Giorno del Ricordo, la memoria che interpella il presente

Una corona nel giardino di San Mauro in Valle. La memoria riaffiora dopo decenni di silenzio di Stato e rimozione politica

(foto: Sandra e Urbano fotografi, Cesena)

In occasione del Giorno del Ricordo, istituito per conservare e rinnovare la memoria delle vittime delle foibe, dell’esodo giuliano-dalmata e delle vicende del confine orientale, questa mattina l’Amministrazione comunale di Cesena ha promosso una cerimonia pubblica di commemorazione.

Una corona per non dimenticare

L’iniziativa si è svolta, come ogni anno, nel giardino intitolato alle Vittime delle foibe, a San Mauro in Valle, alla presenza delle autorità civili, militari e religiose, delle associazioni combattentistiche e d’arma e di consiglieri di quartiere. Presenti, tra gli altri, il sindaco Enzo Lattuca, il presidente del Consiglio comunale Filippo Rossini, il vescovo di Cesena-Sarsina Antonio Giuseppe Caiazzo, la presidente dell’Istituto storico della Resistenza e dell’Età contemporanea di Forlì-Cesena Ines Briganti. Nel corso della cerimonia il primo cittadino ha deposto una corona commemorativa, parlando di “una delle pagine più tragiche del secondo dopoguerra. Per troppo tempo questa storia è stata ingiustamente dimenticata, oscurata e messa da parte“.

Foto: Sandra e Urbano fotografi (Cesena)

Di seguito, il commento di Mauro Ungaro, presidente della Federazione italiana settimanali cattolici (Fisc) sul Giorno del Ricordo.

Una sorpresa che interroga

Se si ha la fortuna di poter incontrare uno degli ormai pochi sopravvissuti che vissero in prima persona, 80 anni or sono, l’esodo dei giuliano-dalmati da Istria, Fiume e Dalmazia per sfuggire alla persecuzione del governo titoista dell’allora Jugoslavia, quello che colpisce è la sua sorpresa nel constatare che qualcuno è interessato a quanto avvenne in quei giorni. Una sorpresa che si accresce se a porre domande e a cercare di voler capire sono le più giovani generazioni.

Silenzio di Stato

Per troppo tempo quelle vicende sono state relegate nell’oblio nazionale e il “silenzio di Stato” è stato un qualcosa di prepotentemente e vergognosamente imposto alla memoria di un dramma che era collettivo ma prima di tutto personale. La narrazione ufficiale ha relegato le storie di centinaia di migliaia di nostri connazionali ad evento marginale, a conseguenza quasi “inevitabile” del conflitto da poco concluso. Per quasi sessant’anni non c’è stato nel nostro Paese il coraggio politico di delineare con chiarezza quello che, invece, oggi sappiamo essere stata vera e propria pulizia etnica, un “genocidio nazionale”. Gli interessi internazionali in quel secondo dopoguerra, i nuovi scenari che si andavano a delineare nel continente con la Guerra Fredda, la “ricollocazione” di Tito del 1948 con la scissione fra Belgrado e Mosca hanno portato a sacrificare il dramma che si era consumato sulle rive dell’Adriatico. La politica di un Paese che stava cercando di rialzarsi dopo la Seconda guerra mondiale si riappropriò della complessità di quanto accaduto negli anni di guerra nell’area balcanica e da quel momento esodati e infoibati divennero colpevoli di un qualcosa di indefinito ma indiscutibile. A prescindere.

Memoria e pace

Eppure, nonostante tutto questo, la memoria non è andata perduta. Chi era stato costretto a lasciare la propria casa, chi da mattina a sera aveva visto sparire per sempre i propri cari non aveva dimenticato e, seppure sottovoce, aveva raccontato alle nuove generazioni cosa c’era “prima” e le storie di chi non c’era più. E, va sottolineato, nella maggior parte dei casi, non con parole di odio ma sentendo l’obbligo di impegnarsi perché quanto vissuto non accadesse più. Dal 2004 una Legge dello Stato ha fatto del Giorno del Ricordo l’occasione preziosa, come ha ribadito lo scorso anno il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, “per trasmettere ai giovani il testimone della speranza, incoraggiandoli a mantenere viva la memoria storica delle sofferenze patite dai loro connazionali, adoperandosi perché vengano evitati errori e colpe del passato, promuovendo, ovunque, rispetto e collaborazione”. E in un momento come l’attuale, con una “terza guerra mondiale combattuta a pezzi” (come ci ha più volte ricordato anche papa Leone XIV), questo atteggiamento può davvero dare ancora vigore alla speranza della pace.