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Striscia di Gaza. Faltas (Custodia): “Aprite il valico di Rafah e fate entrare la speranza e il diritto”
La riapertura consente solo limitati passaggi tra Gaza ed Egitto, soprattutto per evacuazioni mediche. Numeri insufficienti e l’assenza di aiuti umanitari adeguati
Senza corridoi stabili la crisi resta drammatica e i diritti umani continuano a essere violati
“Saranno certezza di pace”
“L’apertura del valico di Rafah deve essere l’apertura al rispetto dei diritti umani essenziali. Quelle porte aperte devono essere un segno di speranza: saranno certezza di pace quando a ogni essere umano saranno riconosciuti il rispetto e la dignità della vita”.

È quanto dichiarato all’agenzia di stampa Sir da padre Ibrahim Faltas, della Custodia di Terra Santa, commentando la riapertura, all’inizio di febbraio, del valico unico punto di passaggio tra la Striscia di Gaza e l’Egitto, decisa nell’ambito di un fragile piano di cessate il fuoco e su pressioni internazionali. La riapertura, coordinata tra autorità egiziane, israeliane e con la supervisione di missioni europee, permette a piccoli numeri di persone di muoversi in entrambe le direzioni, concentrandosi soprattutto su evacuazioni mediche, rientri limitati e casi umanitari. Si stima che in questi primi giorni solo poche decine di persone siano riuscite a entrare o uscire da Gaza, a fronte di richieste che riguardano, secondo le autorità sanitarie internazionali e locali, decine di migliaia di pazienti che necessitano di cure non disponibili nella Striscia.
A Gaza si muore ancora. “C’è bisogno di tutto”
“Poter riattraversare quel passaggio è indispensabile e necessario per salvare la vita a più di 20mila esseri umani che a Gaza non hanno la possibilità di essere curati” ribadisce il frate che sin dall’inizio della guerra è impegnato a portare sollievo e aiuto alla popolazione gazawa, soprattutto ai bambini, organizzando di concerto con il Ministero degli Esteri italiano, l’evacuazione di molti gravemente malati e bisognosi di cure. “È urgente fare entrare ogni aiuto perché a Gaza c’è bisogno di tutto. L’annuncio della riapertura aveva riportato l’attenzione sulla disumana situazione di Gaza. La tregua da ottobre non ha fermato morte, sofferenza, distruzione”.
“A Gaza si muore ancora, si contano ancora vittime e fra queste tanti sono bambini”, ricorda padre Faltas che aggiunge: “Era stato previsto che da Rafah, ogni giorno, 50 ammalati gravi con due accompagnatori sarebbero potuti uscire e 150 palestinesi sarebbero potuti rientrare, ma questi numeri non sono stati rispettati. E al momento non è previsto l’ingresso di mezzi per il trasporto di aiuti umanitari”.
Sfide umanitarie irrisolte
Nonostante il valico aperto, molte delle sfide umanitarie restano, dunque, ancora irrisolte, come la fornitura di cibo, acqua, medicine e carburante, con lunghe code di autocarri bloccati alla frontiera e distribuzione irregolare all’interno di Gaza. Le limitazioni operative, i controlli di sicurezza stringenti indicano che la crisi umanitaria è lontana da una soluzione duratura. L’Onu e diversi altri organismi umanitari avvertono che questo tipo di apertura non risolve la crisi: senza un corridoio aperto per gli aiuti materiali e senza costante flusso di evacuazioni culturali e mediche, Gaza resta in gravissima emergenza.
Un valico di speranza
E così, dopo mesi di una tregua che non si riesce a trasformare in una definitiva fine della violenza, “continua l’altalena di annunci di speranza che non si trasformano in aiuti concreti e in solidarietà umana”.
“Manca – denuncia il frate della Custodia di Terra Santa – l’impegno di una comunità internazionale che non vuole vedere la lenta agonia di tanta povera gente, manca la volontà di rendere giustizia a una umanità oltraggiata e umiliata”.
Aprire per far entrare il bene
“Aprire il valico – sottolinea – non solo consente di far uscire chi ha bisogno di essere curato e salvato, aprire quel valico significa far entrare il bene, aprire quel particolare ingresso fa entrare la speranza che qualcosa possa veramente cambiare perché Gaza, la Cisgiordania, la Terra Santa non hanno mai smesso di soffrire. Da quel valico – spiega padre Faltas – potranno uscire i ragazzi che aspettano di poter venire in Italia a studiare, che sperano di aprire un ‘varco’ fra la disperazione che li circonda, che sperano di dare una luce al percorso del loro futuro e magari, di realizzare il loro sogno”.
La Terra Santa non vede ancora la presenza attiva di opere di pace
Da Rafah “potrebbero entrare azioni e motivi di speranza per chi ha sopportato in questi anni dolori, sofferenze, mortificazioni”, ribadisce il religioso che non dimentica chi “in Cisgiordania è stato costretto a limitare i propri spazi fisici, chi è stato privato della possibilità di attraversare le porte che aprono alla prospettiva di un futuro dignitoso. La Terra Santa non sente ancora la pace, non vede ancora la presenza attiva di opere e azioni di pace”. Ecco perché l’apertura del valico di Rafah “deve essere l’apertura al rispetto dei diritti umani essenziali. Quelle porte aperte devono essere un segno di speranza”.