Dietro quei No
Il punto della settimana, nell’intervento del direttore
Si è intuita subito la tendenza, dai primi risultati
Alla fine ha prevalso il No. L’esito era incerto e lo è stato fino all’inizio dello spoglio, lunedì pomeriggio. Poi, dopo l’arrivo dei risultati dalle prime sezioni, si è capita subito la tendenza, anticipata dagli exit poll che questa volta hanno centrato l’obiettivo con precisione quasi decimale. Al referendum del 22 e 23 marzo gli italiani si sono espressi contro la riforma della giustizia proposta dal governo (cfr pag. 11 edizione cartacea ).
Partecipazione inattesa
La vittoria più schiacciante è stata la partecipazione, del tutto inattesa. Ha votato il 58,9 per cento degli elettori, una percentuale che nessuno si sarebbe aspettato. Gli italiani, dicono tutti i commenti nel dopo-voto, si sono dimostrati molto più maturi del previsto. A livello di risultati, in 17 regioni sono prevalsi i contrari, sospinti nella vittoria dalle grandi città e dagli under 35.
La gente ha ragioni da portare
Due milioni di voti in più sono un segno tangibile di una volontà apparsa chiara, anche alla presidente del Consiglio, Giorgia Meloni. Un paio di ore dopo dalla chiusura dei seggi, la premier ha ammesso la sconfitta, che non coinvolgerà il suo esecutivo. Andrà avanti, ha detto, fino alla scadenza naturale della legislatura. La gente, anche quella dell’Italia più profonda, ha ragioni da portare a chi guida il Paese. La posta in gioco era tecnica, molti lo hanno detto e scritto nelle settimane precedenti la votazione.
I cittadini vogliono essere protagonisti
Tuttavia i cittadini hanno mostrato una chiara volontà. Non tanto sul sì o sul no, non entriamo in questo merito, quanto sul volerci essere, sul poter manifestare la propria opinione su una questione lontana dal sentire della gente comune.
Incombe la concretezza di ogni giorno
Dopo la scorpacciata della campagna referendaria, incombe la concretezza di ogni giorno: dal prezzo dei carburanti all’inflazione, dalle guerre in corso ai timori sul prossimo futuro, dai giovani alla scuola e alla sanità che arranca in tutte le regioni con fondi dedicati sempre più ridotti e liste d’attesa che si allungano. L’Italia deve tornare a crescere, dicono gli economisti. E lo deve fare per ridare fiato a salari, stipendi e pensioni al palo da troppo tempo.
Invertire il trend dell’inverno demografico
Le famiglie faticano. Le giovani coppie rimandano la nascita di figli, stretti come sono tra lavori malpagati, affitti esosi, case che non si trovano e un modello culturale che volge altrove lo sguardo. Il Paese chiede interventi urgenti per invertire il trend dell’inverno demografico che travolgerà le prossime generazioni.
Su questo ci giochiamo il domani, che è già oggi. Sarebbe imperdonabile non leggere i segni dei tempi.
