Guerriglia in strada. Mario Pollo (antropologo): “Ragazzi derubati di infanzia e valori. Adulti concentrati solo sui desideri”

Prima Torino poi Milano e Bologna. Ma è soprattutto nel capoluogo lombardo che le proteste e la guerriglia hanno messo a ferro e fuoco le strade. Mario Pollo, antropologo dell’educazione, già docente di sociologia e pedagogia all’Università Lumsa, cerca di mettere in fila i segnali di un disagio che era ed è evidente

Milano, 17 ottobre 2026: scontri durante la manifestazione ‘Italia In Piazza’. La protesta per il carovita diventa guerriglia. Foto Ansa/SIR
Milano, 17 ottobre 2026: scontri durante la manifestazione ‘Italia In Piazza’. La protesta per il carovita diventa guerriglia. Foto Ansa/SIR

L’esperto cerca di mettere in fila i segnali di un disagio che era ed è evidente in una generazione smarrita, vittima di una grave carenza educativa, caratterizzata da adulti infantilizzati e focalizzati sul consumo, incapaci di insegnare il valore del limite e della frustrazione.

Prima Torino poi Milano e Bologna. Ma è soprattutto nel capoluogo lombardo che le proteste e la guerriglia hanno messo a ferro e fuoco le strade. A scagliare le mazze contro le vetrine dei supermercati, delle auto che cercano di fuggire dalla violenza, sono giovani, giovanissimi. Incappucciati, alcuni con indosso le maschere di Spiderman (retaggio di un’infanzia scivolata troppo in fretta), molti erano impegnati a riprendere con i cellulari le loro “gesta”. Proprio su quegli smartphone si sono dati appuntamento in piazze e vie del centro elegante, dove i negozi espongono gli oggetti dei loro desideri e le case hanno prezzi inaccessibili. Con l’agenzia Sir, Mario Pollo, antropologo dell’educazione, già docente di sociologia e pedagogia all’Università Lumsa, Prima Torino poi Milano e Bologna. Ma è soprattutto nel capoluogo lombardo che le proteste e la guerriglia hanno messo a ferro a fuoco le strade. A scagliare le mazze contro le vetrine dei supermercati, delle auto che cercano di fuggire dalla violenza, sono giovani, giovanissimi. Incappucciati, alcuni con indosso le maschere di Spiderman (retaggio di un’infanzia scivolata troppo in fretta), molti erano impegnati a riprendere con i cellulari le loro “gesta”. Proprio su quegli smartphone si sono dati appuntamento in piazze e vie del centro elegante, dove i negozi espongono gli oggetti dei loro desideri e le case hanno prezzi inaccessibili. Con il Sir, Mario Pollo, antropologo dell’educazione, già docente di sociologia e pedagogia all’Università Lumsa, cerca di mettere in fila i segnali di un disagio che era ed è evidente in una generazione smarrita, vittima di una grave carenza educativa, caratterizzata da adulti infantilizzati e focalizzati sul consumo, incapaci di insegnare il valore del limite e della frustrazione. Agli elementi si aggiunge il fallimento dell’integrazione culturale delle seconde generazioni, spesso intrappolate tra il multiculturalismo isolante e l’assimilazione forzata, senza punti di riferimento condivisi.

Professore, a Milano l’80 per cento dei fermati dopo i violenti scontri è minorenne. Alcuni di loro hanno 11 o 12 anni. È una doccia freddissima per una società impreparata?
Sì. Anche se da decenni, alcuni studiosi avevano già individuato la scomparsa dell’infanzia. I ragazzi che diventano precocemente maturi, non in un senso positivo o di maturità esistenziale, ma perché assumono linguaggi, stili e comportamenti tipici delle fasce adulte senza aver sviluppato una vera maturità. Contestualmente, si assiste a un processo inverso per cui gli adulti diventano sempre più infantili: un’infantilizzazione del mondo adulto legata all’egocentrismo che mette al centro i propri bisogni. Si creano così ragazzi precocemente adulti e adulti tardivamente infantili, una miscela che fa scomparire le tradizionali sette età dell’uomo. Un segno di questa trasformazione si vedeva già oltre vent’anni fa negli Stati Uniti (ad esempio nello Stato di New York), dove a 13 anni i ragazzi venivano processati come adulti.

C’è una crisi della funzione educativa?
Le carenze educative non riguardano l’offerta di apprendimenti o le tecniche didattiche, che oggi sono persino più avanzate sul piano tecnico. La crisi riguarda l’educazione vera e propria, cioè la formazione della persona, la scoperta della propria vocazione e delle proprie potenzialità, e la capacità di dare un senso alla propria vita ponendosi mete e obiettivi che vadano oltre la semplice soddisfazione del desiderio. L’educazione dovrebbe permettere di scoprire il proprio ruolo nel mondo, un ruolo capace di dare senso e di sviluppare l’unicità di ciascun ragazzo.

