Cassani al Rotary Valle del Rubicone: “Oggi i ciclisti sono macchine perfette. Pogacar è un fenomeno”

I ricordi degli inizi, della coppa Placci e della beffa con Chiappucci. "Il ciclismo è fatica, ma ti fa conoscere te stesso". Roberto Conti racconta di Pantani e del trionfo all'Alp d'Huez. "In certi frangenti vengono fuori energie che pensavi di non avere"

Nella foto, da sinistra: Alessandro Buda, Pino Buda, Roberto Conti, Davide Cassani, Andrea Prati, Filippo Cicognani, Klodian Matija e Igor Imbroglini
Nella foto, da sinistra: Alessandro Buda, Pino Buda, Roberto Conti, Davide Cassani, Andrea Prati, Filippo Cicognani, Klodian Matija e Igor Imbroglini

Commissario tecnico della Nazionale di ciclismo su strada maschile per sette anni. L’avventura in Rai dopo un infortunio e una telefonata di Marino Bartoletti. Sono 800 mila i chilometri percorsi su strada. Sette maratone di New York all’attivo. La 100 chilometri del Passatore

A sette anni decisi che avrei corso in bicicletta

La prima bicicletta arriva a 14 anni. Ma già a sette anni, Davide Cassani aveva deciso che avrebbe fatto il corridore. Era il 1968. Il padre camionista, uno che parlava poco in casa, con la passione per il Bologna calcio e per Felice Gimondi, lo portò a Imola a vedere. “In quel giorno – ricorda il commentatore Rai ieri sera alla conviviale del Rotary club Valle del Rubicone, presieduto quest’anno dall’architetto Andrea Prati – decisi che avrei fatto quel mestiere nella vita: correre in bicicletta”.

L’esperienza con il calcio

Come tutti i bambini di quegli anni, Cassani inizia con il calcio. Prima con il Solarolo, la squadra della cittadina in provincia di Ravenna in cui è cresciuto, poi con il Castelbolognese. “La mia fortuna – racconta – fu un mister che mi faceva giocare una partita sì e una no. E la panchina è l’esperienza peggiore per ogni bambino”.

A certe figure non assisteremo più, in casa Cassani

“Babbo, queste figure non te le farò fare”. Cassani fa memoria di un episodio familiare. Con il padre andarono sulle colline faentine per aspettare il passaggio del fratello, di tre anni maggiore, che gareggiava. Aspettarono invano fino al transito dell’ultimo corridore. Se ne tornarono a casa delusi. Quindi il commento e la decisione che non ci sarebbero più state figuracce del genere, in casa Cassani.

Ragioniere con 37/60

La mamma, che proveniva da una famiglia di mezzadri, vuole che il figlio Davide vada a scuola. E lui, diligente, frequenta le medie e si iscrive a ragioneria che completa con 37/60 all’esame di maturità. “Conciliavo l’allenamento con lo studio, al minimo, per non ripetere anni scolastici e per non farmi rimandare a settembre: non potevo permettermi di dover studiare in estate. Ma la mamma insisteva, dopo il diploma: devi trovarti un lavoro”.

Professionista dal 1982: è stata una gran bella avventura

Nel 1982 Cassani diventa professionista, anche se comprende subito che non avrebbe mai vinto un Giro o un Tour de France. La prima vittoria arriva nel 1987, con la Carrera. Nel 1996, al Tour comincia a capire che ormai è sul viale del tramonto. Arriva un infortunio abbastanza grave. Ci vogliono mesi per recuperare la frattura dell’omero. Nel frattempo giunge una chiamata del giornalista sportivo Marino Bartoletti: vieni in Rai, gli dice. Lì avviene la svolta. “Poi ho fatto il Commissario tecnico della Nazionale di ciclismo su strada maschile dal 2014 al 2021e adesso sono tornato a commentare il ciclismo. Morale: è stata una gran bella avventura”, ma secondo i criteri della mamma, Cassani deve ancora iniziare a lavorare.

