Romagna
Helia Shariati, dall’Iran alla Romagna. “Lotto per il mio Paese”
Il 5 febbraio a Cesena in piazza del Popolo candele accese per la libertà
“Non tornerò nel mio Paese. Vedo tanto coraggio, una generazione di eroi”. Intervista alla giovane di origine iraniana residente a Bologna. Vede un cambiamento nelle nuove generazioni che credono nella libertà e non hanno paura di combattere per raggiungerla
Nelle proteste di gennaio i morti sarebbero 30 mila. Una generazione di eroi
Helia Shariati, 33 anni, è una giovane iraniana che tifa per la libertà. È una delle tante ragazze e dei tanti ragazzi che nel loro Paese lottano per i diritti, a suon di manifestazioni di piazza e post sui social, e a rischio di morte. Un coraggio, che a guardarlo da fuori, con gli occhi dell’europeo medio, è stupefacente. Eppure sta dilagando, racconta la donna “e voi, per vostra fortuna, non potete capire cosa si prova perché non avete vissuto tutto questo in prima persona, come noi”. Nell’ultima protesta di gennaio il numero dei morti avrebbe toccato i 30mila, secondo le stime dei media e per quanto è stato possibile conoscere attraverso la rete, che per qualche tempo è stata silenziata dal governo. “Questo regime pur di restare al potere ci ammazzerebbe a milioni se potesse – commenta -. I giovani iraniani che manifestano e rischiano sono una generazione di eroi”.
“Andare o restare non è più una scelta”
Ingegnere chimico, residente a Bologna dove lavora come consulente e vive con un compagno, Helia si è trasferita in Italia otto anni fa per la laurea magistrale, racconta. Era curiosa di conoscere il mondo fuori dall’Iran. “Ora restare o andare non è più una scelta. Negli ultimi dieci anni il Paese è peggiorato tantissimo. I giovani iraniani non possono contare su nulla che funzioni, a livello politico o economico, e non hanno nessuna libertà, men che meno a livello culturale. C’è chi rimane. Una mia amica lo ha fatto. Molti che volevano andarsene non hanno potuto per motivi economici. In Iran può succedere che se hai risparmiato ventimila euro, nel giro di un giorno diventano diecimila. C’è instabilità, in particolar modo negli ultimi mesi”. Ma la condizione di negazione dei diritti, di repressione e mancanza di libertà non è di adesso.
La morte di Mahsa Amini è stato il momento del “clic”
“Questa situazione va avanti da 47 anni (dal 1979 con la Rivoluzione islamica che scalzò lo scià Mohammad Reza Pahlavi, considerato un dittatore, si è insediato il governo del religioso e ultraconservatore Khomeini, ndr) ma non era conosciuta, neppure dagli iraniani stessi. Invece ora le notizie escono – riflette Helia – sicuramente grazie ai social media. Oggi il popolo iraniano è più coraggioso, non ha paura di registrare foto e video e diffonderli. Non ci sono più barriere. Veramente siamo arrivati alla fine”.
Mahsa Amini
La morte di Mahsa Amini, 22enne iraniana arrestata dalla polizia morale nel 2022 perché non indossava correttamente il velo e deceduta, si presume, per i maltrattamenti, ha segnato il momento del “clic”. Fino ad allora tra il popolo, analizza la donna, specialmente nei piccoli paesi di provincia, religioso e tradizionalista, c’era chi accettava e condivideva le prescrizioni del governo e se una ragazza osava mostrarsi senza velo era disapprovata. “Nessuna donna si mostrava mai senza velo in pubblico. Non era previsto. Io stessa fuori di casa lo facevo solo se mi trovavo in macchina o se mi recavo in luoghi in cui sapevo di poterlo fare – racconta -. I controlli della polizia morale erano e sono molto rigidi. I poliziotti verificano che le donne siano coperte e che ciò avvenga secondo gli standard previsti”.
Tra le cause della rivoluzione, la crisi economica
La generazione che sta venendo avanti ora è più informata, più coraggiosa. La rivoluzione – spiega la giovane – questa volta è dettata anche da ragioni economiche. “Se sai che fra due o tre mesi non arriverà più nulla da mangiare, facilmente rischi la libertà se non hai fiducia nel tuo governo”. Al bisogno materiale si uniscono gli ideali di libertà e i valori. “Parlo per la mia esperienza e lo vedo tra i miei amici, molti di loro vengono da famiglie benestanti, così come molti dei giovani ammazzati durante la rivoluzione di gennaio. Alcuni di loro avevano anche la cittadinanza di un altro Paese europeo e la possibilità di lasciare l’Iran. Sono rimasti con la speranza di vedere un Paese migliore”.
