Cesena
Lo striscione al liceo “Monti”. Lauretano: “Inneggiare alla famigerata X Mas è una faccenda grave”
In ogni caso, dice lo scrittore e poeta, "bisogna capire bene cosa è successo. Esagerate le reazioni a destra e a sinistra. La scuola è l'ultimo baluardo. Gli adulti hanno abdicato dalla loro funzione ducativa"
L’opinione di uno che per tanti anni è stato dietro una cattedra di scuola. “La conoscenza della storia è quasi sempre totalmente insufficiente”
Un caso nazionale
È diventato un caso nazionale. Lo striscione appeso alla finestra da parte di due studenti del liceo “Monti” la mattina dell’ultimo giorno di scuola con su scritto “L’Italia agli italiani” ha fatto il giro del Paese ed è arrivato nelle aule parlamentari. Anche in città si è fatto un gran parlare, visto che alla scritta sul lenzuolo sarebbe seguito un coro inneggiante alla X Mas.
Tenuto conto dell’ampio dibattito in materia e anche dei diversi interventi di esponenti locali, in merito abbiamo posto alcune domande al poeta e scrittore Gianfranco Lauretano, per tanti anni dietro la cattedra come maestro elementare.
Lauretano, come mai tutto questo clamore per il gesto di due studenti di V del Monti all’ultimo giorno di scuola? È giustificato?
Secondo me no. Non si tratta di minimizzare, ma di cercare di capire bene cos’è successo, innanzitutto, e poi giudicare realisticamente la portata del fatto. Il problema è che la discussione è passata sul piano politico, il che è profondamente sbagliato, dopodiché chiunque ha voluto dire la sua e il clamore si è amplificato in modo esponenziale e incontrollato.
C’è sufficiente conoscenza della storia negli studenti e in chi poi ha commentato nei giorni seguenti? Quali rischi intravedi?
In chi ha commentato, la conoscenza della storia è quasi sempre totalmente insufficiente. Ti faccio un esempio: molti sono intervenuti sulla famosa scritta sul lenzuolo, “l’Italia agli italiani”, ma pochi hanno verificato la faccenda dei cori inneggianti alla famigerata X Mas. Nel primo caso, quello della scritta, a me non sembra razzista, come invece ha titolato addirittura il sito ufficiale del Comune di Cesena; ma se i cori sono veri, allora la faccenda è grave, perché si tratta di un inaccettabile riferimento al fascismo, che va decisamente stigmatizzato. I rischi stanno nella generalizzazione e nell’incapacità di distinguere il vero problema.
Era giusto intervenire come ha fatto la scuola? Cosa avresti suggerito?
La scuola ha fatto bene, facendo quello che sa fare e non mi permetto di giudicarne l’operato. Siamo pieni di gente che dice alla scuola quello che deve fare, senza averne un’idea: i genitori, i sindacati, i politici, la stessa amministrazione comunale che su una scuola statale non ha titoli. Non sarò certo io ad accodarmi. Non commento il sei in condotta dato ai ragazzi. Mi domando solo quale possa essere l’efficacia della “tesina rieducativa” affibbiata pochi giorni prima della maturità, soprattutto quando ho letto le fonti a cui i ragazzi dovevano ispirarsi:, il giorno della Memoria, e ci sta, le leggi razziali fasciste e qui l’illazione è maggiore, e persino la formula “gli africani siamo noi” che mi fa un po’ ridere.
Quale il ruolo degli adulti, degli educatori, della famiglia e dei prof in un momento storico in cui le relazioni sono frammentate e condizionate dalla rete cui rischiamo di stare sempre tutti connessi? C’è la percezione di perdersi qualcosa di importante e fondamentale, essenziale, direi?
Il ruolo degli adulti è fondamentale, anzi unico. Credo che il ritiro degli adulti dalla loro principale funzione, che è quella educativa, sia la causa dello sbandamento dei giovani e del loro totale affidarsi alla rete per capire la vita. Anche in questo caso la scuola, che tutti accusano, secondo me è invece l’ultimo baluardo – ancorché perfettibile, sempre – che tiene, mentre famiglie, politica e altre “agenzie educative” sono allo sfascio. Che ci sia ancora qualcuno – ahimè molti – che scrive i propri commenti su quella discarica che sono i social e soprattutto altri che li leggono e li riprendono, dà l’idea del lavoro che c’è da fare, che è inizialmente proprio di conoscenza. Ad esempio: lo sappiamo che ormai il 50 per cento di ciò che gira sui social è prodotto non da umani ma dall’intelligenza artificiale? Solo un ignorante non può ancora tenerne conto.
Infine, come uscire da questo clima destra-sinistra tipo curva nord-curva sud, urlato a suon di slogan? Su quali basi si potrebbe impostare un dialogo serio, costruttivo e di confronto?
Ritornando alla realtà dei fatti e delle persone. Ad esempio l’accusa di razzismo fatta ai ragazzi è abnorme. Come esagerate sono le reazioni di destra e di sinistra: la prima ha addirittura presentato un’interrogazione parlamentare (boom!) per portare a conoscenza della presunta ingiustizia della scuola il ministro Valditara, il che mi sembra totalmente fuori dal vaso. La seconda, ha addirittura usato il sito ufficiale del Comune per lanciare le sue accuse: “Scritte razziste su un lenzuolo appeso a una delle finestre del liceo Monti di Cesena”, titola l’intervento che riporta la lettera aperta dell’assessore alla scuola Elena Baredi ai ragazzi. Mi sembra eccessivo e grave questo utilizzo di un sito pubblico (quindi pagato da tutti noi) per esprimere posizioni smaccatamente politiche, strumentalizzando addirittura la scuola pubblica, e sulla pelle dei ragazzi. Poi, mi chiedo, quali competenze ha un assessore comunale riguardo a una scuola statale come il liceo? Conosco Elena come ottima persona, appassionata di politica e davvero meritoria (si pensi al suo lavoro alle Cucine popolari), con cui ho felicemente lavorato in passato. Ma in questo caso il suo mi sembra un abuso di posizione, e con lei tutta l’amministrazione comunale, utilizzando strumenti pubblici per fare politica privata. Diverso sarebbe stato, infatti, se avesse espresso una posizione individuale. Chissà, forse sono già tutti in modalità campagna elettorale, ma quando Elena dice che la scritta dei ragazzi è “un’offesa rivolta all’intera città” si capisce quale captatio benevolentiae ci sia dietro. Io e migliaia di concittadini non possiamo che rispondere: “quello che dici non è in mio nome”.