Iran. Bertolotti (Start InSight): “Scenario peggiore sarebbe una guerra civile”

L’incognita principale resta l’evoluzione interna dell’Iran, con il rischio di guerra civile, e il possibile coinvolgimento delle potenze globali e di allargamento del conflitto  

Foto Afp/AgenSir

Per l’analista e direttore di Start InSight Claudio Bertolotti il conflitto ha radici nelle dinamiche strategiche degli ultimi anni, dal ritiro Usa dall’accordo sul nucleare agli Accordi di Abramo. “La gestione strategica del conflitto in corso è americana, quella operativa israeliana”

Una settimana fa lo scoppio del conflitto

A una settimana dallo scoppio del conflitto tra Israele e Iran, lo scenario resta incerto e carico di rischi. Nella notte nuova ondata di bombardamenti su Teheran mentre esplosioni si registrano a Dubai e a Manama, capitale dell’Oman. In Libano, altro fronte aperto di Israele, sono circa 500mila i libanesi sfollati in fuga dal sud, verso il Nord del Paese.

Secondo Claudio Bertolotti, direttore del think tank Start InSight (www.startinsight.eu) ed esperto dell’Ispi, la crisi attuale si inserisce però in una traiettoria geopolitica coerente con le scelte degli ultimi anni della politica statunitense in Medio Oriente.

“C’è una coerenza con la linea politica della prima amministrazione Trump”, spiega Bertolotti, ricordando il percorso che ha portato alla normalizzazione dei rapporti tra Israele e diversi Paesi arabi. “Questo processo ha trovato negli Accordi di Abramo del 2020 il riconoscimento di Israele da parte di diversi attori regionali che prima non lo riconoscevano”. In questo contesto, l’Iran è rimasto l’antagonista principale. “Da un lato perché si è sempre posto come obiettivo la distruzione di Israele, dall’altro perché rappresenta il principale antagonista regionale dell’Arabia Saudita”. Anche il ritiro unilaterale degli Stati Uniti dall’accordo sul nucleare iraniano nel 2018 può essere letto in questa chiave: “Quel ritiro potrebbe essere stata la prima mossa forte” che ha portato a questa guerra.

(Foto AFP/SIR)

Rischio guerra civile

Dopo i primi giorni di combattimenti resta aperta la domanda su quale direzione prenderà il conflitto: una guerra circoscritta o una crisi più ampia in Medio Oriente. “Ci sono sempre elementi che possono far scivolare un confronto gestibile in una guerra fuori controllo”, osserva l’analista. Proprio la possibilità di una destabilizzazione interna dell’Iran, “una guerra civile come in Iraq nel 2003”, rappresenta, secondo Bertolotti, una delle variabili più delicate. Non si può escludere, ad esempio, che l’esercito iraniano possa sostenere l’opposizione interna in funzione anti-Pasdaran.

“È possibile perché l’esercito non ha in mano nulla e avrebbe poco da perdere”, afferma. “Sono i Pasdaran a controllare tutte le leve politiche, economiche e sociali del Paese e per pur di non perdere i privilegi e il potere che quarant’anni di dittatura hanno conferito loro, non avrebbero problemi ad entrare in conflitto”. In questo caso si aprirebbe “lo scenario peggiore”, quello di una guerra civile con conseguenze imprevedibili.

Il ruolo di Cina e Russia

Il ruolo delle grandi potenze resta per ora limitato ma significativo. La Russia, presa dalla guerra in Ucraina, “può fare ben poco e si muove sotto traccia”, osserva Bertolotti. Diversa la posizione della Cina, che ha interessi economici e strategici nell’area. Pechino, spiega l’analista, “sta aiutando molto l’Iran in termini di intelligence, supporto tecnologico e consulenza”, ma evita un coinvolgimento diretto. “La Cina vuole essere ‘esclusa’ da qualunque tipo di confronto con gli Stati Uniti, perché sa di non essere pronta e che gli strumenti da utilizzare non sono, al momento, quelli militari”. Non si può escludere quindi un progressivo distanziamento, almeno finché il conflitto resterà contenuto.

Conseguenze economiche e durata del conflitto

Le ripercussioni economiche potrebbero essere significative, soprattutto per la chiusura dello Stretto di Hormuz controllato dai Pasdaran. Secondo Bertolotti, uno scenario di stabilizzazione dell’Iran avrebbe effetti positivi anche per l’Europa. “Se l’Iran fosse portato su posizioni più miti e non ostili a Israele e all’Arabia Saudita, avremmo tutti da trarre vantaggio”, sottolinea. “Si riaprirebbe un mercato che è stato chiuso o rallentato dalle sanzioni”. Al contrario, un aggravamento del conflitto penalizzerebbe soprattutto l’Europa: “Noi europei saremmo i primi a trarre svantaggio, mentre ad avvantaggiarsi sarebbero sempre gli Stati Uniti come fornitori di energia al Vecchio Continente”. Anche sulla durata della guerra l’analista invita alla prudenza. “Quando si entra in guerra, l’idea è di fare tutto in un paio di settimane”, osserva. “Un’operazione veloce, pulita e si ottiene lo scopo. Afghanistan, Iraq, Ucraina, Israele-Hamas: tutto è iniziato per durare poche settimane. E così non è avvenuto”. L’Iran potrebbe inoltre disporre di un arsenale ancora significativo. “Si stima che possa detenere 5mila missili, anche balistici, nascosti sottoterra. Se così fosse avremmo di che preoccuparci”.

Ruolo degli alleati e diplomazia

Per l’Italia e per l’Europa lo spazio di manovra resta limitato.

“L’Italia non può fare un passo indietro, come non lo farà nessuno degli alleati degli Stati Uniti”, Spagna inclusa, afferma Bertolotti. “Dobbiamo capire che noi siamo alleati subordinati”. Tuttavia, Roma mantiene canali diplomatici aperti con Teheran, che potrebbero rivelarsi utili. “Abbiamo ottimi rapporti con l’Iran e non abbiamo interrotto il dialogo diplomatico. Lì dobbiamo rimanere”.

Nonostante le tensioni, l’analista intravede ancora uno spiraglio per una de-escalation. “Vedo una luce di speranza”, spiega, ipotizzando che Washington stia cercando interlocutori all’interno dell’apparato iraniano.

“Trump sta cercando un dialogo all’interno dei Pasdaran, cercando di escludere gli ayatollah. Trovare un interlocutore interno – come avvenuto in Venezuela dopo la cattura di Maduro – è un elemento chiave della strategia del presidente americano”.

Anche perché, sottolinea Bertolotti, “Trump non ha nessuna intenzione di condurre gli Stati Uniti in un impegno devastante come fu quello dell’Iraq del 2003”.

Nel frattempo, Israele continua a svolgere un ruolo centrale sul piano operativo. “La gestione strategica è degli Stati Uniti, quella militare-operativa è di Israele”, spiega l’analista. “L’obiettivo israeliano è eliminare qualunque minaccia esistenziale allo Stato di Israele”. In questa prospettiva, conclude, “Netanyahu ha giocato molto bene le sue carte convincendo gli Stati Uniti a entrare in guerra”.