Diocesi
Giornata del malato. L’arcivescovo Caiazzo: “Non c’è ferita che Dio non possa curare”
La testimonianza del chirurgo Massimo Bassi, del reparto Maxillo-facciale: "Non può essere una linea-guida che mi deve far decidere se intervenire o no, che dà valore a una persona”
“Non c’è ferita che non si possa curare. Il digiuno non è qualcosa da fare. Non è rinunciare, ma condividere”, ha aggiunto il presule durante la Messa di ieri pomeriggio all’ospedale “Bufalini” di Cesena
“Voi siete il sale della terra”
“Voi siete il sale della terra. Ma se il sale perde sapore?”. Con queste parole il vescovo di Cesena-Sarsina, l’arcivescovo Antonio Giuseppe Caiazzo, ha iniziato la Messa ieri pomeriggio nella cappella dell’ospedale, uno degli appuntamenti per la Giornata del malato (cfr pezzo al link qui sotto). Con il presule concelebrano i due cappellani del “Bufalini”, don Fiorenzo Castorri e don Firmin Adamon. Sull’altare anche i diaconi Luciano Veneri, Massimo Brunelli, Carlo Bracci, Valder Gimelli e Gino Della Vittoria.
Lo siamo realmente. Lo dice Gesù
Nell’omelia (foto qui sotto) davanti ai tanti fedeli che gremiscono la chiesa oltre la capienza, monsignor Caiazzo insiste: “Voi siete, si legge nel Vangelo. Significa che lo siamo realmente, come dice Gesù. Non chiede a noi di diventarlo. Siamo sua presenza nel mondo”. I cristiani splendono nel mondo, in mezzo alle tenebre. Ognuno di noi, prosegue l’arcivescovo, “ha ricevuto questa luce attraverso i sacramenti. È lo Spirito Santo che viene dentro di noi e ci fa questo dono. È Dio che ha detto di sì a ognuno di noi perché potessimo dire di sì ai fratelli”.

Abbiamo ridotto il digiuno a qualcosa da fare
Il presule prende in considerazione il digiuno, visto anche l’approssimarsi della Quaresima. “L’abbiamo ridotto – spiega – a qualcosa da fare che non ci cambia. A non mangiare la carne e a consumare il pesce che magari costa di più. Non è questo che ci viene chiesto. Il digiuno non è rinunciare, ma condividere qualcosa di nostro, ad esempio il tempo, magari una solitudine da riempire, una sofferenza cui stare accanto”. Il rischio, aggiunge, è quello di ridurre a “una gestualità senz’anima, senza vita”. Dove sono, in queste situazioni, luce e sale del mondo, si domanda il vescovo?
Non c’è ferita che Dio non possa curare
“Non c’è ferita che Dio non possa curare – dice ancora monsignor Caiazzo -. E il Signore a volte cura con il sale, per purificare ferite che hanno bisogno di rimanere aperte prima di poter essere rimarginate”. È Dio che dice il suo “eccomi” a ogni persona. “La luce brillerà nelle tenebre se sazieremo l’afflitto di cuore e la notte lascerà spazio al giorno. Anche la notte della morte, perché l’inizio del sole che sorge è Gesù Cristo”.
Siate luce della luce che vi abita
Le ultime parole del vescovo sono per quanti svolgono un servizio all’interno dell’ospedale, con la cappellania. “A voi che operate accanto ai sanitari, a voi che siete operatori sanitari: siate luce della luce che vi abita e sale che dà sapore. Come la Madonna, portate Gesù, il salvatore. Vivete la vostra missione con rinnovato entusiasmo. E grazie per la vostra presenza e la vostra opera”.
