Nessun algoritmo potrà mai amare. Parola di scienziato
“La coscienza non è un algoritmo”. Chi l’ha detto? Il Papa, certamente, in diverse occasioni, compresa la nuovissima enciclica “Magnifica humanitas”. Ma quelle citate in apertura non sono parole sue. Di recente, è tornato a ribadirlo un importante protagonista della rivoluzione digitale, Federico Faggin. Fisico di fama mondiale (è quello che ha inventato il microprocessore e il touch screen) da alcuni anni si dedica a tempo pieno allo studio scientifico della coscienza, nella convinzione che l’uomo non possa essere spiegato soltanto attraverso la materia.
Basta sfogliare “Oltre l’invisibile. Dove scienza e spiritualità si uniscono”, pubblicato nel giugno 2024, o “Irriducibile. La coscienza, la vita, i computer e la nostra natura”, dell’anno precedente. Dopo aver ricevuto un’educazione cattolica e aver successivamente attraversato una fase materialista e scientista, oggi Faggin – da scienziato – propugna una visione spirituale distante dal cristianesimo, ma incentrata sull’amore, considerato come la forza che muove tutto, senza però coinvolgere l’Intelligenza artificiale (IA), che non è minimamente in grado di amare o generare amore.
Lo scienziato invita a distinguere tra scienza e scientismo. La scienza è uno strumento straordinario di conoscenza, mentre lo scientismo riduce la realtà a ciò che può essere misurato nello spazio e nel tempo, escludendo tutto ciò che non è quantificabile. E in questo riduzionismo si perde proprio ciò che definisce cos’è l’umano. Niente potrebbe essere più in linea con l’approccio contenuto nell’enciclica di Leone XIV.
Per Faggin, un ruolo decisivo è svolto dal desiderio. Esso non è un semplice impulso biologico, ma una manifestazione della coscienza, espressione di significato e di intenzionalità. È proprio questa capacità di orientarsi verso ciò che ancora non esiste che distingue l’uomo dalla macchina. “Quando desideriamo – spiega Faggin – non stiamo soltanto reagendo a uno stimolo. Stiamo esercitando una forma di libertà creativa”.
Da qui deriva anche il limite strutturale dell’IA: per quanto sofisticata, essa resta priva di coscienza e dunque incapace di generare autentica novità. Le macchine possono elaborare informazioni e simulare comportamenti intelligenti, ma non possiedono quella dimensione interiore che rende possibile il significato, la creatività e il libero arbitrio. La sua conclusione, dunque, è netta: senza coscienza non c’è desiderio, e senza desiderio non c’è vera intelligenza. Per questo, anche nell’era delle macchine intelligenti, l’uomo resta irriducibile a qualsiasi algoritmo.
