La lettera: sull’immigrazione non fermiamoci alla superficie della geopolitica

Andrea Rava scrive al direttore Zanotti: "Il cardinale Biffi sottolineava come la gestione democratica dei flussi non possa essere affidata all'irrazionalità, ma debba seguire un criterio di compatibilità culturale"

Foto Ansa/AgenSir

In risposta alla lettera di Tiziano Conti

Caro direttore, leggo con attenzione la lettera pubblicata dal Sig. Tiziano Conti (cfr al link qui sotto) in merito alle dichiarazioni del governo spagnolo e alla reintroduzione dei controlli di frontiera da parte dell’Italia. Le riflessioni del Sig. Conti sollevano un tema cruciale, ma rischiano di confondere la difesa dei valori europei con la loro stessa dissoluzione. Egli richiamo la nota di Madrid come un promemoria di ciò che significa “essere europei”. Ma la domanda radicale che dobbiamo porci oggi è un’altra: che Europa è quella che abdica al proprio principio di limite?

Per comprendere la gravità di quanto accaduto a Ceuta — con quell’ondata coordinata di settantamila persone giunte al varco — non possiamo fermarci alla superficie della geopolitica. Dobbiamo interrogare i testi fondanti della nostra civiltà, quegli architravi greco-latini e giudaico-cristiani che oggi riscopriamo con una urgenza inedita, anche grazie all’eco culturale del kolossal The Odyssey di Christopher Nolan, recentemente giunto nelle nostre sale.

Il ritorno di Ulisse e la lezione del grande schermo

Il film di Nolan ci restituisce l’epica omerica non come un polveroso reperto mitologico, ma come uno specchio radicale del nostro presente. Ulisse non è semplicemente l’eroe del viaggio; è l’eroe del ritorno, del nostos, colui che comprende che l’identità e la comunità esistono solo in virtù di un limite, di un perimetro da custodire.

Nel mondo antico, l’ospitalità (la xenia) era sacra, tutelata da Zeus. Ma la cultura classica — e successivamente la tradizione giudaico-cristiana — non ha mai confuso l’accoglienza con il suicidio comunitario o con l’abolizione del diritto.

Pensiamo ai Proci nell’Odissea. Essi assediano la reggia di Itaca, consumano i beni della comunità, pretendono diritti senza reciprocità, sovvertono l’ordine e la misura. L’ospitalità non è mai accoglienza indiscriminata: è un patto fondato sul riconoscimento reciproco, sul rispetto della casa che accoglie e sulla salvaguardia della sua sopravvivenza.

Quando Ulisse torna e dice di no ai Proci, quando pone argine a chi ha violato la misura (hybris) della convivenza civile, non sta rinnegando la legge; la sta ristabilendo. La legge non è un automatismo cieco che impone l’autodistruzione di un popolo in nome di un universalismo astratto. Va interpretata, custodita e difesa. Dire di no, a un certo punto, non è un atto di barbarie: è l’atto fondativo di ogni civiltà che non voglia dissolversi.

La tentazione dell’indifferenziato, Biffi e il realismo europeo

Oggi l’Europa occidentale si trova di fronte a una prova analoga a quella di Itaca. Abbiamo conquistato in decenni di lotte, democrazia e sacrifici un modello di welfare, di diritti e di garanzie sociali che affonda le sue radici proprio in quell’umanesimo greco-cristiano. Ma questo modello non è un’entità metafisica sospesa nel vuoto: ha bisogno di confini, di strutture, di sostenibilità e di regole condivise per esistere.

In questa prospettiva risuona con una lucidità impeccabile l’analisi del compianto cardinale Giacomo Biffi. Biffi sottolineava come la gestione democratica dei flussi non possa essere affidata all’irrazionalità, ma debba seguire un criterio di compatibilità culturale. Privilegiare l’immigrazione proveniente da Paesi di tradizione cattolica o cristiana non significava per lui discriminare per disprezzo, ma applicare un principio di puro buon senso civile: favorire l’ingresso di chi, condividendo il medesimo substrato di valori e la medesima visione della persona umana, è in grado di integrarsi organicamente senza sfilacciare il tessuto sociale del Paese accogliente.

Pensare che l’accoglienza debba essere illimitata e astratta da qualsiasi affinità culturale significa cedere a un idealismo che cancella la realtà materiale. Le cronache di questi giorni lo dimostrano oltre ogni ragionevole dubbio: la premier socialdemocratica danese Mette Frederiksen ha annunciato al parlamento di Copenaghen di essere pronta a chiudere completamente le frontiere di fronte alla crisi di Ceuta, portando avanti insieme a Germania, Austria, Paesi Bassi e Grecia le trattative per creare hub di rimpatrio extraeuropei in Uganda. Nel frattempo, Germania e Italia si trovano ad affrontare la complessa gestione delle regole di Dublino, dimostrando che perfino il governo tedesco riconosce l’insostenibilità di flussi incontrollati.

La sinistra democratica del Nord Europa e i governi di mezzo continente stanno dicendo esattamente ciò che il politicamente corretto ha cercato di rimuovere: il welfare, la sicurezza e la tenuta democratica non si reggono sull’indifferenziato.

Il vero volto dell’Europa

Ridurre la crisi di Ceuta a una mossa tattica o a una schermaglia di politica estera significa guardare il dito anziché la luna. Quel che è successo al confine spagnolo è la dimostrazione di come la vulnerabilità europea venga usata come arma di pressione geopolitica da attori esterni.

Di fronte a un simile attacco alla sovranità e alla sicurezza, la reazione non può essere la colpevolizzazione di chi — come l’Italia — prova a ristabilire un argine temporaneo. L’Europa non è una torre d’avorio dove ci si limita a predicare la fratellanza universale mentre le fondamenta cedono.

Essere europei, oggi, significa avere il coraggio di guardare in faccia la realtà: non c’è democrazia senza legge, non c’è welfare senza confini, e non c’è vera accoglienza là dove viene meno il coraggio di dire di no per difendere la casa comune.

Andrea Rava – Faenza