Se anche la tecnologia può aiutare a conquistare la libertà digitale

Con l’arrivo di settembre e la ripresa delle attività scolastiche si torna a parlare del rapporto fra il mondo dell’educazione e le tecnologie digitali, con i software di intelligenza artificiale (IA) osservati speciali.

L’Unione Europea, insieme all’Ocse, sta lavorando a un quadro di alfabetizzazione all’IA per la scuola primaria e secondaria: l’obiettivo non è soltanto insegnare come funziona, ma anche quali sono i suoi limiti, come valutarne le risposte e quali problemi etici e sociali comporta.

Parallelamente, cresce anche lo sforzo per controllare l’uso della tecnologia sui banchi. Il caso degli smartphone è emblematico. Secondo l’Unesco, nel marzo 2026 ben 114 sistemi educativi, il 58 per cento del totale mondiale, avevano introdotto un divieto nazionale o restrizioni all’uso dei telefoni cellulari nelle aule.

La Svezia, dopo anni di forte digitalizzazione, sta addirittura tornando a investire sui libri cartacei: le esperienze di una scuola quasi completamente digitale non hanno prodotto i miglioramenti attesi e il Paese sta cercando un maggiore equilibrio tra strumenti digitali e competenze fondamentali come leggere, scrivere e far di conto.

In questo contesto spicca l’esperienza di LockBox, un progetto lanciato dall’Università Luiss e introdotto nel 2026 anche dal Campus Bio-Medico di Roma. L’idea è quasi disarmante nella sua semplicità: utilizzare la tecnologia per aiutarci a staccarci dalla tecnologia.

Come funziona? Attraverso un’app, lo studente sceglie le applicazioni che lo distraggono maggiormente – social, video, messaggistica e simili – e avvia una sessione di “disconnessione”. Durante quel periodo quelle app vengono bloccate. Per tornare online bisogna raggiungere una delle apposite LockBox fisiche presenti negli spazi dell’università e avvicinare il telefono. Nel frattempo, il tempo trascorso offline viene trasformato in monete digitali, utilizzabili per ottenere premi, sconti e altre ricompense.

Detto così, sembra quasi un paradosso: abbiamo bisogno di un’app per ricordarci di non usare le app.

Eppure la trovata affronta una questione molto seria. Secondo i dati riportati dai due atenei, arriviamo a controllare lo smartphone oltre cento volte al giorno; tra gli studenti italiani il 77 per cento dichiara una qualche forma di dipendenza e oltre il 90 per cento riconosce conseguenze sul proprio benessere psicofisico.

Il problema non è dunque l’IA. È chi decide che cosa facciamo con il nostro tempo.

E la domanda decisiva non è: quanta tecnologia dobbiamo mettere a scuola? È un’altra: quale scuola vogliamo costruire nell’epoca della tecnologia?