Dal Mondo
Le “prediche” di Draghi e l’Europa ferma ai box
Mentre l'ex primo ministro e presidente della Bce rivolge, da Lovanio, un forte invito all'Ue perché intraprenda la strada del federalismo (maggior condivisione di regole e istituzioni per affrontare insieme le grandi sfide in atto), i 27 rimangono divisi, convinti che le risposte nazionaliste siano più efficaci. L'esempio lampante di questo fallimento sono le cosiddette politiche migratorie
L’ex presidente del Consiglio sferza gli Stati europei e li invita a non temere il futuro. E auspica “una potenza pacifica, fondata su valori e interessi condivisi, aperta al mondo. Sulle migrazioni, cinque priorità
Dalla confederazione alla federazione
Mentre Mario Draghi, da Lovanio, indica per il futuro dell’Europa la necessità di passare da “confederazione” a “federazione”, condividendo, magari con geografie variabili, scelte ambiziose che guardano al futuro, nell’Ue c’è chi frena il cammino.
“La potenza richiede che l’Europa passi dalla confederazione alla federazione”, ha detto Draghi senza mezzi termini. “Dove l’Europa si è federata – commercio, concorrenza, mercato unico, politica monetaria – siamo rispettati come potenza e negoziamo come un unico soggetto”. Una potenza pacifica, fondata su valori e interessi condivisi, aperta al mondo. Con regole scritte insieme e istituzioni comuni che decidono davvero.
Le migrazioni
Ma questo è il percorso contrario rispetto ai nazionalismi imperanti che sono – proprio oggi, dove occorrerebbe un’Europa forte e coesa – il freno del processo di integrazione. Così i 27 rimangono in balia dei vari Trump, Putin, Xi Jinping, senza riuscire a definire risposte credibili nei settori della difesa, dell’ambiente, del fisco, del “pilastro sociale”. E delle migrazioni.
Già, perché le migrazioni, passate in secondo piano rispetto a guerre, difesa e dazi Usa, non sono una politica europea, perché rimangono nelle mani dei governi nazionali, incapaci – è un dato di fatto – di creare canali regolari per l’immigrazione, di condividere le responsabilità dell’accoglienza dei migranti, di prevenire ed evitare le morti in mare o sulla rotta balcanica.
Forse fa gioco, in questa Europa impaurita, fare di tutto per tenere alla larga chi scappa da fame e guerre, senza peraltro immaginare che, nel “vecchio continente”, forze giovani sarebbero una manna per rispondere alla crisi demografica europea.
Filo rosso Ue: la chiusura delle frontiere
Così la Commissione ha presentato di recente una “Strategia europea di gestione dell’asilo e della migrazione” e, contemporaneamente, una “Strategia per la gestione dei visti”: due articolati provvedimenti, che hanno come filo rosso la chiusura delle frontiere.
La Commissione ha ribadito la “determinazione dell’Unione a porre in essere un quadro che sia equo e fermo e che gestisca efficacemente la migrazione insieme ai Paesi partner, offrendo soluzioni pur rimanendo fedele ai valori europei”. E soprattutto ha affermato il principio, legittimo, secondo cui è l’Europa a decidere chi entra nell’Ue e in quali circostanze”. Non è certo la prima proposta, strategia, piano, pacchetto di misure che la Commissione propone in materia. In questo caso la strategia definisce – sempre secondo l’Esecutivo – la via da seguire per conseguire tre obiettivi principali: prevenire la migrazione illegale e interrompere l’attività delle reti criminali di trafficanti; proteggere le persone in fuga da guerre e persecuzioni prevenendo allo stesso tempo gli abusi del sistema; attrarre talenti nell’Ue per rafforzare la competitività delle nostre economie.
Le strade battute non hanno dato alcun esito. Il Mediterraneo rimane un cimitero
Il fatto è che le strade proposte, più o meno battute in passato, non hanno dato alcun esito: gli sbarchi in Italia continuano, il Mediterraneo rimane un cimitero, persone giovani e in gamba dal sud del mondo non hanno modo di arrivare, anche se le imprese europee di diversi settori produttivi reclamano mancanza di manodopera di ogni tipo.
Cinque le priorità
Sono cinque le priorità su cui si vorrebbe concentrare la nuova strategia in materia di controllo dell’immigrazione. Anzitutto “intensificare la diplomazia migratoria”. “Rafforzeremo ulteriormente una diplomazia migratoria assertiva che promuova gli interessi e i valori dell’Ue. Gestire la migrazione – spiegano dalla Commissione – è una sfida globale che ci impone di lavorare in solidarietà garantendo allo stesso tempo un’equa ripartizione delle responsabilità” (quella mancata finora). La Commissione “intensificherà gli sforzi, insieme agli Stati membri, per migliorare la cooperazione con i partner internazionali” (partenariati globali e reciprocamente vantaggiosi; utilizzare incentivi e leve in tutti i settori strategici quali la politica dei visti, il commercio e il sostegno finanziario; attuare un approccio basato sull’intero percorso che aiuti i partner a costruire quadri resilienti e umani in materia di migrazione e asilo; intensificare la lotta contro il traffico di migranti; promuovere percorsi di protezione e sostenere i rimpatri dai Paesi terzi). Secondo elemento della strategia: “Frontiere forti dell’Ue per rafforzare il controllo e la sicurezza”. Terzo: un sistema di asilo e migrazione “solido, equo e adattabile”. Quarto: rimpatri rapidi. Quinto punto: mobilità dei lavoratori e dei talenti “per stimolare la competitività”.
Il fatto è che le parole che più ricorrono a Bruxelles, e in quasi tutte le capitali, sono proprio quelle due: frontiere e rimpatri. Il resto, per ora, resta sulla carta.
agensir.it