Dal Mondo
Afghanistan. La vita delle donne sotto il controllo talebano
Il racconto di una giovane hazara di Bamyan descrive la spirale di controlli e umiliazioni, discriminazioni, violenze e paura
“Un giorno sono andata al Ministero dell’Istruzione a Bamyan. Indossavo un lungo hijab. Mi hanno detto che avevo stretto troppo la cintura e si vedeva leggermente la forma del mio corpo. Perché se gli abiti sono troppo aderenti possono attirare l’attenzione degli uomini, portarli sulla cattiva strada, far nascere in loro pensieri impuri. Ogni volta che ci ripenso non riesco a controllarmi e comincio a piangere”.
Zara, è un nome di fantasia per motivi di sicurezza è una giovane afgana hazara di religione sciita. Ci tiene a raccontare al Sir questo episodio da Bamyan, la città dei giganteschi Buddha di pietra distrutti dalla furia iconoclasta. E’ il clima quotidiano in cui vivono tutte le ragazze e le donne in Afghanistan, tornato sotto il controllo dei Talebani dal 15 agosto 2021, quando gli americani abbandonarono il popolo afgano al loro destino.
Sempre meno libertà
A distanza di cinque anni la situazione per le donne non fa che peggiorare: non possono lavorare nelle organizzazioni nazionali ed internazionali; l’istruzione è consentita solo fino ai 12 anni, a meno che non si iscrivano alle scuole islamiche. Sono state escluse da molti ambiti della vita pubblica. Devono indossare jihab neri o burka, non possono frequentare i parchi o i luoghi ricreativi, né dedicarsi ad attività artistiche.
Il controllo spetta ad una polizia speciale per la “prevenzione del vizio e la promozione della virtù”. In molti casi la conseguenza è l’arresto. Un tabù sociale enorme e una immensa vergogna per le donne che poi tornano in famiglia e in comunità, perché è altissimo il rischio di abusi sessuali in carcere. Tutti hanno paura di tutto.
Proteste inusuali
E’ stata perciò inedita la manifestazione dei primi di giugno nel quartiere di Jibril, a Herat, con una folla di giovanissimi hazara che protestava al grido “Lavoro, scuola, libertà”. Uno slancio di coraggio e follia pagato a caro prezzo: la polizia è intervenuta con bastoni e taser, si parla di almeno 6 morti e 20 feriti, con oltre 200 donne afgane incarcerate nell’ultimo mese. Ora la situazione è più tranquilla ma ci sono ogni tanto sporadiche proteste. “C’è stata molta paura tra la popolazione, soprattutto tra i giovani. Ora hanno timore di uscire di casa”, dicono alcune fonti al Sir.
“Da cinque mesi indosso sempre e solo lo stesso hijab”, prosegue Zara, che come le altre teme l’arresto se l’abbigliamento non corrisponde alle rigidissime regole talebane. “Noi donne dobbiamo affrontare moltissime difficoltà: non possiamo andare a scuola, lavorare, scegliere come vestirci. L’hijab deve essere nero, non sono ammessi altri colori, la parte anteriore deve essere chiusa con un bottone. Anche i pantaloni che indossiamo sotto l’hijab devono essere lunghi, dobbiamo portare i calzini”. Se le donne vengono arrestate, racconta, “una volta tornate a casa la gente parla male di loro. Molti insinuano che i talebani abbiano abusato sessualmente di loro.
Dopo queste accuse e questa vergogna, alcune ragazze arrivano a togliersi la vita”.
L’istruzione superiore è vietata. Appena completata la sesta classe, a 12 anni, le ragazze non possono più continuare gli studi. L’unica possibilità di farlo, ma solo fino alla dodicesima classe, è iscriversi ad una scuola islamica, dove si studia la dottrina e poche altre materie.
Ma poi, non potendo lavorare ed essendo costrette a restare a casa, molte cadono in depressione.
Gruppi di auto-aiuto o fuga all’estero
Di fronte a queste intollerabili imposizioni le donne cercano di organizzarsi, anche con gruppi di auto-aiuto. Le ragazze dai 15 ai 24 anni ricevono una educazione informale su materie come inglese ed informatica. Ad Herat circa 800 ragazze frequentano questi corsi privati, tollerati dalle autorità locali. Imparano piccole attività artigianali come la sartoria, si sostengono a vicenda. A Bamyan sono riuscite a costituirsi in cooperative o piccole imprese. Zara ne coordina una quindicina, coinvolgendo almeno 250 donne. Tra Herat e Bamyan ci sono 32 gruppi di auto-aiuto. In questo modo, racconta, “le donne possono iniziare a risparmiare e a costruire una piccola indipendenza economica”.
L’alternativa finora è stata la fuga all’estero, ma da quando il vicino Pakistan ha chiuso le frontiere e rimandato a casa i rifugiati afgani è diventata una impresa impossibile. Alcune sono riuscite ad arrivare in Germania o Italia con borse di studio e hanno fondato un’associazione che sostiene i programmi educativi in Afghanistan.
Il grande desiderio di Zara è “che un giorno le donne possano conquistare la propria libertà”.
“Non voglio che i diritti delle donne vengano concessi come un regalo – conclude -. Le donne devono poter decidere da sole della propria vita. Non possono aspettare che siano altri a prendere decisioni per loro”. Anche se, ammette, si sentono abbandonate dalla comunità internazionale, che finora “non ha preso decisioni efficaci a favore delle donne afghane”.