Cesena
Cesena. Agorà. La burocrazia delle piante secondo Stefano Mancuso
Nella Comunità naturale l'antidoto alla "banalità del male"
Si è conclusa la lectio del neuroscenziato che ha parlato di Comunità naturali, introdotto dal nostro direttore Francesco Zanotti
Obiettivo minimo, la sopravvivenza della specie
Nessuno sa che la vita media di una specie è di 5 milioni di anni. È questa – però – un’informazione forse scritta da qualche parte nel dna delle cellule e quindi quantomeno intuita, se è vero che le specie viventi sono strutturate per raggiungere con la loro esistenza l’obiettivo minimo sindacale della sopravvivenza, appunto, della specie.
A giudicare dagli ultimi anni di vita, questo obiettivo non pare essere tuttavia il primo pensiero degli umani, ha commentato sorridendo il professore Stefano Mancuso, neuroscienziato e docente all’Università di Firenze, che ha da poco concluso per Agorà festival in corso a Cesena da oggi, venerdì 6 novembre a domenica 8 novembre, il suo intervento introdotto dal nostro direttore Francesco Zanotti.
Le comunità naturali e democratiche
Citando papa Francesco come grande paladino dell’ambiente e della cura del creato cui ha dedicato l’enciclica Laudato Sì nel 2015, il direttore Zanotti ha posto sei domande sul tema della lectio in programma, Comunità naturali. Il professore – tra le altre cose anche fondatore del Laboratorio internazionale di neurobiologia vegetale – ha scelto di rispondere sul rapporto tra le piante e la burocrazia, oggetto di un capitolo del suo libro La nazione delle piante.
Garantire la lunga vita della specie è il motivo per cui, ha spiegato Stefano Mancuso dal palcoscenico del teatro Bonci, le comunità vegetali fanno di tutto per tenere in vita ciascuno, anzi proprio tutti, i suoi componenti. Come ebbe a osservare il biologo Henri Dutrochet, scropritore del processo dell’osmosi, individuando in un bosco di piante molto antiche, ceppi vivi anche se vecchi di 200 anni e privati di chioma. Quei ceppi sono sopravvissuti grazie all’energia vitale che tutti gli altri individui del bosco o della foresta di cui facevano parte hanno impiegato per mantenerlo in vita.
Il valore di ciascun individuo
Questo concetto di comunità naturale è ciò che definisce il valore e l’importanza insostituibile di ciascun individuo, potenziale portatore di geni di cui fra un milione di anni potrebbe esserci un estremo bisogno e che oggi potrebbero anche non essere noti. Sopravvive, nella specie, non il più giovane, il più intelligente o il più forte ma il più adatto, come ci ha insegnato Charles Darwin. Un dato che però oggi non è noto perché chissà come saremo domani.
Veloci e verticistici, ovvero fragili
A questa riflessione si richiama anche quella della comunità orizzontale, in cui tutti hanno un ruolo vitale, che il professore ha spiegato attingendo dalla metafora dell’organizzazione delle piante. Un’organizzazione non verticistica come quella umana, in cui in cima alla piramide c’è un unico capo che decide, rispondendo al bisogno fondamentale della velocità.
La burocrazia del male
L’unico vantaggio dell’organizzazione verticistica, che per il resto si rivela fragile su tutti i fronti, primo fra questi il fatto di basare il proprio funzionamento sulla burocrazia. Un sistema che chiede, e sorprendentemente ottiene, facile e totale obbedienza dalla razza umana. Anche a tutti i costi. Citando La banalità del male di Hannah Arendt e il famoso esperimento di Stanley Milgram sull’apprendimento e la punizione, Stefano Mancuso ha suggerito nell’organizzazione decentrata e distribuita delle piante il vero antidoto al male, che non ha nulla di mistico né di sorprendente ma è più grigio e ordinario dei fenomeni come ebbe a dire la sociologa Arendt, finendo per questo incompresa e isolata dalla comunità sociale.
Il futuro
La pianta invece non deve rispondere alla velocità, essendo ferma sul terreno e inamovibile. I suoi obiettivi sono altri dalla velocità. La pianta ragiona con tutto il corpo, sente con tutto il corpo, si muove con tutto il corpo. Ciascuna parte della pianta pensa, sente e vive. Anche se tagliata in qualche suo componente, la pianta può sopravvivere al contrario dell’uomo che se privato dei polmoni o del cuore, muore.
“Siamo costruiti male – ha osservato con ironia il professore – come in una organizzazione verticistica che prevede un solo elemento a capo di un sistema e quando quell’elemento manca, il sistema crolla”.
Analizzata nella sua complessità, la comunità vegetale ci mostra con chiarezza che l’interesse del singolo individuo non coincide con quello della comunità.
Lo ha dimenticato però l’uomo moderno che a differenza dei suoi predecessori, capaci di spendere forze e risorse per costruire cattedrali e grandiose opere di cui i contemporanei non solo non avrebbero mai fruito ma nemmeno avrebbero visto realizzate, pensa e agisce solo in termini individuali, con conseguenze però che non sono indifferenti per il suo futuro.
Francesco Zanotti, direttore del Corriere Cesenate
