“Mi capisce meglio degli altri”. Giovani, tecnologia, vita affettiva
«Mi sembra più freddo, meno empatico». «Era come un amico, ora non lo riconosco più». «Mi manca la sua voce di prima».
Chi ha scritto questi commenti, l’estate scorsa, non stava parlando di un partner o un collega improvvisamente cambiato, ma di un software di intelligenza artificiale dopo gli ultimi aggiornamenti effettuati. Il lutto emotivo, in questo caso, è dovuto all’interrompersi di una relazione che aveva le stesse caratteristiche di quelle di amicizia o addirittura di affetto, ma che si era instaurata con una macchina.
Diversi studi hanno segnalato un fenomeno crescente: per molti ragazzi l’intelligenza artificiale (IA) non è solo un supporto tecnologico, ma un sostituto relazionale. Giovani che si rivolgono a un assistente digitale per parlare delle proprie paure, dei sentimenti, dei fallimenti; che instaurano una forma di intimità virtuale, in cui la macchina diventa una presenza stabile, affidabile, non giudicante.
L’algoritmo ascolta sempre, risponde subito, non tradisce. Ma a quale prezzo? La relazione con un’intelligenza artificiale è asimmetrica: il dialogo non è reciproco, bensì simulato. L’altro non esiste realmente. Si crea così una forma di intimità senza alterità, di dialogo senza incontro. È la parodia dell’amicizia, dove la macchina imita l’empatia, ma non la prova. Un mondo in cui si parla molto, ma non si incontra più nessuno.
Il rischio più profondo è che il rapporto con l’IA finisca per indebolire la capacità di stare nelle relazioni vere, quelle che implicano lentezza, conflitto, delusione, perdono. La vita affettiva e relazionale dei giovani, già messa alla prova dalla cultura dell’immagine e dalla comunicazione digitale, rischia così di spostarsi su un piano artificiale dove tutto è controllabile e reversibile.
Resta allora una sfida urgente: aiutare i giovani a non smarrire il desiderio dell’altro vero, imperfetto, irripetibile. Ricordare che nessuna intelligenza artificiale potrà mai restituire lo sguardo, il silenzio, la presenza di un volto umano. Perché solo da lì, da quell’alterità viva, nasce la vera relazione e con essa, la possibilità stessa di essere umani.
La sfida più grande non è “umanizzare” le macchine, ma non disumanizzare noi stessi mentre le usiamo. Come scrive Ivano Dionigi: «Ogni volta che deleghiamo alle macchine una parte di noi, dovremmo chiederci quale parte perdiamo».
Ecco allora il punto: l’avanzamento tecnico ci chiede di maturare anche sul piano emotivo.
Imparare a usare l’intelligenza artificiale senza trasformarla in un surrogato affettivo è il nuovo compito educativo del nostro tempo.