La campagna dei mercoledì bianchi
La morte di Mahsa Amini ha portato a compimento un percorso che era già iniziato con la campagna dei mercoledì bianchi lanciata dalla giornalista Masih Alinejad. “Quella donna ha avuto un ruolo importante nel dare alle donne informazioni sui loro diritti. L’invito era quello di uscire tutti i mercoledì con un velo bianco. Di certo non c’era la ribellione al velo, ma lo indossavi bianco e sapevi di appartenere al movimento”. Un‘appartenenza che ha dato alle stesse donne il coraggio di registrare video in casi di maltrattamenti o violenze, con lo slogan “Il mio telefono era la mia arma”.
“Il movimento ha cambiato la mentalità della gente”
Nel settembre 2025 Helia è torna a Teheran dopo quasi cinque anni di assenza, per visitare la mamma rimasta a occuparsi della propria madre. È stata nella sua città natale per tre settimane. “Ho trovato l’Iran cambiato. Non immaginavo così tanto, anche se me lo avevano detto – ricorda -. Mi ha dato tanta gioia vedere donne senza velo nella maggior parte del luoghi pubblici a Teheran, addirittura alcune in maniche corte”.
È cambiata la mentalità della gente
Non solo, racconta la donna. Recandosi di sera con un’amica per visitare il mercatino di Kashan, piccola località tradizionalista e molto religiosa, nessuno sguardo di riprovazione è arrivato a loro carico benché fossero a capo scoperto. Segno che il movimento ha ottenuto un cambiamento nella mentalità della gente. Può definirsi, questa, una lotta tra generi, maschi e femmine, e tra generazioni, giovani e vecchi? “Purtroppo queste divisioni ci sono sempre state in Iran e sempre per colpa del regime. Sin dalla nascita separano i maschi dalle femmine, ci separano a scuola, ma devo dire che anche i maschi hanno fatto un’evoluzione grande sotto diversi punti di vista. Ora la guerra è tra noi e il regime. Vedo un popolo capace di cambiamento e ormai privo di fiducia in chi governa”.
“Non tornerò a vivere nel mio Paese”
Quando è tornata a Teheran l’ultima volta, Helia aveva paura. Ha partecipato a tante manifestazioni in omaggio a Mahsa Amini e fra gli iraniani si era diffusa la voce che l’ambasciata iraniana in Italia inviasse persone a girare video per intercettare i partecipanti alle manifestazioni. “Sappiamo che a distanza di un anno la polizia fermava a caso le persone, per controllare i telefoni e fare pressione”, riporta la giovane. Ora dall’Italia i contatti con la madre sono sporadici e subordinati alla linea internet, che spesso viene interrotta dal governo. “In questa situazione non escludo nulla – conferma -. So che la mamma non partecipa alle proteste, ma non sono tranquilla”.
In piazza a Cesena il 5 febbraio
Nonostante questo, confessa che non tornerebbe mai a vivere nel Paese, dove c’è ancora tanto da fare per i diritti delle donne. Uno dei modi per contribuire, insieme alla sorella che si è a sua volta trasferita in Italia alcuni anni fa, è quello di parlarne e partecipare alle manifestazioni. Il suo prossimo impegno è a Cesena si sta raccogliendo un piccolo movimento di supporto. L’invito è per giovedì 5 febbraio in piazza del Popolo alle 17 per accendere tante candele in memoria delle vittime uccise dal regime islamico.
Il futuro? “Fermiamo questo massacro”
Per il futuro cosa vede? “Si tratta del mio popolo e anche dei miei diritti, vorrei difenderli entrambi”. Non sa intravedere una reale alternativa a questo regime, ma ritiene che la guida di un leader come Reza Pahlavi, figlio dell’ultimo scià, che si è proposto per l’eventuale cambio di governo, sarebbe un’opzione valida “anche se temporanea. Non ne condivido la politica. Se un giorno l’Iran sarà libero come gli altri Paesi e potrà fare un referendum, forse ci sarà una vera possibilità di cambiare. Certamente non sceglierei un’altra persona a sostituire Khomeini. Non facciamo l’errore che abbiamo fatto l’altra volta”.
E in quanto al supporto americano, Helia conclude: “Non si tratta soltanto degli Stati Uniti, ma di qualunque altro Paese capace di fermare questo massacro, il fatto fondamentale in questo momento”.