Rubicone
Gambettola, accusa di truffa e riciclaggio per un’impresa di rottamai
Maxi operazione della Guardia di finanza su impulso dalla Direzione distrettuale antimafia di Bologna. Sei arresti
La Guardia di finanza di Forlì-Cesena, nelle prime ore di oggi, mercoledì 10 giugno, ha condotto una vasta operazione, denominata “Scrap Country”, che ha portato all’arresto di sei persone.
Lo snodo a Gambettola
Con il supporto del Servizio centrale investigazione Criminalità organizzata (Scico) e dei reparti territoriali di Napoli, Pesaro-Urbino e Milano, le Fiamme gialle hanno eseguito un sequestro preventivo di beni per oltre 12,5 milioni di euro, colpendo un sodalizio criminale che operava nel settore dei rottami metallici. Le indagini sono state delegate e coordinate dalla Direzione distrettuale antimafia di Bologna.
L’inchiesta ha preso il via a Gambettola, a seguito di una verifica fiscale su un’azienda di medie dimensioni inserita nel distretto del recupero metalli, conclusa con rilievi fiscali per circa 22,5 milioni di euro e la denuncia del “management societario” alla locale Autorità giudiziaria. I sospetti sono emersi quando i militari del nucleo di Polizia economico-finanziaria hanno scoperto palesi incongruenze tra la contabilità ufficiale e la documentazione extracontabile. Ad aggravare il quadro investigativo sono stati il rinvenimento di oltre 35mila euro in contanti, giustificati dal titolare come fondi per piccoli pagamenti, e la scoperta nel piazzale dell’azienda di un camionista che caricava rottami utilizzando formulari di identificazione rifiuti e timbri legati a un’azienda partenopea, del tutto estranei alla società ispezionata.
L’attività di indagine
Le indagini, approfondite anche mediante l’uso di intercettazioni telefoniche e ambientali, hanno svelato un complesso e articolato sistema di frode. Secondo le ricostruzioni, il rottamaio gambettolese acquistava “in nero” materiali ferrosi (tra cui rame, bronzo, ottone, acciaio e ferro), utilizzando denaro contante fornito da soggetti di origine campana. Il carico veniva poi trasferito, tramite autotrasportatori compiacenti, in un’azienda della provincia di Pesaro. Questa società marchigiana fungeva da snodo cruciale: tratteneva i materiali solo il tempo necessario per simularne il carico e creare documentazione di origine falsa, per poi rivendere i metalli “ripuliti” a fonderie e impianti di recupero.
La truffa si reggeva su un massiccio giro di false fatturazioni. L’azienda di Pesaro legittimava le vendite emettendo in maniera sistematica fatture per operazioni inesistenti, per un valore ricostruito in oltre 16 milioni di euro. Il denaro incassato sui conti bancari veniva poi riciclato attraverso finte operazioni commerciali con altre società, tornando così nella disponibilità del gruppo criminale che lo reinvestiva in nuovi acquisti non tracciati di rottami.
Tredici indagati
Nel complesso, l’operazione vede coinvolti 13 indagati, con l’applicazione di misure cautelari personali nei confronti di sei persone, e due società di capitali, con l’accusa, a vario titolo, di attività organizzate per il traffico illecito di rifiuti, riciclaggio ed emissione o utilizzo di fatture per operazioni inesistenti. Gli inquirenti specificano che l’inchiesta si trova nella fase delle indagini preliminari e per tutti gli indagati vige la presunzione di innocenza fino a un’eventuale sentenza definitiva.