Rotary, vibrano i versi dei poeti dialettali, maestri di vita

Ospite di una serata l'intellettuale cesenate Gianfranco Lauretano con il suo libro sui poeti romagnoli “Nekropolis, Romagna” accompagnato dalla recitazione dei versi da parte di Ilario Sirri

Nella foto, da sinistra: Ilario Sirri, Gianfranco Lauretano e Ombretta Sternini
Nella foto, da sinistra: Ilario Sirri, Gianfranco Lauretano e Ombretta Sternini

Da lingua popolare a lingua di cultura

Gianfranco Lauretano e Ilario Sirri, insieme. Letture e ricordi personali

Serata culturale al Rotary Club Cesena, presieduto per l’annata in corso da Ombretta Sternini, dedicata ai poeti romagnoli che si sono conquistati uno spazio nella letteratura valorizzando il dialetto. Ad animare un tema ancora in parte da approfondire per la sua originale evoluzione nel panorama locale e nazionale, è stato chiamato Gianfranco Lauretano, poeta a sua volta e intellettuale magnetico e profondo. Accompagnato da Ilario Sirri, capace dicitore di un vernacolo non sempre facile all’ascolto, neppure per chi ce l’ha nell’orecchio sin dalla nascita, Lauretano ha ammannito un piatto sapido fatto delle parole forti, profonde, argute e a tratti ironiche, dei poeti romagnoli, condite a loro volta con i ricordi personali che fanno da fil rouge al suo libro “Nekropolis, Romagna”.  Un titolo che riecheggia “Necropoli” di Vladislav Chodasevič, che descrive i poeti russi dell’epoca, incluso Majakovskij, di cui Lauretano e studioso e profondo conoscitore.

Poeti e maestri di vita

Ma anche perché quei poeti romagnoli che Lauretano celebra nel suo libro sono quasi tutti scomparsi. Erano i rappresentanti di quella “cucciolata”, come la definisce con tenerezza Lauretano, di “poeti straordinari, nati tra Cesena e Santarcangelo, che dal dopoguerra e al 2000 hanno scritto in dialetto romagnolo, dando luogo ad una rivoluzione che non ha altri esempi in Italia”. Quale rivoluzione?  “Quella – dice Lauretano – che ha portato il dialetto, da lingua popolare contadina relegata al folklore, a lingua della cultura che ha saputo affrontare in versi le grandi questioni della vita, la storia sociale, le faccende economiche e del lavoro.  Non solo zirudelle e campi arati, dunque, prese in giro dei politici e della religione, ma profondità e temi di rilevanza umana”.

Le frequentazioni da bambino

“Non che oggi – dice Lauretano – non ci siano ottimi poeti romagnoli che scrivono in dialetto, ma quel fenomeno che ha caratterizzato la generazione nata negli anni ’20 e ’30 del secolo scorso, è rimasto singolare”.  Pur bambino, e in alcuni casi giovane uomo, Gianfranco Lauretano li ha conosciuti e frequentati quasi tutti e il libro che ha dedicato loro illumina e racconta, quasi come un romanzo, alcuni tratti di strada percorsi insieme.

I nomi di questi poeti, che costruiscono civiltà

Nel corso della serata rotariana, sono riecheggiate le loro parole alate: Baldini, Baldassarri, Balestra, Fucci, Tonino Guerra, Walter Galli, Leo Maltoni, Nadiani, Pedrelli, Pedretti, Turci. “C’è chi si sente estraneo alla poesia – afferma Lauretano – considerata lontana dalla vita, ma la poesia ha a che fare con la civiltà. Dalla poesia è nata la lingua che parliamo oggi, codificata a Firenze tra il 1200 e il 1300 da un gruppo di giovanotti che dedicavano sonetti alle loro ragazze”. “Non ha importanza se la poesia non fa grandi numeri, se i poeti non sono famosi – sostiene Lauretano – quelli faranno comunque la civiltà”.