Siamo fatti per qualcosa di più grande. La storia di Valentina e Gabriele e della piccola Megghi

Un'altra testimonianza durante la serata di preghiera per la famiglia ferita che si è svolta lunedì 19 gennaio nella chiesa di San Paolo, a Cesena

Nella foto, da sinistra: Valentina (moglie di Gabriele Baldisserri), Federico Rossi con accanto la moglie Elena e Gabriele Baldisserri
Nella foto, da sinistra: Valentina (moglie di Gabriele Baldisserri), Federico Rossi con accanto la moglie Elena e Gabriele Baldisserri

Le famiglie di oggi non sono ferite solo perché le coppie non reggono agli eventi e al trascorrere del tempo. Ma possono esserlo anche per la perdita, sempre inaspettata, di un figlio

Di seguito pubblichiamo il testo integrale dell’intervento che i coniugi Valentina e Gabriele Baldisserri hanno portato durante la serata di preghiera per la famiglia ferita. L’incontro si è svolto lunedì 19 gennaio nella chiesa di San Paolo, a Cesena. Durante la serata è intervenuto anche Federico Rossi, con la moglie Elena, che ha parlato dell’esperienza della Mongolfiera (cfr pezzo al link qui sotto).

La rete di amicizie autentiche tiene a galla

Alle due testimonianze e all’intervento del vescovo di Cesena-Sarsina, l’arcivescovo Antonio Giuseppe Caiazzo, è dedicato il Primo piano dell’edizione cartacea in edicola da questa mattina. Il titolo dell’approfondimento, in prima pagina è: Famiglie ferite. la rete tiene a galla. Due storie che parlano.

La storia di Megghi

Gabriele. Partiamo citando questa frase di monsignor Giovanni Paccosi (vescovo di San Miniato, in Toscana, ndr) durante gli esercizi spirituali della Fraternità di Comunione e liberazione dello scorso anno: “Il dolore e la morte sono le grandi obiezioni alla speranza. Essa è qualcosa che non possiamo generare noi. Per questo si chiama «virtù teologale», perché viene da Dio, è donata da Dio, è una grazia. Accade, e noi siamo qui perché è accaduto Cristo nella nostra vita”.

Ecco quello che proveremo a raccontare, e che è successo nella nostra vita, è che l’unica vera speranza è quella che accade e che non possiamo generare noi.

La nostra storia è abbastanza noiosa: ci siamo conosciuti alle superiori, abbiamo fatto l’Università tutti e due a ingegneria a Bologna. Ci siamo sposati nel 2017, primo figlio Alessandro nel 2018, secondo figlio Lorenzo nel 2021, poi Margherita di cui vi parleremo stasera nata e salita in cielo nel 2023 e l’ultima arrivata Matilde che ha 7 mesi.

Tra superiori, università e primi anni di vita matrimoniale insieme abbiamo vissuto diversi momenti di alti e bassi e, accompagnati dagli amici, abbiamo fatto tanti piccoli passi più o meno coscienti nel nostro percorso di fede.

Il cambio di passo nella vita, il Natale 2023

Non possiamo però non dire che quello che ha cambiato irreversibilmente e radicalmente il nostro modo di stare insieme e di guardarci è stato quello che è successo il 25 dicembre 2023 con la nascita e la salita in cielo di Margherita. Non possiamo più parlare di noi, non partendo da quello che ci è successo due anni fa.

Valentina. Sono rimasta incinta di Margherita a marzo 2023 e la gravidanza è proseguita regolarmente senza problemi. Quando la mattina di Natale mi sono partite le contrazioni e siamo andati in ospedale, prima di partorire, la dottoressa non ha sentito il battito. Margherita è nata senza vita. Senza alcun apparente motivo. Un fulmine a ciel sereno. È stato uno strazio, un dolore improvviso che nei giorni successivi mi ha fatto sprofondare nell’angoscia e nella disperazione. Con il cuore lacerato mi chiedevo e chiedevo a Gabri giorno e notte dove fosse la Megghi. Quando siamo usciti dall’ospedale a poche ore dal parto ci siamo fermati alla Basilica del Monte e guardando il grande affresco dove sono rappresentati dei piccoli angeli di fianco alla Madonna mi chiedevo se la Megghi fosse veramente felice in Paradiso come quegli angeli e se noi saremmo mai stati felici. Ogni parola di conforto, ogni gesto di gentilezza e di vicinanza da parte di tanti (che non sono di certo mancati), non potevano placare minimamente la mia disperazione. Sembrava veramente che il dolore e la morte, come accennavamo all’inizio, fossero veramente un’obiezione alla speranza di felicità.

