L’evoluzione e le necessità delle cure palliative

Se ne è parlato nel corso di una conferenza al Rotary Club Cesena

Elena Amaducci, Marco Maltoni e Ombretta Sternini

Il dottor Marco Maltoni e la dottoressa Elena Amaducci, ospiti del Rotary Club Cesena, hanno parlato di cure palliative. Il sodalizio cesenate contribuisce all’acquisto di un ecografo domiciliare per facilitare l’assistenza dei malati nella propria casa

Il club cesenate sostiene l’acquisto di un ecografo portatile

Una cura che tocca l’etica, la psicologia, la sfera affettiva, quella relazionale e sociale oltreché la medicina vera e propria. È quella indirizzata ai cosiddetti “malati inguaribili”, i pazienti delle cure palliative. Di questo hanno parlato al Rotary Club Cesena –  presieduto in questa annata da Ombretta Sternini – il dottor Marco Maltoni, direttore dell’Unità Operativa di cure Palliative dell’Ausl Romagna e responsabile dell’hospice di Forlimpopoli, e la dottoressa Elena Amaducci, responsabile dell’hospice di Savignano sul Rubicone. L’occasione è stata quella di ricordare ai soci del sodalizio cesenate che il contributo all’acquisto di un ecografo portatile, in collaborazione con il Rotary Vallerubicone, è uno dei service dell’annata.

Le cure palliative hanno l’obiettivo del miglioramento della qualità della vita

Un tema delicato quello dell’attività dei due hospices che i due relatori hanno declinato evidenziando l’evoluzione di questa branca della medicina, che non va vissuta come l’approdo scivoloso “per chi non ha più niente da sperare” ma come un approccio assistenziale attivo e globale per persone di ogni età che affrontano sofferenze legate a malattie gravi (non solo tumorali), focalizzate sul miglioramento della qualità della vita. Situazioni estreme ma senza disperazione. Il dottor Maltoni ha tenuto ad evidenziare come le cure paliattive siano contraddistinte dalla complessità: non sono soltanto liberazione dal dolore e hanno la necessità di essere vissute in relazione territoriale e in equipe con le altre professionalità mediche per un sostegno personalizzato.

Spesso la malattia si cronicizza e la vita continua

“Le cure palliative – ha detto dal canto suo la dottoressa Elena Amaducci (ricordando che la nascita dell’hospice di Savignano si deve all’impegno, nel 2019, del dottor Andrea Paolo Rossi, anch’egli socio del Rotary) – nel nostro territorio hanno 25 anni di sfide aperte”. “Sfide – ha sottolineato – che si giocano nella rete, tra equipe mediche, assistenza domiciliare e ambulatoriale, approccio multiforme tra medicina e terapia psicologica e sociale, e tutto ciò che può contribuire al benessere, non escluse le discipline olistiche”. Importanti anche le capacità relazionali di chi si occupa di pazienti (che sono almeno il 60 per cento dei malati terminali del territorio) che possano di vivere al meglio una fase così delicata della propria vita.  Fatto singolare è, tra l’altro, che c’è pochissimo ricambio tra gli addetti, colpiti dalla riconoscenza di pazienti che non devono guarire ma dei quali devono prendersi cura.  Nulla a che fare con l’eutanasia: “Non sottraiamo né aggiungiamo giorni alla vita” hanno scandito i due medici. E la speranza per chi entra? Non sempre la vita termina all’hospice. Non ci sono miracoli, ma spesso la malattia si cronicizza e la vita continua.