Meglio arrivare ultimi che ritirarsi

La serata, cui prende parte anche l’assistente del governatore, Filippo Cicognani, e vede la partecipazione del grande appassionato di ciclismo e fondatore della Sidermec, Pino Buda, è ricca di aneddoti. Come quello del Tour del 1993. “Avevo la maglia a pois – racconta Cassani che da inizio carriera ha percorso sui pedali 800 mila chilometri, venti volte il giro della Terra – quella di miglior scalatore, solo perché all’inizio danno punti sulle salitelle. Arriva un tappone sulle Alpi. Piano piano, io che non sono uno scalatore, scivolo in fondo al gruppo. Rischio di arrivare fuori tempo massimo. Non ne avevo più. In quei frangenti ti senti svuotato. Ho tenuto duro fino alla fine. Ce l’ho fatta per pochi secondi, ma ero orgoglioso: meglio arrivare ultimo che ritirarsi”.

In sella non si può vivere di rendita

Il ciclismo è fatica, “ma ti offre l’opportunità di conoscere te stesso – confessa Cassani che ancora oggi percorre 10 mila chilometri l’anno e ha commentato nella sua ormai lunga carriera televisiva 20 Tour de France -. In sella non puoi vivere di rendita. Uno che corre deve essere sempre controllato. Non si può sgarrare, Costa sacrifici vivere tutto questo, ma con la passione tutto diventa bello”.

Chiappucci-Cassani: due polli

Sollecitato dal pubblico, Cassani ricorda la Coppa Placci del 1992. Il giorno dopo Tuttosport titolò: Chiappucci-Cassani: due polli. “Eravamo in fuga. Avevamo un po’ di vantaggio, ma proprio alla fine nessuno dei due voleva tirare, in attesa dello sprint finale. Il belga Bruyneel ci beffò, arrivando di rincorsa, mentre noi eravamo ancora lì che ci studiavamo”, come le immagini che si possono trovare online con il commento di Adriano De Zan mostrano ancora oggi con implacabile evidenza.

Pantani a Fontanelli, nei ricordi di Conti: stai qui che ci divertiamo

Alla serata partecipa anche faentino Roberto Conti, classe 1964, gregario di Marco Pantani. Sono numerosi i ricordi del campione di Cesenatico, tra cui una famosa frase in dialetto a Fontanelli che non voleva partecipare al Tour del 1998: Sta a que parché as divartem (Stai qui perché vedrai che ci divertiremo, ndr). Per Conti la domanda d’obbligo riguarda il suo trionfo nel 1994 all’Alp d’Huez, mitica salita che rimane nella storia, con un tornante dedicato ai vincitori di tappa. “In quelle occasioni – confessa Conti – vengono fuori energie che non credi di avere. Il pubblico ti spinge” e uno va dove mai avrebbe immaginato.

Le bici di oggi sono come spade. Tutto è controllato. Pogacar? Un fenomeno

Oggi Cassani fa il ricognitore di tappa, oltre a essere presidente dell’Apt Emilia Romagna, l’Azienda di promozione turistica, un ruolo istituzionale che ben sposa con quello di commentatore televisivo. In sella alla biciletta esplora le salite più insidiose, nonostante i 65 anni. Nel tempo è diventato anche podista. Ha all’attivo una ventina di maratone, tra cui sette di New York con tempi sotto le tre ore, a una media di quattro minuti a chilometro. È arrivato settantesimo alla 100 chilometri del Passatore, da Firenze Faenza, con il traguardo sotto casa sua, nel cuore della città dove ora abita. Del ciclismo di oggi dice: “Le biciclette sono come spade. I materiali aiutano tanto a migliorare le prestazioni. Tutto è più controllato. Si sbaglia pochissimo. Le squadre hanno il cuoco al seguito. Si verifica la massa grassa, ridotta fino al 5 per cento. I corridori ormai sono macchine perfette. I parametri dei professionisti di qualche tempo fa ora sono raggiunti dagli juniores”.

Prima c’è stato Merckx, ora c’è Pogacar

L’ultima battuta è per Tadei Pogacar, il campione indiscusso degli ultimi anni. “È un fenomeno”, taglia corto Cassani, lasciando intendere che contro certi mostri sacri non ce n’è per nessuno. “Un tempo c’era Merckx. Oggi c’è Pogacar”. Il resto rimane in scia, nel vento.