Il funerale

    Valentina. Il giorno che ha cambiato per sempre la nostra vita è stato il giorno del funerale della Megghi. Non voglio essere mistica perché chi mi conosce sa che non lo sono assolutamente ma quel giorno ho sperimentato una grande grazia nella mia vita. Tutto di quella giornata (le letture, le parole di don Gian Piero, i canti, le persone attorno e la bellezza della Megghi) mi ha permesso di pregustare il Paradiso dove ora la Megghi è felice. Di man in mano che la giornata proseguiva, mi sentivo cambiare ed era impossibile nascondere la mia felicità. Poi la parte che temevo di più, al cimitero dove inizialmente non volevamo neanche andare, è stato l’apice: eravamo insieme ai nostri amici a cantare mentre il muratore chiudeva il loculo. Non sarei più venuta via dal cimitero. Anche il muratore era commosso. È stato evidente che la speranza di un bene per la nostra vita non era una cosa che potevamo darci da soli, ma un dono. Come se Gesù quel giorno ci avesse detto: nonostante tutto il dolore e la morte di tua figlia, io ti salvo e salvo lei, io sono più forte di tutto questo e ti faccio già assaporare la felicità che ci sarà in Paradiso.

    Dopo il Natale, le vacanze sono state un dono. Al lavoro, niente bastava

    Gabriele. Le due settimane di vacanze natalizie sono state veramente un dono. Ci siamo ritrovati super bisognosi e in tutti gli incontri di quei giorni mettevamo sul piatto il dramma e la Grazia che ci stava succedendo. Tornare a lavoro per me è stato veramente dura. Non tanto per le facce dei colleghi da non saper come affrontare, ma perché arrivato a sera non riuscivo a dormire. Una malinconia e una tristezza mai provata. Non riuscivo a dormire perché la routine quotidiana trascorsa come la trascorrevo prima, spegnendo il cervello davanti al pc, non mi bastava più. Il cuore gridava, niente bastava. Era come se il tentativo di riempire il mio desiderio con le solite cose della giornata si fosse mostrato subito inadatto, non sufficiente. Piano piano stavo cominciando a capire che la soluzione a quel dramma non era difendersi da quel dolore, da quella ferita che invece poteva diventare la strada privilegiata di incontro con Lui. Ero talmente privo di risposte e smarrito da non poter far altro che gridare.

    I frutti. Cambiavano anche le persone attorno a noi, non solo noi

    Valentina. Il fatto incredibile è che non stavamo iniziando a cambiare soltanto noi, ma anche la gente attorno a noi. Ci siamo resi conto che non era una cosa solo nostra, ha coinvolto in prima persona chi avevamo a fianco. Per esempio, proprio nei giorni di Natale, ci siamo rivisti con il nostro gruppo di amici storici di Cesena con cui eravamo abituati a vederci solo in occasione delle feste di Natale e di Pasqua. Non è stato un momento di nostalgia e di ricordi passati come spesso è successo, ma è stato diverso, ci siamo riscoperti amici come mai prima. Altro esempio: le cene coi nostri amici al sabato sera non sono più state le stesse, non c’era più solo quel desiderio di passare qualche ora insieme a bere e mangiare ma avvertivamo il bisogno di stare di fronte a quello che ci stava capitando, senza censurare le domande che venivano fuori. Proprio il contrario di quanto i medici in ospedale o alcuni colleghi al lavoro ci consigliavano di fare, ovvero parlare con psicologi per cercare di inscatolare il problema e dimenticarsene il prima possibile. È stato proprio evidente che di fronte ad un dramma cosi grande le opzioni sono due: dimenticarsene per soffrire di meno o fidarsi di qualcuno che ti ha promesso qualcosa. E a noi il fatto di dimenticarci della Megghi proprio ci andava stretto.

