Dall'Italia
A Nello Scavo il Premio Focherini per la libertà di stampa. La testimonianza del giornalista di Gaza: “Ci siamo sentiti abbandonati”
"I conflitti sono tornati ad essere lo spartito professionale del nostro tempo", ha detto l'inviato di Avvenire da Beirut. Primo classificato nella sezione giornalisti precari under 40 il cervese Alex Giuzio
A Gaza per fare un articolo serve anche un litro di gasolio. È un giornalismo “di sussistenza” e “resistenza” quello che racconta Safwat Kahlout, fino a pochi mesi fa inviato di Al Jazeera a Gaza, ora in Italia. La sua è una delle voci risuonate ieri al campo di Fossoli (Carpi) al convegno “Libertà di stampa e democrazia” organizzato in occasione della seconda edizione del Premio Focherini, dall’Associazione stampa modenese, dalla Fondazione Fossoli, con la collaborazione dell’Ordine dei giornalisti, della Fisc, dell’Ucsi Emilia-Romagna e Avvenire.

Gli anni di guerra a Gaza, raccontati “da dentro”
“Anche prima della guerra le condizioni erano difficili – spiega -: avevamo sempre scorte di medicine, cibo ed energia per qualche giorno ma quando Israele ha iniziato a bombardare e ha chiuso tutti i valichi, non è più bastato. Tutta Gaza è diventata un target: case, scuole, chiese. Non c’era un posto sicuro dove nasconderci. Mancava cibo e al contempo dovevamo trovare il modo per raccontare quel che stava succedendo. E così abbiamo cercato alternative per andare avanti”. Compreso un litro di gasolio per far funzionare il generatore di energia, e inviare le corrispondenze”. In queste condizioni lavoravano e in certi casi lavorano ancora i (pochi) giornalisti gazawi, gli unici che possono raccontare al mondo cosa è successo e sta succedendo lì: nessun altro media è autorizzato ad entrare dal Governo israeliano. Oltre 200 sono morti nel tentare di farlo, “perché la pettorina con la scritta press non protegge – dice Safwat -. Anzi. A Gaza ormai non ci sono più cimiteri che possano contenere i morti. Ci siamo sentiti abbandonati dalla comunità internazionale e anche dai media”.
Nello Scavo: “Fateci entrare a Gaza. Questo premio è anche un mandato”
“Il lavoro dei giornalisti a Gaza è stato fondamentale, occorre proteggerli. Fateci entrare a Gaza, non abbiate paura del giornalisti ma del loro silenzio”. È l’appello di Nello Scavo, inviato di Avvenire. A lui è andato il premio Odoardo Focherini di quest’anno, recapitatogli idealmente a Beirut dove si trova per raccontare il conflitto mediorientale. Da lì ha inviato un contributo al convegno di Fossoli, ringraziando per il riconoscimento che, spiega, è “anche un mandato” ad essere coerenti con i valori che l’hanno ispirato. “I conflitti – ha detto l’inviato di Avvenire – sono tornati ad essere lo spartito professionale del nostro tempo. Il tentativo, sempre più diffuso, è escludere i cronisti dal racconto”. Non solo in zone di guerra, come Gaza, ma anche nelle democrazie occidentali: “Basti pensare a Paragon, la startup israeliana usata anche dalle autorità italiane. Alcune delle mie conversazioni con delle fonti sono state riportate, manipolate, da altri media che non volevano fare inchieste ma avvelenare i pozzi. Da allora c’è chi ha paura di parlare con me. Quante notizie ci siamo persi così?”.
Emanuele Fiano: “Da Fossoli sono passati 12 membri della mia famiglia, prima di essere deportati ad Aushwitz”

È un luogo simbolico il campo di concentramento di Fossoli, scelto come teatro del convegno, che parla dei danni che la mancanza di libertà e democrazia, connesse a quella di informazione, possono fare. “Per me queste mure non sono indifferenti – sottolineaEmanuele Fiano, presidente della Fondazione Fossoli ed ex deputato Pd nel dialogo con Safwat Kahlout moderato da Brunetto Salvarani -. 12 membri della mia famiglia sono passati da questo campo diretti ad Aushwitz dove sono stati gasati”. La sua è una testimonianza personale ma anche un’analisi di come si è arrivati a questo ennesimo conflitto in Medio Oriente: “Io odio la guerra – spiega -. Credo che non sia mai una soluzione. La questione che ha ridotto in macerie Gaza è molto antica e tralasciata dalla comunità internazionale. Viviamo in un mondo che non ha più una regia. Dopo la seconda guerra mondiale si distingueva bene dove stavano il bene e il male. Il consiglio di sicurezza dell’Onu oggi non funziona: le potenze che ne fanno parte hanno opinioni diverse e l’Europa non decide”. La posizione di Fiano è chiara ma non maggioritaria oggi in Israele: “Non ci sarà pace in quel Paese se non ci sarà uno Stato per la Palestina. Ma il mondo si è disinteressato al tema da troppo tempo”. Per arrivarci, l’unica strada, aggiunge, “è che i nemici si parlino, come è successo per un breve periodo nella storia di Israele tra Yitzhak Rabin e Yasser Arafat. Per battere chi vuole la guerra, serve coraggio. Solo la pace è rivoluzionaria in Medio Oriente”.
Un centinaio di giornalisti presenti. Premiato il lavoro del cervese Alex Giuzio

Libertà, coraggio, democrazia e giornalismo: queste le parole risuonate, ieri, al campo di Fossoli, nel confronto al quale hanno partecipato un centinaio di giornalisti, e che ha visto anche gli interventi di monsignor Erio Castellucci, arcivescovo di Modena-Nonantola e Carpi e vicepresidente della Cei e del presidente dell’Ordine regionale, Silvestro Ramunno. “Le ragioni per le quali abbiamo sostenuto questo premio sono ancora più urgenti”, aggiunge la presidente della Fondazione Fossoli, Manuela Ghizzoni.La segretaria generale del sindacato Fnsi, Alessandra Costante, parla di“rider dell’informazione”, con compensi medi da 11mila euro l’anno per i giornalisti pecari e 18mila per le partite Iva. Da qui la scelta dell’Associazione stampa modenese e della Fondazione Fossoli di istituire quest’anno sezione del Premio Focherini dedicata proprio ai precari under 40.Il primo premio è andato al giornalista cervese Alex Giuzio(Ravenna e Dintorni, Il Manifesto) per un’inchiesta sui lavoratori stagionali in Riviera. Il secondo a Thomas Trenchi di Piacenza.