L’arcivescovo Caiazzo per san Giovanni: “Rischiamo di vivere una fede reticente e incerta”

Cattedrale gremita per il patrono: "Giovanni continua a indicare Gesù presente in questo nostro tempo"

La processione di ingresso

L’omelia per la solennità del patrono della città di Cesena cui è dedicata la Cattedrale

Tanta gente in Cattedrale per il patrono

Pubblichiamo l’omelia che il vescovo di Cesena-Sarsina, l’arcivescovo Antonio Giuseppe Caiazzo, sta pronunciando in questo momento in Cattedrale, a Cesena, durante la Messa per la solennità di san Giovanni Battista, patrono della città di Cesena, trasmessa in diretta su Teleromagna. La chiesa è gremita e numerose le autorità civili e militari presenti, tra cui il sindaco di Cesena Enzo Lattuca con la Giunta, la parlamentare Alice Buonguerrieri, il sindaco di Longiano Mauro Graziano, il comandante dei Carabinieri di Cesena Maximiliano Papale, il dirigente del Commissariato Nicola Vitale, il direttore del Caps Stefano Dodaro. Sono numerosi anche i sacerdoti concelebranti, tra cui l’abate del Monte dom Mauro Maccarinelli, e i diaconi sull’altare.


Di seguito il testo integrale dell’omelia.

La nostra città in festa

Carissimi, è un giorno solenne per la Chiesa intera perché celebra la Solennità della Natività di San Giovanni Battista. Lo è ancor di più per la nostra città che lo venera come suo patrono. Occasione propizia per incontrarci come comunità religiosa, civile e militare. Saluto e ringrazio per la presenza le autorità civili e militari.

Il Battista indica Gesù

Giovanni Battista, a noi convenuti in questa Basilica Cattedrale, continua ad indicare Gesù presente in questo nostro tempo. Lo indicò agli abitanti dell’Impero Romano che aveva allargato i suoi confini, inglobando la Terra Santa, lo indica oggi a noi, perché impariamo a scrutare i segni dei tempi. Segni che hanno bisogno di essere letti, interpretati attraverso l’annuncio evangelico di quel Gesù che è presente nella storia. E lo capiamo meglio risentendo le parole di san Pietro nella seconda lettura: “Noi, infatti, secondo la sua promessa, aspettiamo nuovi cieli e una terra nuova, nei quali abita la giustizia” (2 Pt 3,11-13).

Giovanni è l’unico che, oltre Gesù e Maria, viene celebrato nel giorno della sua natività (24 giugno) e della sua morte (29 agosto). Giovanni è l’uomo che Dio ha scelto e inviato ad annunciare la speranza, la fiducia in un avvenire migliore che solo in Cristo, da lui indicato, trova compimento: “Viene uno che è più forte di me, al quale io non sono degno di sciogliere neppure i legacci dei sandali”.

Foto: PG Marini

Il rischio di vivere una fede reticente

Vorrei, comunque, soffermarmi su tre momenti particolari che emergono dal brano del Vangelo. Mi colpisce, prima di tutto, che Zaccaria, padre di Giovanni, diventa muto. Era addetto al culto nel Tempio del Signore. Cosa vuole significare il suo mutismo? Zaccaria è un uomo giusto e fedele agli insegnamenti del Signore. Eppure le azioni liturgiche che presiede sono sterili, non comunicano, non coinvolgono. Il mutismo indica il rischio che si corre nel vivere una fede reticente ed incerta, incapace di dialogare con il mondo, di capire il momento culturale, storico, di cogliere le nuove sfide che Dio stesso permette, perché dimostriamo di essere testimoni veri e autentici.

Sentiamo ma non ascoltiamo

Anche se il Vangelo non lo dice espressamente, si coglie che Zaccaria non solo è muto ma è anche sordo. Quando i suoi parenti gli chiedono il nome da dare al bambino, si esprime con dei gesti. Non vi pare che anche noi, in questo nostro tempo, stiamo correndo il rischio di non essere in grado di ascoltare la voce di Dio? Sentiamo ma non ascoltiamo. Situazione che si riscontra in tutti gli ambienti, dove, pur sentendo, risulta difficile ascoltare. Di conseguenza, se sordi, rimaniamo muti. Eppure, sia noi credenti che quanti si professano atei o agnostici, siamo invitati con urgenza ad ascoltare il grido di quella parte non esigua di umanità fortemente ferita nella sua dignità.

Ricostruire le coscienze richiede tempo

Le città bombardate è facile ricostruirle: forti interessi economici sono già pronti a farlo. Ma ricostruire le coscienze ingiustamente travolte da una furia omicida richiede molto tempo. Ci sarà bisogno soprattutto di instaurare un clima di misericordia, di perdono reciproco, di giustizia, di amore che ricolmi cuori sanguinanti. Situazioni dolorose che avranno conseguenze anche nel futuro. Gli errori si pagano sempre non per punizione divina ma per incapacità o scelta di comodo, nel rimanere muti e sordi di fronte ad ogni scelta scellerata che viola la dignità della persona dal suo concepimento al suo morire. Ogni tanto cito quest’affermazione di Martin Luther King: “Non ho paura della cattiveria dei malvagi, ma del silenzio degli onesti”.

