Cesena
Insediamento romano a Bulgarnò?
Dopo la scoperta della necropoli, i ricercatori avanzano ipotesi, ma non hanno trovato resti di abitazioni
La dottoressa Romina Pirraglia, funzionario della Soprintendenza, ha diretto i lavori dell’impresa archeologica Akanthos di Cesena. Sul posto è intervenuto Lorenzo Urbini, uno dei titolari, che abbiamo sentito
Lavori sotto la direzione scientifica della Soprintendenza
La notizia della necropoli di epoca romana trovata a Bulgarnò, nel giro di poche ore, ha fatto il giro d’Italia e ha registrato migliaia di accessi (cfr pezzo al link più sotto). I lavori di scavo sono stati condotti sotto la direzione scientifica della Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per le province di Ravenna, Forlì-Cesena e Rimini nella persona del funzionario di zona, la dottoressa Romina Pirraglia. L’impresa archeologica intervenuta è la Akanthos di Cesena.
Piccola necropoli rurale
“Il ritrovamento è avvenuto durante un intervento di archeologia preventiva volto a verificare l’eventuale presenza di elementi archeologici nell’area – dice al Corriere Cesenate Lorenzo Urbini, uno dei titolari della Akanthos -. Durante la realizzazione dei sondaggi preventivi è stata intercettata una necropoli di età romana. Si tratta di una piccola necropoli prediale (rurale, che riguarda i terreni e i fondi rustici, ndr), da riferire, con ogni probabilità, alla presenza di un insediamento abitativo ubicato nelle vicinanze, non rinvenuto”.
Le sepolture sono 11 a 80 centimetri di profondità
Come abbiamo già scritto (cfr pezzo al link qui sotto), “sono state documentate e scavate 11 sepolture, poste ad una profondità di circa 80 centimetri dal piano di campagna, sfiorate dalle arature moderne, raccolte su una superficie che occupa circa 150 metri quadri”, aggiunge Urbini. Quattro di queste sepolture sono a inumazione, tutte orientate in senso est-ovest, una pratica molto antica e diffusa, di credenze religiose e cosmologiche, legate al culto del sole. Questa pratica simboleggia la rinascita o il passaggio del defunto verso l’aldilà, tipica di molte civiltà, dai Romani ai Galli. “Tre di queste sono in fossa semplice (il defunto era posto in una buca scavata nel terreno senza struttura) – specifica Urbini – e una in struttura ‘alla cappuccina’ (vedi foto in basso) realizzata con tegole (dette embrici). Gli scheletri erano riconoscibili, ma molto danneggiati”.
Sette sepolture a incinerazione indiretta
Le altre sette sepolture erano “ad incinerazione indiretta: in una buca scavata nel terreno venivano deposti i resti ossei scelti ritualmente (il cosiddetto ossilegium) del defunto, che era stato cremato altrove – fa sapere Urbini -. Questi resti ossei combusti venivano posti nella buca insieme alle ceneri ancora calde e al terreno carbonioso frutto della cremazione del corpo. È interessante notare che anche le incinerazioni indirette hanno, in questa necropoli, una piccola struttura in tegole che raccoglie e protegge i resti ossei”.
La datazione tra il I secolo a.C. e il II dopo Cristo
Le sepolture sono quasi tutte prive di corredo. Alcune sono state danneggiate dal passaggio di canali agricoli realizzati successivamente. “Per quanto riguarda la datazione – risponde Urbini – al momento non è possibile sbilanciarsi, ma è verosimile, vista la presenza dei due riti di sepoltura, che si tratti di una necropoli in uso tra I secolo a.C. e II secolo dopo Cristo”. Durante l’intervento, l’area è stata del tutto indagata attraverso un’ampia apertura in modo da verificare che non vi fossero altri elementi archeologici nelle immediate vicinanze. Al momento, conclude Urbini, “le indagini si considerano concluse”.
