Quando non sono solo canzonette. Mogol a Sanremo: “Prego tutti i giorni, non per chiedere, ma per ringraziare”

Giulio Rapetti ieri sera al Festival: “Non siamo foglie alla mercè del vento, ma figli assistiti da una logica affettuosa, anche se non sempre a noi comprensibile”

Sanremo, 26 febbraio: 76ª edizione del Festival della canzone italiana. Mogol riceve il premio Città di Sanremo da Carlo Conti (foto Ansa/AgenSir)

Il premio alla carriera consegnato ieri sera durante il Festival di Sanremo. Il suo libro.

Rendimento di grazia, natura e arcobaleni

“Prego tutti i giorni, non per chiedere, ma per ringraziare”.  A parlare di preghiera, di rendimento di grazie, e poi di natura, di arcobaleni che portano altre e diverse parole un tempo umane è Mogol. Sì, Giulio Rapetti, che ha poi assunto ufficialmente anche quello strano nome evocante le orde asiatiche e che gli fu praticamente imposto, non ha molta fiducia nelle teorie del nulla e basta, del non senso della vita: “non siamo foglie alla mercè del vento, ma figli assistiti da una logica affettuosa, anche se non sempre a noi comprensibile”.

“Prego tutti i giorni, non per chiedere, ma per ringraziare”

La presenza di Mogol sul palco di Sanremo, ieri sera 26 febbraio, che ha visto sue canzoni trionfare o segnare comunque la storia del festival della canzone italiana, per ricevere il premio alla carriera e una lunga standing ovation ha rappresentato l’ufficialità di un riconoscimento: quello del più grande autore di testi della canzone italiana.
Il suo merito è soprattutto quello di aver unito la qualità alla popolarità in un mondo dove, prima di lui, e prima degli artisti che hanno con lui collaborato, soprattutto Lucio Battisti, sembrava regnare la contrapposizione tra gusti popolari e canzone impegnata.

“Le nostre canzoni ancora oggi possono far cantare all’unisono un professore universitario e una casalinga”

E proprio in quello che dovrebbe essere qualcosa di esclusivamente letterario, un libro, “Senza paura. La mia vita” (Salani, 2025, 218 pagine, 19 euro) Mogol mette insieme le due cose che prima di lui e Battisti sembravano contrapposte: “Sì, le nostre canzoni piacevano alle casalinghe perché parlavano d’amore. ancora oggi possono far cantare all’unisono un professore universitario e una casalinga”. Vero. Dopo l’ascolto di Dylan, Leonard Cohen, o di Brel o Brassens, solo per fare pochi nomi, mai avremmo potuto pensare che attorno al jukebox del bar o della spiaggia ci saremmo innamorati di una Canzone del sole fatta di tre semplici accordi di primo manico, quindi assai semplici, del ricordo di una cotta a sei anni e delle spiagge adriatiche.
Battisti e Mogol hanno creato un mondo diverso in cui ballo, ritmo, bellezza (e semplicità, anche se non sempre) delle parole e genialità di alcune soluzioni musicali hanno creato un nuovo mondo in cui l’intellettuale si trovava assieme all’operaio ad ascoltare Emozioni o I giardini di marzo.

Il fascino di questo libro sta anche nella sincerità. Con la scomparsa di Battisti, che riappare nelle pagine finali in cui si narra dell’apparizione di un arcobaleno, che darà origine alla canzone omonima cantata da Adriano Celentano (scritta da Mogol, ovviamente, con la musica di Gianni Bella), Mogol avrebbe potuto riconoscersi come geniale scopritore del talento del giovane di Poggio Bustone, e invece candidamente, con una sorprendente onestà, in un tempo di auto-approvazioni “urlate” sui nuovi media, confessa che “non avevo intravisto niente” nelle prime audizioni del futuro autore, e interprete, di Il vento dell’est o Emozioni.
L’onestà intellettuale è la dimensione più importante di questo libro. Che ci aiuta inoltre a ripercorrere o a scoprire le origini di molte canzoni che hanno fatto la storia della musica popolare – sia detto in senso elogiativo – non solo italiana. Anche David Bowie, solo per fare un nome, aveva intuito la geniale unicità di questo percorso. Il Sanremo di oggi ne rappresenta un altro passo.