Don Mirco Bianchi a Bulgarnò: “La malattia mi sta guarendo. Il Signore mi converte di nuovo”

Ieri sera la testimonianza davanti alla famiglia, amici e a parrocchiani vecchi e nuovi, in occasione della festa patronale in corso fino a domenica 16 agosto

Da sinistra, sul palco di Bulgarnò: don Sauro Bagnoli e don Mirco Bianchi
Da sinistra, sul palco di Bulgarnò: don Sauro Bagnoli e don Mirco Bianchi

I ricordi da bambini e della giovinezza. I momenti dell’abbandono e del ritorno. Il legame con don Giovanni Savini e il movimento di Comunione e liberazione

In famiglia il dono della vita

“Senza dirlo mai in maniera esplicita, i miei genitori mi hanno insegnato che la vita è dono. Siamo cinque fratelli. Ricordo le sveglie alle 5 della mattina per andare a lavorare nei campi”. Ha iniziato con ricordi personali dell’infanzia e della giovinezza vissuti in casa don Mirco Bianchi, ieri sera a Bulgarnò, durante i festeggiamenti per la festa dedicata a santa Maria Assunta (cfr pezzo al link qui sotto). Dopo aver celebrato la Messa con il parroco don Sauro Bagnoli, il sacerdote ha reso una testimonianza pubblica della sua vita, passando per la vocazione fino all’ultimo anno e mezzo nel quale convive con una grave malattia.

I ricordi delle serate in discoteca. Tutto è servito

“Poco fa sono andato a fare visita a Omar e alla sua mamma – ha proseguito don Mirco -. Mi ricordo quando Omar mi portò per la prima volta in discoteca. Ma non rinnego nulla della mia vita. Tutto è servito. Anche quando la mia mamma mi chiamava alle 10 della domenica per andare alla Messa delle 11. Ma io avevo fatto tardi non mi svegliavo. Alla fine mi diceva: alzati e vieni di sotto, almeno segui quella in televisione”. Tutto serve, anche la ribellione. Alla fine, la fede affidata trova un suo percorso, ha aggiunto il prete, “un dono da conservare e da difendere”.

Il percorso in parrocchia, anche l’abbandono

La memoria di don Mirco va all’esperienza vissuta in parrocchia, a Bulgarnò, con don Giovanni Savini. I centri estivi, i campi scuola. Poi anche il movimento di Comunione e liberazione. Fino al 31 dicembre del 1998, giorno della svolta. “Il giorno in cui, mi è molto chiaro – ha precisato il don – tornai alla fede. Avevo un desiderio che non trovava la strada da percorrere”. Ma se oggi quel prete è su quel palco a parlare di sé, è perché “la mia famiglia mi ha affidato. Ricordo i rosari recitati mentre si pulivano le piantine delle fragole, in inverno”. Bulgarnò è stato anche il luogo in cui don Mirco ha vissuto il “momento dell’abbandono”, della stanchezza di una vita cristiana che diceva poco a un cuore inquieto, anche timido, come il suo. “Qui ho celebrato la mia prima Messa, il 6 giugno 2010, nel giorno del Corpus Domini. Fu don Giovanni che mi disse: guarda che la vita stringe. Avevo tutto, ma sentivo che qualcosa ancora mi mancava. Poi il libro di Karol Wojtyla “Amore e responsabilità” e quelli del PerCorso di don Giussani mi hanno aiutato a scoprire la mia strada. Entrare in seminario mi aiutò a scoprire i vari aspetti della vita”.

La malattia? Il Signore mi ha preparato anche a questo

Poi sono venuti i tempi della malattia, che nessuno mai si augura. “Tanti mi danno per matto – confida il sacerdote -. Mi rendo conto che riesco a vivere questi momenti proprio grazie alla mia vocazione, al giorno in cui sono entrato in seminario, nel 2002. Da lì è cambiato tutto”. Poi l’affermazione forse più forte di tutta la testimonianza: “La malattia forse è il compimento della mia vocazione. Il Signore mi ha preparato a vivere questo. Non è un di meno per me: è un di più”.

“Ho un tumore non più guaribile”

Poi arriva la fase più complicata. “Ho un tumore con metastasi in tutto il corpo. Un male non più guaribile, uno tra i più aggressivi – confessa il don davanti a tante persone che lo ascoltano in assoluto silenzio -. Ho continuato a condividere la mia vita quotidiana. Non ho mai avuto paura di questa malattia. Ho avvertito fin da subito una grande pace. La vivo come un dono del Signore. Alcuni si arrabbiano per quello che dico, tanti mi ringraziano. Io aggiungo: è la stessa vita che vivo in maniera più profonda e con più fede. Racconto ciò che il Signore sta facendo nella mia vita”.

A scuola: “Quel ragazzino terribile ora è mio collega di religione”

Anche a scuola, dove insegna da 16 anni, don Mirco non fa mistero di quel che vive. “Insegno a Cesenatico e a San Giorgio. Ricordo un ragazzino, uno dei più turbolenti. Spesso mi ha fatto impazzire. Oggi è un mio collega di religione. Gli studenti non sono tuoi figli, ma li senti un po’ come se lo fossero. Vuoi loro bene, ti affezioni. Io li ringrazio tutti, quelli bravissimi e quelli più turbolenti. Poi, insegnare è un’occasione preziosa per incontrare tante famiglie. A scuola incontri tutti. Per questo, d’accordo con il vescovo Douglas, decidemmo di passare dal part time al tempo pieno”.

La malattia vissuta come sovrabbondanza

Un ultimo pensiero è ancora per la malattia. “Penso mi stia guarendo – spiazza il pubblico, don Mirco -. Si può cambiare con la malattia. Il Signore mi sta convertendo di nuovo. È una sovrabbondanza”. Poi i ricordi vanno a un recente viaggio a Roma: “Sono stato nella capitale da solo dopo 30 anni. Ho celebrato sulle tombe di san Pietro e san Paolo. Certo, non avevo programmato di ammalarmi, ma la malattia non è un ostacolo, ma diventata per me un’opportunità per parlare di Gesù. Siamo pellegrini su questa terra. Sono pronto a partire per la missione. Nella malattia capisci meglio la croce di Gesù. Un mistero per come il Signore ce la fa vivere”.