L’arcivescovo Caiazzo alla Messa nella notte di Pasqua: “La Risurrezione di Gesù Cristo è la risposta alla morte: è la rinascita della vita”

"Noi invochiamo la Pace, desideriamo la Pace, vogliamo essere portatori e costruttori di Pace", dice il presule

La benedizione del fuoco, questa sera in Cattedrale a Cesena, nella notte di Pasqua, l'inizio della Veglia pasquale. Foto Pier Giorgio Marini
La benedizione del fuoco, questa sera in Cattedrale a Cesena, nella notte di Pasqua, l'inizio della Veglia pasquale. Foto Pier Giorgio Marini

Sono dieci i catecumeni che riceveranno i sacramenti dell’iniziazione cristiana

La Messa della notte di Pasqua

Pubblichiamo di seguito l’omelia che il vescovo di Cesena-Sarsina, l’arcivescovo Antonio Giuseppe Caiazzo, sta pronunciando ora in Cattedrale a Cesena, durante la Messa nella notte di Pasqua. Nella stessa celebrazione verranno impartiti i sacramenti dell’iniziazione cristiana a dieci catecumeni (cfr pezzo al link qui sotto). Con l’arcivescovo hanno concelebrato il parroco della Cattedrale, don Giordano Amati, e i canonici don Tonino Domeniconi e don Derno Giorgetti. Sull’altare anche alcuni diaconi, tra cui Emanuele Testi, responsabile diocesano del Catecumenato.

Ecco il testo integrale dell’omelia.

Chiamati a vegliare. Dieci catecumeni

Carissimi, questa è la notte santa durante la quale siamo chiamati a vegliare. È la Madre di tutte le veglie, come dice sant’Agostino. È la celebrazione più importante dell’anno. Com’è tradizione, questa è la notte durante la quale la Chiesa, per mezzo del Battesimo, accoglie nuovi figli. Anche noi, come Famiglia, accoglieremo altri dieci figli.

A conclusione della ricca Liturgia della Parola, abbiamo proclamato il Vangelo della risurrezione di Gesù Cristo. Ci vengono presentate le donne che, all’inizio di un nuovo giorno, quando era ancora buio, si recano al sepolcro.

Dolore, sofferenza, limite, impotenza

La morte di Cristo, la tomba sigillata, il buio che le avvolge, le lacrime versate sono espressione di una umanità che subisce la presenza di una cultura di morte che imperversa, quasi senza ostacoli. Attorno a noi sentiamo l’alito della morte, le tombe che la custodiscono, il buio che offusca l’animo umano. Dolore, sofferenza, limite, impotenza: conseguenze di tanta crudeltà e spietatezza. Coloro che si ergono a signori del mondo si lasciano circondare e benedire dai loro pastori, che non servono Dio, ma vorrebbero servirsi di Dio per il loro tornaconto.

La Pasqua di Gesù Cristo è la risposta alla morte: è la rinascita della vita. Si riaccende la speranza anche per quelle donne, Maria Maddalena e l’altra Maria, che, recandosi al sepolcro, compiangono la fine della vita, ma trovano la tomba aperta e vuota. Dov’è, o morte, la tua vittoria? Il tuo pungiglione?

Il vescovo di Cesena-Sarsina, l’arcivescovo Antonio Giuseppe Caiazzo, mentre pronuncia l’omelia, questa sera, in Cattedrale, a Cesena, durante la Veglia pasquale. Foto Pier Giorgio Marini

L’inizio di una nuova storia

Inizia una nuova storia esattamente la notte, che precede il primo giorno della settimana, la Domenica, primo giorno dopo il sabato. Ha un senso anche questo: la risurrezione non avviene al termine della settimana (sabato) bensì all’inizio (domenica), all’alba che, nel linguaggio di Matteo, rappresenta la forza della luce sulle tenebre. Immenso il coraggio di queste due donne che sfidano le leggi del tempo e sperano di ridare calore e vita a un corpo, ormai freddo e piagato, con il caldo delle loro lacrime, con l’amore incondizionato che le ha portate fin là.

