Andropausa e virilità: il maschile di fronte al tempo e alla perdita di potenza

L’andropausa rappresenta una soglia critica dell’esperienza maschile, in cui il corpo diventa testimone del tempo e la virilità è chiamata a confrontarsi con il limite.

La progressiva riduzione del testosterone non ha solo effetti somatici, ma produce un impatto psichico profondo, spesso sottovalutato, che coinvolge l’identità, il narcisismo e l’organizzazione del desiderio. La psicoanalisi ha messo in luce come la virilità, nella cultura occidentale, sia strutturata attorno al primato della potenza fallica.

Autori come Christian N. David e Paul-Laurent Assoun hanno mostrato come l’invecchiamento maschile riattivi fantasmi di castrazione e vissuti di perdita che non appartengono solo al presente, ma affondano le radici nella storia infantile della persona.

La difficoltà erettile o il calo del desiderio diventano così segni simbolici di una ferita narcisistica più ampia, che colpisce l’immagine ideale di sé.

L’andropausa può riaprire il confronto con la figura paterna e con ciò che non potrà più essere, mettendo in crisi l’ideale di un uomo sempre attivo, performante e padrone del proprio corpo.

In questo contesto, Otto Kernberg descrive come la ferita narcisistica possa tradursi in agiti compensatori, volti a restaurare un senso di onnipotenza minacciata.

Tra questi, le relazioni extraconiugali occupano un posto centrale. Esse non rispondono tanto a un desiderio relazionale autentico quanto al bisogno di conferme narcisistiche: attraverso la conquista dell’altro, spesso più giovane o idealizzato, l’uomo tenta di negare il tempo, la dipendenza e la perdita di potenza. L’infedeltà assume così la forma di un acting out, in cui l’altro viene utilizzato come specchio riparativo di una virilità ferita.

Il venir meno della potenza può produrre un senso di vuoto, di disinvestimento libidico e di perdita di significato, che gli agiti compensatori cercano di mascherare senza riuscire a trasformare.

Come suggerisce Luigi Zoja, tuttavia, il declino della potenza può aprire la strada a una trasformazione simbolica della maschilità.

Se sostenuta da un lavoro psichico, l’andropausa può diventare un passaggio di riorganizzazione dell’identità, in cui la virilità si emancipa dalla logica esclusiva della prestazione e si apre a forme più complesse di realizzazione di sé, di relazione e interiorità.

In questa prospettiva, l’andropausa non segna la fine del maschile, ma la possibilità di una sua maturazione: un maschile che accetta il limite non come fallimento, ma come condizione umana condivisa.