Foto: PG Marini

Il ruolo della donna

La seconda cosa che mi colpisce è il ruolo della donna nella storia della salvezza, decisivo ed essenziale. Nel brano del Vangelo di Luca, oltre che in Maria, lo cogliamo in Elisabetta. È capace di andare contro corrente, vincendo le resistenze e le tradizioni del tempo che volevano necessariamente dare al nascituro un nome di famiglia, possibilmente del padre. Elisabetta si oppone in modo deciso e senza tentennamenti: “si chiamerà Giovanni”, e non come il padre che era sacerdote. Infatti nel progetto di Dio lui sarà un profeta: “Egli camminerà innanzi a lui con lo spirito e la potenza di Elia, per ricondurre i cuori dei padri verso i figli e i ribelli alla saggezza dei giusti e preparare al Signore un popolo ben disposto”.

La scelta di Elisabetta si pone nella direzione di chi ha il compito di educare il figlio a liberarsi da costrizioni religiose, ideologiche e culturali che spesso non contribuiscono alla crescita umana e spirituale. Una donna libera perché ha incontrato Dio nella sua vita e per questo vuole fermamente aiutare Giovanni, considerato dono di Dio, ad essere libero, facendo la volontà del Signore.

Fare la volontà di Dio significa camminare a testa alta

Da questo “no” di Elisabetta, donna, impariamo che fare la volontà di Dio non significa vivere da rassegnati, bensì camminare a testa alta, con la schiena diritta, contribuendo a tracciare strade che aiutino ogni generazione a percorrerle, a costruire ponti per incontrarsi, ad abbattere muri che dividono. Sono tanti i no a cui dovremmo ripensare per tornare a saperci relazionare per il bene di tutti. Leone XIV nella Magnifica Humanitas, parlando dell’Intelligenza Artificiale, sottolinea che, se è capace di elaborare dati e simulare conversazioni, non sarà mai in grado di amare, soffrire, sperare, vivere relazioni autentiche.

La tecnologia deve servire l’uomo

Appare chiaro che Il Pontefice non è contro la tecnologia, ma ci invita a governarla, affinché resti al servizio dell’uomo. Siamo tutti coinvolti, anche i non credenti: è a rischio il bene della convivenza futura, quella che si basa su rapporti di reciproco rispetto. Il dubbio, che diventa paura, è che nascano ulteriori disuguaglianze costruite su nuove caste basate proprio sul dominio informatico, e non crei “nuove forme di sfruttamento e di diseguaglianza fondate sul possesso degli algoritmi… abbiamo bisogno di trovare alla tecnica un fondamento etico, antropologico e sapienziale, di ribaltare il teorema secondo cui tutto ciò che è possibile sia giusto, per domandarci invece come fare affinché ciò che è giusto sia possibile” (Prefetto del Dicastero per la Comunicazione, Paolo Ruffini).

Foto: PG Marini

Chi sarà costui?

L’ultima cosa che brevemente sottolineo è l’interrogativo della gente: «Chi sarà costui?». L’evangelista Luca ci tiene a sottolineare che il bambino Giovanni sia da porre accanto a Gesù. Infatti se di Gesù dice che: “cresceva in sapienza, età e grazia”, di Giovanni: “il bambino cresceva e si fortificava”. Il verbo che usa è lo stesso quando parla della “Parola di Dio che cresceva e si diffondeva” (At 12,24). Giovanni è cosciente che lui deve diminuire e Gesù crescere (Gv 3,29-30).

Dice Leone XIV: “Davanti a Gesù riconosce la propria piccolezza e fa spazio alla grandezza di Lui. Sa di essere stato mandato a preparare la via al Signore e, quando il Signore viene con gioia e umiltà, ne riconosce la presenza e si ritira dalla scena. Quanto è importante per noi oggi la sua testimonianza: infatti, all’approvazione e al consenso, alla visibilità viene data spesso un’importanza eccessiva tale da condizionare le idee, i comportamenti e gli stati d’animo delle persone; da causare sofferenze e divisioni, da produrre stili di vita e di relazioni effimeri, deludenti, imprigionanti”.

Giovanni è la lampada, Gesù è la luce

Volendo sintetizzare possiamo dire che se Giovanni è colui che annunzia, Gesù compie ciò che viene annunciato. Se Giovanni è lampada, Gesù è la vera luce che viene nel mondo (Cf Gv 1,9). Se Giovanni indica a tutti l’Agnello di Dio, Gesù è l’Agnello di Dio che si immola sulla croce prendendo su di sé il peccato dell’umanità (Cf Gv 1,35-42). Se con Giovanni si chiude l’Antico Testamento, con Gesù si apre il Nuovo. Se Giovanni è presentato come l’amico dello sposo che custodisce la sposa, Gesù è lo sposo che celebra le nozze (Cf Mt 9,15).

Foto: PG Marini

Giovani Battista ci dice quale strada intraprendere

Carissimi, la festa della nascita di Giovanni Battista ci indica la strada da percorrere in questo nostro tempo, sfuggendo la tentazione di sterili ricordi, di tradizioni passate, di tradizionalismi vuoti e senza anima. È il tempo in cui siamo chiamati a mollare gli ormeggi della nave, uscire dal porto e avere il coraggio di navigare anche tra le tempeste della vita, con la certezza che il Signore ci precede sempre, cammina sulle acque dominandole e viene incontro a noi.

La Madonna e i suoi parenti (Elisabetta, Zaccaria e Giovanni) preghino per noi.

Così sia.