Padre Bormolini al Don Baronio: “Abbiamo fatto della morte un nemico, invece è un passaggio”

Un incontro sulla "cura del fine vita e del fine della vita". L'importanza di rispondere al bisogno spirituale delle persone malate. La fotogallery

(foto: Sandra e Urbano fotografi, Cesena)

In occasione del centenario dell’Opera Don Baronio (8 dicembre 1926), e nel quadro delle commemorazioni per gli 800 anni della morte di san Francesco d’Assisi (4 ottobre 1226), il teatro del Don Baronio di Cesena ha ospitato ieri pomeriggio un incontro pubblico, molto partecipato, sui temi della cura, dell’assistenza e della dimensione spirituale nelle fasi conclusive della vita. Al centro, la relazione dell’antropologo e ricercatore, padre Guidalberto Bormolini.

Saluti introduttivi: focus sulla dignità della persona

Il presidente Enrico Ghirotti ha ripercorso la storia dell’Opera Don Baronio, nata per offrire sostegno agli orfani del primo dopoguerra e trasformata nel tempo in una struttura residenziale di riferimento per anziani non autosufficienti. “Parliamo spesso di terapie, di protocolli, di procedure – ha introdotto -. Oggi vogliamo ripartire da un uomo che di protocolli non ne aveva, ma che ha scritto la prima vera regola della cura: san Francesco“.

Il vescovo di Cesena-Sarsina, l’arcivescovo Antonio Giuseppe Caiazzo, ha sottolineato che “la vita è sempre preziosa, dal concepimento al suo termine naturale. È un dono di Dio che viene dall’alto e a Dio ritorna. Il nostro compito fondamentale è accompagnare la sofferenza, la solitudine e i momenti di tristezza per illuminarli, senza ergerci a giudici della storia. In un’epoca in cui rischia di prevalere la cultura della morte a vari livelli, dobbiamo essere seminatori e testimoni d’amore verso la vita”.

Presente anche l’assessore alla Cultura Camillo Acerbi, che, nel suo saluto, ha sottolineato come “il terreno del confronto sulla dignità dell’uomo deve appartenere all’intera cittadinanza e non essere relegato a una sola componente della società”.

La fine e il fine della vita

Nel suo intervento, padre Bormolini, introdotto da padre Filippo Gridelli, guardiano dei Cappuccini di Cesena, ha analizzato il valore del modello francescano applicato all’assistenza sanitaria, ponendo l’accento sulla centralità della relazione interpersonale rispetto al solo adempimento tecnico-prestazionale, avendo cura “sia della fine della vita, fenomeno temporale e biologico, sia del fine della vita, lo scopo, il significato dell’esistenza”. Il relatore ha ricordato che, se per san Francesco la morte era “sorella”, “la nostra società soffre di una grande illusione: non solo evita la morte, ma cerca di occultarla”. Questo, ha detto, “non cancella l’angoscia, ma la trasforma in un “tumore silente” che erode la vita dall’interno, portando le persone a compiere scelte esistenziali errate e condizionate dalla paura impreparata“. Da qui si passa alla formula fine vita come interruzione volontaria della vita.

La morte da nemico a passaggio

Padre Bormolini ha poi ricordato che “nella lingua greca classica esistono due termini distinti per definire la vita: Bíos, la vita biologica, la durata temporale della natura corporea, e Zoé, la vita con la “v” maiuscola, la Vita traboccante ed eterna che trascende la sola dimensione biologica. Appiattendo il significato della parola “vita” sulla sola dimensione biologica (Bíos), la morte appare come l’opposto e il nemico assoluto. Se invece comprendiamo che la morte è un fenomeno interno alla Zoé (alla Vita infinita), così come il tramonto è un fenomeno del giorno o l’inverno è parte del ciclo della natura, la morte smette di essere un nemico e diventa un passaggio“.

Solo l’amore resta

Per il relatore, “se si separano le due celebri frasi latine Memento mori (“Ricordati che devi morire”) e Carpe diem (“Cogli il giorno”), si generano due distorsioni: il Memento mori isolato diventa moralismo cupo, mentre il Carpe diem isolato scade nel consumismo frenetico. Unite insieme, invece, ci offrono la chiave della felicità autentica. La felicità reale risiede unicamente nelle relazioni d’amore e di cura, non nell’accumulo di oggetti“. A conferma di questo, ha aggiunto, “l’infermiera neozelandese Bronnie Ware, nel raccogliere i principali rimpianti delle persone in punto di morte, ha evidenziato come nessuno rimpianga il denaro o il successo non raggiunto, ma tutti lamentino di non aver dedicato tempo sufficiente agli affetti, all’amore e alle relazioni vere”. Per padre Bormolini “l’individualismo esasperato è il tumore della società. La morte ci ricorda che le cose materiali non durano, mentre ciò che si è donato nell’amore resta per sempre”.

Cura integrale

Nel suo intervento, l’antropologo, da anni è impegnato nell’accompagnamento spirituale nei percorsi di malattia, ha richiamato l’importanza di rispondere al bisogno spirituale delle persone malate e delle loro famiglie. “Stiamo lavorando all’integrazione della Legge 38 sulle cure palliative, affinché l’assistenza spirituale sia garantita da équipe multidisciplinari“. Questo perché l’Oms stabilisce con chiarezza che “la cura della persona affetta da malattia grave deve essere “integrale”, indirizzandosi a tre dimensioni inscindibili: corpo, psiche e spirito. Non ha senso dibattere a valle su scelte estreme se prima non si garantiscono a monte le cure palliative e l’accompagnamento integrale della sofferenza”.


Di seguito, la fotogallery della conferenza a cura di Sandra e Urbano fotografi (Cesena).

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