    Sorretti da tanti amici

    Abbiamo la grazia di essere sorretti in questo cammino dai nostri amici. Per cui per esempio con uno in particolare ogni lunedì, come oggi, in pausa pranzo andiamo al cimitero, proprio per non dimenticare la bellezza di quello che ci è successo e attraverso la Megghi chiedere la grazia di essere investiti continuamente da questo bene che sentiamo su di noi.

    Gabriele. Racconto un altro episodio che sottolinea quanto sono stati e sono tuttora fondamentali gli amici per noi. Due nostri amici marito e moglie, che qualche mese prima avevano vissuto con una coppia di loro grandissimi amici una situazione praticamente identica alla nostra, i giorni successivi alla salita in cielo di Margherita ci scrivevano tutti i giorni e insistevano per stare sempre con noi. Perfino per accompagnarci nel giro più doloroso: al cimitero a scegliere il loculo dove mettere la bara. Per me era veramente una cosa incomprensibile. Per quanto mi riguarda, io non sarei mai stato capace di accompagnare un mio amico fino a quel punto. Figurarsi loro che avevano appena vissuto lo stesso dramma con altri amici. E invece la loro presenza in quel momento è stato il segno per me di una compagnia più grande che rompe qualsiasi mia misura. Di questi episodi ce ne sono stati veramente tanti.

    Quello che ci è capitato ci ha cambiato la vita

    Valentina. Quello che abbiamo vissuto e che stiamo continuando a vivere genera libertà nei confronti di tutto e di tutti. Ci sentiamo nudi, senza nulla da difendere se non che quello che ci è capitato, ci ha cambiato la vita. Anche il solo fatto di essere qui lo testimonia, perché di carattere non ci è semplice stare qua a parlare.

    Sentirsi voluti bene

    Gabriele. Mi costa molta fatica ammetterlo, io che le ho sempre riservato pochi complimenti, ma vedere il cambiamento della vale in questi due anni è stato incredibile. È un’altra persona. Questo cambiamento non è stato tanto nel temperamento e nel carattere, ma principalmente in questo suo desiderio evidente che ogni cosa sia occasione di ricordare la Megghi e di sentirsi voluta bene, di sentirsi lieta come il giorno del funerale. E questo, appunto, andando a fondo della ferita, non cercando di dimenticarsene.

    La Megghi in lei è ovunque, e questo, le fa guardare le cose di tutti i giorni con la tenerezza di una mamma che guarda una figlia, pur con tutte le difficoltà della vita. Ho visto in lei come mai prima un cambiamento del suo sguardo sulle cose. Questo oltre che a cambiare lei, non ha potuto non cambiare chi le stava vicino. Faccio qualche esempio:

    1) Io non ho mai parlato in maniera chiara ed esplicita e vera di quello che era successo al lavoro coi colleghi. Lei invece, durante una cena coi colleghi, li ha fatti commuovere al racconto dell’esperienza vissuta. Non tanto per la storia strappalacrime della mamma che perde la figlia, ma per la speranza che avevano visto in lei.

    2) Ha sempre odiato la chat delle mamme e dover aver a che fare con molte di loro. Ma l’anno scorso le maestre le hanno chiesto di fare la rappresentante, e pur con la poca affinità con molte delle mamme, si è subito resa disponibile.

    Cambiato anche il rapporto di coppia

    Anche il nostro rapporto è cambiato. Sin dall’inizio abbiamo sempre avuto un rapporto molto conflittuale, pieno di lotte e non solo. Diciamo che non è le persone con cui andrei volentieri a bere una birra. E questo ovviamente non è cambiato. Ma, appunto, la coscienza di quello che ci è successo e il ricordo della Megghi vivo in noi, ci rende più liberi anche di fronte ai litigi, che continuano ad esserci, ma è molto più semplice ora rimettere al centro quello che è veramente importante. In questi ultimi due anni il nostro rapporto è cresciuto di più che nei precedenti 12 insieme.

    Sottolineo che quanto raccontato fino ad ora in maniera un po’ confusionaria, non è frutto di un ragionamento o di una valutazione, che ci ha portato a dire: per stare di fronte a questo evento dobbiamo comportarci in un determinato modo. Ma semplicemente abbiamo raccontato quello che ci è successo. Non abbiamo fatto altro che andare dietro al nostro cuore che gridava.