La testimonianza di Massimo Bassi, chirurgo nel reparto Maxillo-facciale
Al termine della Messa è seguita la testimonianza del dottor Massimo Bassi, chirurgo del reparto Maxillo-facciale (foto qui sotto). “Mi ha trasmesso la fede – esordisce Bassi, per osmosi, la mia mamma”. Bassi viene dal paese di Voltana, nel lughese. Non gli mancano le domande sul cammino cristiano. “A Bologna – prosegue – alla facoltà di Medicina, incontro il movimento di Comunione e liberazione. È in quell’esperienza che comprendo che la fede c’entra con la vita. E c’entra anche con la fatica nello stare davanti agli ammalati, al dolore” di chi ha una diagnosi che non lascia scampo. È allora che le domande di infinito che abitavano il cuore del giovane medico si incrociano con quelle proposte dal sacerdote milanese don Luigi Giussani. “Quelle stesse domande mi hanno fatto capire che non ero sbagliato. Che quelle domande facevano parte della vita”.

Di fronte al dolore e alla morte si rischia di crollare
Il chirurgo rischia di andare in crisi di fronte al limite della morte. “Di fronte all’inoperabile tutto crollava – ammette Bassi -. Trascorsi un anno in Francia. Là erano bravissimi, ma vivevano anche un forte scetticismo. Non voglio diventare come loro, mi sono detto”.
La ricetta: le relazioni umane
Il giovane dottore adotta un altro metodo. Instaura con i pazienti un rapporto unico, fatto anche di incontri, di relazioni umane. È un giovane marito, rimasto senza la moglie che non ce l’ha fatta che gli rivela: quando non c’è più niente da fare, si vedono i grandi uomini. “Andai al funerale a La Spezia – ricorda Bassi -. Ogni anno a Natale mi manda ancora gli auguri. Ho capito che il livello da praticare è quello dell’accompagnare”. Non risolve la questione-malattia, ma fa nascere qualcosa di nuovo.
Mi sono trovato dall’altra parte. Anche i piccoli gesti hanno importanza
Da quell’episodio, per Bassi nasce un nuovo modo di lavorare: seguire i pazienti, nel loro percorso in ospedale e anche fuori. Prima di un medico sei stato un amico, riporta il dottore ricordando un paziente del ravennate. Vira di nuovo il modo di prosi verso la malattia e chi la affronta quando è una figlia del dottore che deve subire un intervento. “Mi sono trovato dall’altra parte – ricorda Bassi -. Allora sono importanti i dettagli, i piccoli gesti: una medicazione, una garza, un cerotto. Tutto ha importanza”. E una nuova consapevolezza: “Solo pochi pazienti diventeranno medici, ma tutti i medici, prima o poi, diventeranno pazienti”.
Questo è il mio cellulare. Siamo strumenti nelle mani di Dio
Un altro ricordo è per una mamma che in cuor suo aveva già deciso di abortire. Inutili le parole del dottore per spiegare. Dopo un’ora di colloquio, al medico non rimase altro che dire: “Questo è il mio cellulare”. Dopo qualche mese arriva l’annuncio: teniamo il bambino. Quando mi ha dato il suo numero ho capito che non ero più sola. “Ecco – commenta Bassi – siamo strumenti nelle mani di Dio”.
Non può essere una linea-guida che deve far decidere se intervenire o no
“Perché vai a Messa tutti i giorni, mi ha chiesto un prete. Lui che ha preso la croce sulle spalle è l’unico che mi fa stare davanti al dolore. Per me, qui in chiesa, è un esame di coscienza continuo. Trovo nelle parole del Vangelo le risposte alle domande sulla vita, ai motivi per cui sono al mondo. Il mio lavoro parte da qui dentro, nella preghiera dei fedeli, nel ringraziamento e nella benedizione da portare a tutti”. Nasce da qui un altro sguardo, un altro modo di vivere una professione di frontiera, a contatto in ogni momento con la sofferenza, con il dolore, con il distacco umano. Non è facile, fa intendere Bassi, che aggiunge: “Non può essere una linea-guida che mi deve far decidere se intervenire o no, che può dare o no valore a una persona”. C’è dell’altro. C’è molto di più. C’è la condivisione dell’esperienza umana, alla maniera del Vangelo.