Il lettore Rava pone la questione: “Di chi sono i nostri giorni?”

Dopo l'editoriale sul n. 28 dell'edizione cartacea dal titolo "Diritto alla cura"

Nella foto, la prima pagina del giornale del 30 luglio con il titolo e l'attacco dell'editoriale oggetto della lettera di Andrea Rava
Nella foto, la prima pagina del giornale del 30 luglio con il titolo e l'attacco dell'editoriale oggetto della lettera di Andrea Rava

“Chi di noi si è mai dato la vita da solo?”, si chiede il direttore nella risposta

La lettera di Andrea Rava

Caro direttore, ho letto con molta attenzione il recente editoriale (cfr prima pagina del n. 28 del 30 luglio scorso, nelle tre edizioni cartacee, ndr) firmato da te insieme a Daniela Verlicchi. Il tema che avete sollevato — la nuova proposta di legge sul fine vita in Emilia-Romagna — tocca le corde più intime della nostra coscienza, e vi ringrazio per aver offerto alle nostre comunità uno spazio di riflessione così necessario.

Mi trovo a scrivervi dopo aver rivisto, in una recente serata in un’arena della nostra città, il film La grazia di Paolo Sorrentino. La pellicola, con la straordinaria interpretazione di Toni Servillo nel ruolo del presidente De Santis, ha fatto riemergere in me con forza la domanda che la figlia Dorotea pone al padre durante una delle scene più intense: “Di chi sono i nostri giorni?”.

Da cattolici, la risposta che sentiamo risuonare nel profondo è che i nostri giorni appartengono a Dio. Tuttavia, proprio il personaggio di De Santis, nella sua solitudine istituzionale e umana, ci mette di fronte a una realtà più complessa: il dovere laico di una comunità di farsi carico della sofferenza di tutti, senza rifugiarsi esclusivamente dietro dogmi o certezze precostituite.

L’editoriale giustamente invoca il “diritto alla cura” come alternativa al “diritto a morire”. Condivido questa urgenza: la cura deve essere la nostra priorità assoluta. Ma, guardando il tormento del protagonista di Sorrentino, mi domando se il nostro rigore non rischi di diventare una forma di chiusura difensiva. Mi pongo, in particolare, un interrogativo che scava nel vivo del nostro vivere civile: in uno Stato che ha già riconosciuto la legittimità dell’aborto — accettando di legiferare sulla vita nascente — è davvero coerente negare la libertà di scegliere la propria fine a chi, nella piena consapevolezza, chiede di porre termine a un dolore che non trova più conforto?

Se l’autodeterminazione è il principio su cui si fonda gran parte della nostra architettura giuridica contemporanea, non rischia di diventare un controsenso umano e legislativo rifiutarla proprio nel momento estremo della fragilità?

La “grazia”, intesa non solo come atto di clemenza del Capo dello Stato, ma come postura di un’umanità che sa sostare di fronte al mistero del limite, forse non sta nell’imporre la vita come un obbligo amministrativo o morale, quanto nel saper accompagnare con compassione chi, davanti allo specchio della propria sofferenza, si pone l’unica domanda che conta: a chi appartengono, infine, i nostri giorni?

La laicità delle istituzioni non dovrebbe misurarsi sulla capacità di interdire la scelta ultima, ma sulla vertigine di farsi carico del dolore dell’altro, accettando che talvolta il bene più alto sia il rispetto di una libertà dolente.

Vi ringrazio per l’opportunità di questo confronto e vi porgo i miei più cordiali saluti.

Andrea Rava – Faenza (RA)

La risposta del direttore

Caro Rava, prima di tutto grazie infinite per la lettera, per l’assiduità con la quale segui il giornale (tu nell’edizione faentina del Piccolo) e per le argomentazioni che porti in questo tuo scritto pieno di attenzioni alla persona anche nelle fasi più delicate, e controverse, della vita umana.

Nell’editoriale scritto a quattro mani con la collega Daniela Verlicchi abbiamo parlato di “diritto alla cura” come mezzo per ribattere alla richiesta del diritto a morire. Se venisse alleviato il dolore a chi soffre, ci siamo chiesti ad alta voce, quanti ammalati ancora chiederebbero di farla finita? Poi abbiamo cercato di andare oltre e abbiamo sostenuto che “la vita non è mai un fatto privato. Non è una questione cattolica né di fede”. Chi di noi, nei secoli, nei millenni, uomini e donne, potenti della terra e semplici abitanti di questo pianeta, chi si è mai dato la vita da solo? A mio avviso sarebbe sufficiente rispondere a questo quesito. Se nessuno è venuto al mondo da sé, vuol dire che nessuno può disporre della sua vita, visto che nessuno detiene le leve dell’esistenza stessa.

Appunto: “Di chi sono i nostri giorni?”. Di chi? La vita è il massimo dono che ciascuno di noi ha avuto. Non si tratta di questioni di fede. Tutto questo attiene alla sfera umana dell’esistenza. Poi la fede ci aiuta a comporre qualche ragionamento? Ma siamo sempre nel campo della ragione. La fede illumina l’umano. Se quello che comprendo è il meglio possibile anche umanamente, allora cerco di proporlo a tutti, senza imporlo. È la storia del tesoro nel campo. So che si trova in quel dato luogo: vendo tutto quello che ho e compro quel campo. Ai miei amici propongo la stessa avventura. Così faccio con tutti quelli che incontro. Questo vale in tutta la sfera umana, anche in tema di rispetto della vita, dal concepimento alla morte naturale. E vale sempre e comunque.

Poi, se ci riesco, mi adopero perché queste ragioni possano trovare riverbero anche nelle leggi che disciplinano il nostro convivere da cittadini. Si può parlare di invadenza in questi casi? Si può parlare della fede che non lascia spazio al pensiero laico? Per me, ne sono convintissimo, si tratta di difendere la vita, un bene indisponibile e inalienabile. Oggi, invece, una mentalità diffusa fa credere che ciascuno di noi possa disporre almeno del morire. “Se il padrone di casa sapesse a che ora viene il ladro, non si lascerebbe scassinare la casa…”. Di chi sono quindi i nostri giorni? Ciao. Alla prossima.

Francesco Zanottidirettore