    Oggi: ci sentiamo privilegiati. Non possiamo più scappare

    Gabriele. Ci sentiamo veramente privilegiati, preferiti. Una cosa che ultimamente ci diciamo spesso. Ma perché preferiti? Perché abbiamo tenuto nelle nostre braccia una figlia morta? No, sarebbe da pazzi. Siamo preferiti perché questa circostanza di dolore ci obbliga, anche se noi non vorremmo, ma è inevitabile, ad avere un cuore sanguinante, a riconoscerci feriti, desiderosi, bisognosi. Per questo siamo preferiti, non possiamo più scappare.

    Preghiamo tutti i giorni che Dio ci mantenga bisognosi, che Dio ci mantenga con il cuore ferito, che Dio ci faccia sentire tutta l’urgenza, la mancanza di lui. Che Gesù ci faccia sentire tutto il nostro bisogno, la piccolezza, la povertà che siamo per scoprire che siamo fatti per qualcosa di grande. E questo oggi spesso avviene tramite il ricordo doloroso della Megghi.

    Un’altra bimba, Agnese, come Margherita, figlia di amici

    Su questo racconto un episodo. Qualche mese fa ci è arrivata la notizia che ad una nostra coppia di amici che vive è Roma è successo il nostro stesso dramma. La mamma, Beatrice, è andata in ospedale per partorire e la sua bimba di nome Agnese è nata senza vita. E questo è avvenuto proprio qualche giorno dopo la nascita della Matilde a giugno scorso. Subito un gran dolore per loro e per il ricordo di quello che era successo a noi. Abbiamo pensato che il Signore proprio non ci lascia mai tranquilli. E per fortuna. Ma la cosa che volevo raccontare è che ho sentito subito l’urgenza di dover andare al funerale. Avevo tutte le scuse per poter rimanere a casa: mi era nata una bimba da poco e la mamma aveva bisogno, avrei perso una giornata intera per andare a Roma e partecipare a un’ora di funerale. Ma non bastava, volevo assolutamente andare. Non tanto e non solo per l’amicizia che ci lega con i genitori, avrebbero sicuramente capito se non fossi andato. Ma sentivo proprio il bisogno di andare la funerale, nonostante tutto il dolore che ne sarebbe scaturito, per me, per riscoprire quel bisogno, per riviverlo, per sentire quel cuore sanguinante di cui avevo fatto esperienza come mai prima dalla morte della Megghi in poi.

    Bisognosi di quello sguardo nuovo

    Anche per noi oggi è veramente facile abbandonarsi alla superficialità del mondo, accontentarsi, sentirsi guariti, a posto, sopprimere il grido del cuore. Ritorna inesorabile l’aridità della vita di tutti i giorni, la scontatezza della quotidianità, dei rapporti, delle cose da fare. È un tema per me molto presente, ora. C’è bisogno della morte di un caro o di un evento così drammatico per tornare a respirare? Che cosa dovrà capitare perché quello che ho percepito nel passato possa succedere di nuovo? Per me il punto oggi di aiuto è stare nella compagnia per educarsi a riconoscersi bisognosi ed avere quello sguardo nuovo. Per me, solo grazie agli amici di questa compagnia è possibile questo. Se no anche la morte di una figlia si dimentica o viene catalogata come un dolce/triste ricordo da commemorare una volta all’anno.

    La nascita di Matilde, un segno che rimanda a un Altro

    Valentina. Nulla è come prima. Anche la nascita della piccola Matilde che ora ha 7 mesi è stata diversa dalle altre volte. È per me un chiaro segno di speranza ma nel frattempo sono consapevole che lei non mi renderà felice, e che io non posso rendere felice lei. È un segno che mi rimanda ad Altro, a colui che veramente potrà rendermi felice e che ha già sconfitto la morte. Quello che desidero nella vita di tutti i giorni è di conoscerlo sempre di più, già qui ed ora. E il cammino dentro la Chiesa con la mia famiglia e gli amici mi permette di rendermi conto del buono che c’è già ora per me.