Dall'Italia
Guccini e Chieffo, un rapporto di stima e amicizia
Il racconto e i ricordi del figlio, Martino Chieffo, dopo la morte avvenuta ieri del cantautore italiano. "Si vedevano all'uscita di Forlì dell'A14. Ascoltavamo in religioso silenzio i suoi nuovi dischi. Si riconoscevano l'onestà intellettuale l'uno dell'altro"
Un legame che continua a stupire. “Mio padre era cattolico – ricorda Martino – e non faceva alcun mistero della sua fede. Anzi, ciò che lo caratterizzava era credo proprio il fatto che non la nascondeva e Guccini gli riconosceva che lui credeva davvero in quello che cantava”.
Non tentavano di convincersi l’un l’altro. Anzi la verità di ciascuno consentiva all’altro di essere pienamente sé stesso. Era la conditio sine qua non – spontaneamente data, certamente non imposta – su cui si fondava la storica amicizia tra l’agnostico Francesco Guccini, morto ieri (cfr pezzo al link qui sotto), e il cattolico di appartenenza ciellina Claudio Chieffo, comune denominatore cantautori.

Con l’intervista raccolta ieri al figlio di Claudio Chieffo, Martino, ripercorriamo le caratteristiche di un legame che continua a stupire. Né Francesco né Claudio, conferma Martino, interpretavano il proprio credo in maniera tiepida. Le loro posizioni erano decise, ben definite. Guccini non aveva certezza dell’esistenza di Dio, per Claudio tutto passava da lì. Credeva, semplicemente, profondamente, quasi ingenuamente.
“Ho visto tanti concerti di Francesco Guccini, ci andavo con il babbo. Ogni volta che passava da Forlì o Cesena – ripesca Martino tra i ricordi – andava a salutarlo e mi portava con sé. Guccini era un omone alto, grosso, con quel suo maglione lungo, una persona molto affascinante di cui ho chiaro ancora l’affetto con cui trattava il mio babbo”.
Avevano la percezione di trovarsi su due posizioni così diverse e teoricamente lontane?
Assolutamente. Guccini era trasparente, mio padre ne stimava l’onestà intellettuale. Guccini era certo delle sue posizioni. Era una persona curiosa. Credo di poter dire che fosse aperto – da un certo punto di vista – al mistero, per come ha sondato la profondità dell’essere umano. Era una persona di una intelligenza e sensibilità rare. Rispettava in Claudio il fatto di avere la fede. Entrambi riconoscevano l’onestà intellettuale dell’altro. Mio padre dal canto suo era cattolico e non faceva alcun mistero della sua fede. Anzi, ciò che lo caratterizzava era credo proprio il fatto che non la nascondeva e Guccini gli riconosceva che lui credeva davvero in quello che cantava.
Nessun tentativo di reciproca conversione?
No, tutt’altro. In un’occasione in cui intervistai Francesco ricordandogli la canzone a lui dedicata da mio padre, “Canzone per Francesco”, il cui testo a un certo punto dice “Devi attraversare il silenzio e la strada è una sola: è per la porta stretta di un’unica Parola”, Guccini mi rispose in modo molto onesto ringraziandomi, ma ricordandomi che: ‘Se uno non crede, non crede’.
La profondità della fede di suo padre può essere stata il vero presupposto per questa amicizia?
Ne sono convinto. Posso dire di aver percepito la stessa cosa nell’amicizia tra Claudio e Gaber. Era talmente vera e profonda la fede di Claudio che non potevi non rispettarlo perché lui a sua volta rispettava te. Anche Gaber gli riconosceva una fede profonda, quasi ingenua. Disarmante. Era una fede talmente vera, semplice e profonda che lo rispettavano per quello.
C’era tra loro prima di tutto una comunione artistica…
Guccini rispettava mio padre anche per il suo modo di fare cantautorato. Lo riconosceva come collega. Avevano riferimenti in comune. Bob Dylan era il loro “mostro” musicale, e poi Lou Reed, Neil Young, la musica folk americana e la tecnica del fingerpicking, la passione per le chitarre. Mio padre ne possedeva tante… non saprei dire quante. Erano due estimatori, alcune chitarre le avevano fatte produrre dallo stesso liutaio. Per quanto fosse chiaro a entrambi che Francesco suonasse molto meglio, ciò non rappresentava un minus. Si riconoscevano entrambi la capacità di andare a fondo con una canzone.
Si è sentita l’espressione “Chieffo è il Guccini cattolico”…
Non è un’etichetta che mio padre accetterebbe. Non si è mai permesso nella sua umiltà di paragonarsi a chi, per lui, era un gigante della musica. Ricordo benissimo il silenzio religioso col quale ascoltavamo i dischi di Guccini, quando uscivano. Durante l’ascolto in casa regnavano la cura e l’attenzione più assolute. E la stessa cosa mio padre usava farla quando nei trasferimenti per i concerti, ascoltavano e riascoltavano con i suoi musicisti i brani per arrivare alla comprensione intima delle canzoni. Una grande scuola.
La loro era una frequentazione assidua?
“Negli anni 70/80 era una frequentazione assidua. Ho trovato diverse volte nelle agende di Claudio l’appunto “Guccini, casello A14 alle ore…”. All’epoca non c’erano i telefoni cellulari e capitava che Francesco, magari dirigendosi verso Pesaro, passasse dal casello di Forlì. Allora si davano appuntamento a una certa ora per incontrarsi e chiacchierare. Poi con l’età e il ritiro di Francesco a Pavana la frequentazione si è diradata. Ma non l’affetto e la stima. Quando mio fratello Benedetto chiese a Francesco – che ormai non cantava né scriveva più – di registrare un brano di Claudio per il suo disco, Guccini non accettò, ma volle sostenere economicamente il progetto…
E poi succedevano le classiche cose che cementano l’amicizia, riacciuffa il racconto Martino, come quella volta che il babbo era stato a cantare, in Russia o forse in Polonia e aveva acquistato un colbacco dell’Armata rossa. Guccini a un concerto lo vide da lontano e lo volle a tutti i costi, donandogli in cambio un basco confezionato all’uncinetto dalla moglie (la prima, madre di Teresa Guccini, Angela Signorini, ndr).
Come potrebbero confrontarsi oggi sul tema del fine vita?
Erano due uomini intellettualmente profondi. Entrambi avevano a cuore l’essere umano. Avrebbero pensieri diversi, ma mai banali e dettati da una profonda capacità di ascolto e umanità. E per questo meritevoli di rispetto.