È l’esaltazione del desiderio a influenzare il loro agire e la società che li circonda?
Il desiderio è diventato il principale motore dell’economia basata sui consumi. I prodotti non vengono scelti per la loro qualità o per la cura con cui sono stati fatti, ma per la capacità di suscitare desiderio. Tutta la politica del consumo si basa sul soddisfacimento del desiderio, una dinamica a cui gli adulti non sono estranei (come dimostrano le lunghe code per acquistare un nuovo smartphone). Ci si trova così in una crisi profonda con il desiderio al centro, ma con l’impossibilità per molti ragazzi di soddisfarlo a causa della mancanza di risorse economiche o delle condizioni ambientali in cui vivono.

Da qui, l’emergere della violenza in risposta all’assenza di valori condivisi e al senso di frustrazione.
L’affermazione sociale passa sempre più attraverso la capacità di imporsi agli altri, anche mediante l’aggressività. Questo è alimentato da leader politici che superano le regole del diritto internazionale muovendosi solo sulla logica del più forte, oltre che da media, videogiochi e spettacoli incentrati sulla violenza, che diffondono l’ideologia secondo cui si possono superare i propri limiti attraverso la forza. A questo si aggiunge una profonda crisi di valori: mancano valori interiorizzati (religiosi, politici o altruistici) capaci di trascendere i bisogni immediati e di porre la persona all’interno di un progetto che dia senso alla vita andando oltre la chiusura individuale.

Cosa significa educare al limite e qual è il suo valore formativo?
Educare al limite non significa semplicemente ‘dire dei no’, ma aiutare i ragazzi a scoprire le proprie potenzialità all’interno dei limiti in cui si trovano, trasformando la costrizione del limite in un’opera creativa. Come evidenziavano già i primi filosofi greci, un desiderio che non incontra un limite diventa fonte di distruttività e di morte. Nella società attuale i limiti non sono riconosciuti né accettati. L’incapacità di accettare i limiti porta l’esercizio della violenza a diventare la via maestra per l’affermazione di sé, soprattutto per chi vive in condizioni deprivate o sente di non potersi realizzare. Inoltre, educare al limite significa insegnare ad accettare la sofferenza, la sconfitta, il sacrificio e la propria debolezza, trovando proprio nella consapevolezza della debolezza la vera forza.

E gli adulti stanno a guardare…
Da alcuni decenni gli adulti hanno smesso di considerare le nuove generazioni come il proprio futuro e non investono su di esse per proseguire il cammino della civilizzazione. In Italia, l’investimento sui giovani è alquanto scarso e limitato: i ragazzi non vengono valorizzati e vengono spesso tenuti a lungo in una sorta di ‘giardino protetto’ per evitare che interferiscano o diventino concorrenziali rispetto alla condizione adulta.

Molti dei ragazzi che erano nelle strade provengono da famiglie di origine straniera. Il modello del multiculturalismo ha fallito?
§I problemi legati ai giovani di seconda generazione derivano da una mancata integrazione equilibrata. Già all’inizio degli anni ’90 il sociologo Zygmunt Bauman denunciava i limiti del multiculturalismo spinto, il quale sostiene che non ci sia bisogno di assumere i valori della società ospitante. Questo approccio ha portato alla mancanza di un modello condiviso di essere umano. Si sono così creati due estremi errati: da un lato il multiculturalismo spinto (che lascia la libertà di esercitare la propria cultura d’origine senza fare i conti con la realtà ospitante), dall’altro l’assimilazionismo rigido (che impone di dimenticare le proprie radici). Non sono stati elaborati percorsi educativi capaci di far entrare in equilibrio le radici d’origine con i valori del Paese in cui si vive, provocando in molti giovani un senso di chiusura e di anomia (concetto già individuato da Durkheim), per cui la trasgressione delle norme diventa l’unico modo per cercare la propria realizzazione.

Anche le disuguaglianze economiche e la trasformazione del tessuto urbano accentuano la crisi sociale?
Oggi esistono divari retributivi abissali, con manager che guadagnano cifre spropositate o individui che da soli dispongono di risorse superiori al Pil di intere nazioni. A queste disuguaglianze economiche si aggiunge una trasformazione urbanistica delle città che favorisce le fasce privilegiate ed espelle le persone meno abbienti verso le periferie o i comuni lontani a causa dell’aumento dei costi e della gentrificazione. In più si assiste al degrado e alla mancanza di manutenzione delle case popolari e al venir meno di strumenti di edilizia sociale, come i piani casa o le cooperative a proprietà indivisa. A dimostrazione di una città che punta solo sulla ricchezza invece di rispondere a tutte le fasce sociali.. Agli elementi si aggiunge il fallimento dell’integrazione culturale delle seconde generazioni, spesso intrappolate tra il multiculturalismo isolante e l’assimilazione forzata, senza punti di riferimento condivisi.