Un coraggio sconfinato delle donne

Sconfinato il coraggio di queste due donne che custodiscono il segreto della vita, l’amore per la vita, il sacrificio per dare vita, vincendo la paura delle tenebre e dell’incertezza. È il tipico coraggio delle donne che sentono nel loro seno crearsi la vita, ne sentono le pulsazioni, ne avvertono la danza, ne sperimentano la gioia del battito, capace di dire sempre sì alla vita e rinnegare la morte. È il coraggio impavido di due donne alle quali viene rivelata, nel luogo della morte, la vittoria sulla morte stessa. Nel momento in cui da sole ritornano sui loro passi, rileggono il proprio dolore e quello dell’umanità intera, il proprio fallimento e di tutti gli uomini, nel cui cuore alberga la morte. Dio dona loro di vivere un’esperienza di nuova fecondità di vita, diventando portatrici e annunziatrici della vittoria sulla morte, su ogni tipo di morte.

Le donne vogliono vedere con cura

L’evangelista Matteo dice che le donne andarono “a visitare” la tomba. Il significato è molto profondo perché indica esaminare con molta attenzione, profonda, da persone esperte. È l’atteggiamento di chi vuol vedere con cura. O ancora meglio è il coraggio audace delle donne di stare faccia a faccia con la morte. L’evangelista ci presenta “un gran terremoto”. “Rotolò la pietra e si pose a sedere su di essa. Il suo aspetto era come folgore e il suo vestito bianco come neve”. La terra diventa un grembo che si apre e, dilatandosi, partorisce. L’Angelo si siede sulla pietra. Il masso che chiudeva e soffocava per sempre la vita è stato rotolato e diventa strumento di riposo per attingere al pozzo dove dissetarsi. La folgore è immagine del divino e colui che porta la veste bianca è il vincitore, che era stato spogliato delle sue vesti per essere crocifisso.

Siamo fortemente turbati, in questa Pasqua

Siamo arrivati a celebrare questa Pasqua fortemente turbati, come la Maddalena e l’altra Maria. Siamo circondati dalla paura di tempi minacciosi, in cui intimidazioni e aggressioni di popoli prendono il posto della diplomazia. Noi invochiamo la Pace, desideriamo la Pace, vogliamo essere portatori e costruttori di Pace. In questo scenario di notte profonda, quello che è successo a queste donne accade anche a noi: incontriamo Gesù in un nuovo giardino, nel quale germoglia la speranza, vince la giustizia, si costruiscono ponti di fraternità. Gesù è vivo e cammina per le strade dell’umanità, insieme a quanti fanno esperienza di risurrezione, nonostante la notte sembri ancora lunga.

Carissimi catecumeni, siete nel passaggio: fate entrare la luce del Risorto

Carissimi catecumeni, il percorso di questa notte, dal buio alla luce che va sempre più diffondendosi, indica il passaggio che state facendo per entrare nella luce del Risorto ed essere voi stessi portatori di questa luce nel mondo, a partire dai vostri ambienti familiari per arrivare nei luoghi abitati e attraversati dagli uomini. Ognuno di noi porterà ad altri questo annuncio, così come hanno fatto Maria Maddalena e l’altra Maria con i discepoli. Pietro e Giovanni, come leggiamo in altri passi paralleli, anch’essi si recano al sepolcro. Sono storie diverse, espressioni di un bisogno comune interiore e fisico: colmare i vuoti e dare risposte ai tanti interrogativi, perplessità e dubbi. Ci rappresentano tutti.

I Catecumeni, con la veste bianca, e i loro padrini e madrine. Foto Pier Giorgio Marini

Dio conosce il cuore dell’uomo

L’Angelo prosegue dicendo: “Non abbiate paura”. Espressione che ritorna tutte le volte che Dio vuole tranquillizzare l’uomo, in particolare nei momenti più tristi e bui della vita. Dio conosce il cuore dell’uomo, sa che a causa del peccato è abitato da tante debolezze. “So che cercate Gesù”.  Anche queste parole ritornano spesso nel dire di Gesù. Come mai? Perché lo scopo della vita dell’uomo è cercare e trovare Gesù. Scopo della vostra vita, carissimi catecumeni, da questa notte in poi sarà sempre quello di cercare e stare con Gesù: è lui il Signore della vostra esistenza perché “È risorto. Guardare il luogo dove era stato deposto”. Senza credere nella risurrezione la nostra fede non avrebbe senso: è il centro della nostra fede.

