Il ravennate fra Francesco Ravaioli a Gerusalemme tra i cattolici di lingua ebraica, “troppo piccoli per essere minoranza”

A Gerusalemme l'incontro dei giornalisti dell'Ucsi Emilia-Romagna con la comunità guidata dal vicario patriarcale, don Piotr. Una piccola chiesa, sul confine tra culture e identità diverse, un confine che è anche relazione, si è data una missione: “Quella di far capire che le lacrime delle mamme israeliane e palestinesi sono le stesse, di qua e di là dal confine”.

Gerusalemme, sabato 14 febbraio 2026. Don Piotr a centro, vicino al vescovo di San Marino-Montefeltro, monsignor Domenico Beneventi. Con loro il gruppo dei giornalisti Ucsi Emilia Romagna e fra Francesco Ravaioli, originario di Ravenna
Gerusalemme, sabato 14 febbraio 2026. Don Piotr a centro, vicino al vescovo di San Marino-Montefeltro, monsignor Domenico Beneventi. Con loro il gruppo dei giornalisti Ucsi Emilia Romagna e fra Francesco Ravaioli, originario di Ravenna

Tra i tanti incontri vissuti nel viaggio di alcuni giornalisti emiliano-romagnoli dell’Ucsi con il vescovo di San Marino-Montefeltro, monsignor Domenico Beneventi in Terra Santa, nei giorni scorsi, c’è anche quello con un ravennate, fra Francesco Ravaioli, francescano conventuale che è a Gerusalemme per un periodo di verifica vocazionale nella comunità dei cattolici di lingua ebraica. Di seguito il racconto del colloquio con lui e padre Piotr, vicario del patriarcato per questa comunità. Al viaggio, dal 12 al 15 febbraio scorsi, diamo ampio spazio nell’edizione cartacea del giornale in edicola da giovedì 19 febbraio. Tra i luoghi visitati, alcuni tra quelli più a rischio: la città di Ramallah, il villaggio di Taybeh preso spesso di mira dai coloni israeliani e il campo profughi “Aida”, a Betlemme. La proposta è stata di iniziativa Ucsi regionale e organizzata con la Petroniana viaggi.

Tante comunità in una

“Troppo piccoli per essere minoranza”. Titolava così, qualche anno fa, il quotidiano Haaretz per spiegare la condizione dei cattolici di lingua ebraica a Gerusalemme. Non una ma tante culture diverse in una comunità guidata da padre Benedetto di Bitonto, dal vicario patriarcale per i cattolici di lingua ebraica don Piotr Zelazko fra Francesco Ravaioli che viene da Ravenna, e ha scelto di vivere un anno di verifica vocazionale qui, studiando l’ebraico. 

Minoranza nella minoranza. “La Chiesa è nata qua. Gesù era ebreo”

In Terra Santa, cattolici e musulmani sono in maggioranza palestinesi, parlano arabo e vivono nei territori occupati (Gaza o Cisgiordania). Ma c’è una minoranza nella minoranza, composta da fedeli di tante nazionalità diverse che credono in Cristo, sono battezzati e parlano e pensano in lingua ebraica. “La Chiesa è nata qua – spiega don Piotr che incontriamo a Casa Nova, a due passi dalla sua parrocchia di Santi Simeone e Anna -. Gesù era ebreo. Poi si è spostato tutto a Roma. La nostra missione come comunità è ricordare a tutti che le nostre radici sono qui, ed essere un ponte tra il mondo ebraico e quello cattolico”. 

La comunità

In totale si parla di 1200 fedeli in tutto il Patriarcato: tra loro ebrei convertiti al cattolicesimo, ma anche cittadini russi e ucraini di lingua ebraica immigrati in Israele dopo lo scoppio della guerra nel 2022, bambini e ragazzi filippini di famiglie arrivate qui per lavorare, e poi le seconde e terze generazioni di chi è tornato in Israele decenni fa. “Una volta i cattolici erano visti come dei traditori – racconta il vicario – e quelli di lingua ebraica erano una contraddizione di termini. Oggi no: i giovani viaggiano e il futuro è più importante del passato”. 

“Il 7 ottobre ci ha riportato indietro di 20 anni. Molti vivono in una bolla”

Il problema, dopo il 7 ottobre, spiegano entrambi i sacerdoti, è che “il conflitto ci ha riportati indietro di 20 anni. Ci sono due narrazioni che non si incontrano. I nostri fedeli vedono le proteste che ci sono nel mondo per quel che succede a Gaza ed è difficile capire che sono contro il Governo israeliano e non contro di loro. Vivono in una bolla, sentono che l’esistenza del loro Stato è in pericolo, e il mondo non li capisce”. E questa piccola chiesa, sul confine tra culture e identità diverse, un confine che è anche relazione, si è data una missione: “Quella di far capire che le lacrime delle mamme israeliane e palestinesi sono le stesse, di qua e di là dal confine”. 

Il dialogo con Nader, la nostra guida palestinese

Il 7 ottobre ha disumanizzato le relazioni, “il dialogo interreligioso si è interrotto, la società è divisa, molti arabi sono scappati”. È la nostra guida Nader, di Narareth, a mettere sul piatto le ragioni dei palestinesi: “Non è solo il Governo, i giovani ebrei vanno soldati e combattono a Gaza. E in Cisgiordania, a causa dei loro comportamenti, i diritti umani sono calpestati”. “Ma la leva è obbligatoria, se non partissero, finirebbero in prigione, che scelta hanno?”, ribatte don Piotr che nel suo ruolo li incontra i giovanissimi con mitra che popolano la città e prega il Rosario con le loro mamme. Famosa una frase detta dal patriarca di Gerusalemme, Pierbattista Pizzaballa: “Nella mia diocesi ci sono cristiani che bombardano altri cristiani. Altri si fanno esplodere per uccidere l’altro popolo”. 

Piccoli semi di dialogo

Come se ne esce? Piccoli semi nella parrocchia di Santi Simeone e Anna si sono visti, anche in questi anni di guerra. Anzitutto un percorso biblico condiviso con gli ebrei che vogliono studiare la Parola: “Una condivisione spirituale, un dialogo fraterno, portato avanti da noi sacerdoti, da un rabbino e da una suora”, spiega fra Francesco. Poi è la vita che mette davanti le occasioni: “Nella nostra parrocchia le preghiere dei fedeli sono spontanee – aggiunge -. E capita che ci sia prima una preghiera per i morti a Gaza, poi magari un’altra per i soldati che ‘ci proteggono’ e ancora una per la fine della guerra in Ucraina”. Ancora, prosegue fra Francesco, “la nostra comunità ha accolto uno dei ragazzi feriti nel bombardamento della parrocchia di Gaza: si chiama Suhail un ragazzo arabo di 20 anni che si sta curando qui a Gerusalemme. Tutti gli abbiamo dato la nostra benedizione e spesso si siede con i nostri giovani filippini”. Segno che, conclude fra Francesco, “tutto dipende dalla posizione nella quale si mettono le persone”. E dal loro sguardo.