranno tagliati fuori per sempre da quella comunità umana che vollero più umana e per la quale diedero la vita. A me questo non sembra giusto!

 

Terzo. Bisogna continuare a lottare sinceramente per l’uomo. Ci sono molte delusioni, anche in me, guardando l’Italia di oggi dal tempo e dagli occhi della Resistenza. Ma bisogna continuare a credere e a operare, soprattutto per creare un mondo di pace, un mondo di giustizia, una civiltà dell’amore, senza finzioni, senza furberie, senza ruberie, senza sopraffazioni, senza menzogne e senza parzialità. Ed è possibile!

Io debbo riconoscere qui, con soddisfazione, che tanto del lavoro culturale e di formazione cristiana fatto durante e dopo la Resistenza ufficiale non è stato vano. Sono persino orgoglioso – mi sia permesso – di poter constatare che qui a Cesena – e penso non solo qui – diversi giovani cattolici di allora, ora uomini adulti impegnati in campo politico, continuano a dare una testimonianza limpida del lavoro politico inteso come servizio alla società, senza pretese per se stessi. Sono loro e quelli come loro che, a mio parere, hanno incarnato il vero contenuto della Resistenza!

E finalmente un appello ai giovani! Non si può stare fuori dalla politica perché si rischia di stare fuori dalla responsabilità. La politica è pulita se sono puliti gli uomini che la fanno. Non ci sono partiti puliti e partiti sporchi, ma ci sono persone pulite e persone sporche, e possono esserci in qualunque partito. Casomai il problema sarà di vedere se le radici culturali di un partito giustificano o condannano le persone sporche che vi si annidano e di fare in modo che i frutti corrispondano alle radici.

Perché, cari giovani, sciupare la vita in un cosiddetto “privato”, che rischia di diventare soltanto egoismo giustificato, e non prodigarsi con sincerità, con passione e con disinteresse per lasciare il mondo un po’ migliore di come l’abbiamo trovato?

«I giovani – scriveva un mio carissimo amico, Don Primo Mazzolari – non possono rifiutarsi alla speranza».

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