L’invito ai catecumeni: “Presto, andate…”

Infatti come a Maria Maddalena e all’altra Maria, stanotte a voi catecumeni, a noi tutti, viene detto: “Presto, andate a dire: È risorto dai morti”. Coscienti che lui ci precede sempre in Galilea come in qualsiasi altra parte del mondo, lo seguiamo con gioia grata, liberandoci per sempre della paura di Adamo ed Eva, costretti a nascondersi. E l’annuncio è portato ai discepoli, intimoriti e arroccati sulle loro paure.

È Gesù che viene incontro all’uomo

C’è un’ultima descrizione così densa di tenerezza presentata da Matteo: “Gesù venne loro incontro e disse: Salute a voi” e subito dopo: “Gli abbracciarono i piedi e lo adorarono”. È sempre Gesù, il risorto, che viene incontro all’uomo, lo cerca nella sua condizione di fragilità, ridandogli la pace. Le donne, come i magi, si prostrano e abbracciano i piedi di Gesù. Sono i piedi che hanno attraversato la storia dell’uomo da quando si è fatto carne, camminando in mezzo a noi. In loro il ricordo diventa continuo memoriale: sono state da Lui salvate.

Il primo e ultimo incontro che non avrà mai fine

Infine un richiamo molto interessante: “In Galilea mi vedranno”. Tutto finisce là dove era iniziato: è il luogo del primo incontro e dell’ultimo che non avrà mai fine. Si è celebrato un patto coniugale indissolubile, per l’eternità. Infatti Galilea vuol dire “curva, meglio ancora “anello d’amore”. È il luogo dello sposalizio di Dio con l’uomo, che riceve da Dio l’anello del matrimonio per sempre. Tornare in Galilea non significa ritorno nostalgico nel tempo, piuttosto la coscienza che il primo amore non si scorda mai. Tutto è iniziato in Galilea con la chiamata dei discepoli, tutto si conclude in Galilea con l’invio degli apostoli.

Pasqua, un passaggio indispensabile

Carissimi, celebrare la Pasqua significa fare questo passaggio indispensabile per tornare a gustare la forza travolgente del primo amore, il fuoco che ci abita. Nei Vangeli sinottici Maria Maddalena cerca l’Amato, lo trova sentendosi chiamata per nome e guarita dalle ferite che il dolore le aveva procurato. Giovanni, il più giovane, il discepolo che Gesù amava, pieno di progetti con lo sguardo proteso verso il futuro, aveva visto improvvisamente crollare tutti suoi sogni, sentendosi tradito e deluso. Arriva davanti al sepolcro vuoto, ma non entra per rispetto a Pietro, primo fra gli apostoli. Giovanni crede comunque anche se coglie il vuoto di quel sepolcro e l’ordine della Sindone e del Sudario.

Tu sai tutto, Signore, tu sai che ti amo

Pietro, tra i tre, si porta dentro il senso di colpa per aver rinnegato Gesù tre volte. È un macigno che lo fa soffrire terribilmente e non gli dà pace. Cerca la misericordia, il perdono ma non lo sa gridare: è un fallito. Si riconosce peccatore, ma confida nella sua infinita misericordia. Per tre volte Gesù gli chiederà: “Simone mi ami tu più di costoro”. “Tu sai tutto, Signore, tu sai che ti amo”. Finalmente prende coscienza della sua umanità fragile e incomincia a sentire il bisogno di rivestirsi della grazia di Dio.

Auguro a tutti, carissimi, soprattutto a voi Catecumeni, di essere testimoni della risurrezione nella vita di ogni giorno.

Così sia.

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Seguirà fotogallery a cura di Pier Giorgio Marini.