Diocesi
L’arcivescovo Caiazzo alla Messa crismale: “Si sta consumando una catastrofe mondiale, ma con Gesù possiamo seminare pace, fraternità e giustizia”
Oggi è il giorno del decimo anniversario dell'ordinazione episcopale del vescovo. "Una Dioincidenza straordinaria", dice il presule. Ai preti: "Fuggiamo la tentazione dell'apparire. Dobbiamo servire, non essere capi". Olio proveniente dagli uliveti di Capaci (Palermo) e di Locri (Reggio Calabria)
Il ricordo dei primi anni da sacerdote e del percorso personale fino alla nomina in Romagna. Ricordati gli anniversari di ordinazione. Tra questi i 75 anni di sacerdozio di don Silvano Ridolfi.
Tanti i sacerdoti alla Messa crismale, in Cattedrale questa mattina a Cesena, nel Giovedì Santo. Sono numerosi anche i diaconi sull’altare. Presiede la liturgia il vescovo di Cesena-Sarsina, l’arcivescovo Antonio Giuseppe Caiazzo. Con lui concelebrano il vescovo emerito, monsignor Douglas Regattieri, e l’abate di Santa Maria del Monte, dom Mauro Maccarinelli. Sono molti anche i fedeli che riempiono il duomo per una liturgia che è stata riportata al mattino. Numerose le autorità. Fra queste, il vicesindaco di Cesena Christian Castorri con gli assessori Camillo Acerbi, Elena Baredi, Carmelina Labruzzo, Lorenzo Plumari, il consigliere comunale Marco Casali, i sindaci di Sarsina, Enrico Cangini, di Verghereto, Enrico Salvi, di Gambettola, Eugenio Battistini, e di Longiano, Mauro Graziano, la vicesindaca di Cesenatico Lorena Fantozzi, il questore Claudio Mastromattei, il comandante provinciale dei Carabinieri Gianluigi Di Pilato, il comandante del Caps Stefano Dodaro e della Polizia locale Andrea Piselli. La Messa è animata dalla corale “Santa Cecilia” diretta dal maestro Gianni Della Vittoria.
Quest’anno, questo Giovedì Santo, 2 aprile, coincide anche con il decimo anniversario di ordinazione episcopale per l’arcivescovo Caiazzo, che chiama “Dioincidenza” questa combinazione particolare. Oggi vengono ricordati il 25° anniversario di sacerdozio di padre Joseph Mubenga, il 50° di monsignor Walter Amaducci e monsignor Pietro Luigi Tonelli, il 70° di monsignor Mario Morigi, il 75° di monsignor Silvano Ridolfi e il 25° di diaconato di Marco Casali.

Di seguito pubblichiamo l’omelia che l’arcivescovo Caiazzo sta pronunciando in questo momento. Ecco il testo.
Una Dioincidenza straordinara
Eccellenza carissima, monsignor Douglas, carissimo padre abate Mauro, carissimi confratelli nel sacerdozio e diaconi, fratelli e sorelle della vita consacrata e religiosa, autorità civili e militari, sorelle e fratelli tutti, stamattina, soprattutto come presbiterio, siamo riuniti per rinnovare le promesse della nostra consacrazione, sostenuti dalla preghiera del popolo santo di Dio a noi affidato in questa porzione e amata Chiesa di Cesena-Sarsina. Insieme a voi tutti rendo grazie a Dio, ricco di misericordia, nel decimo anniversario della mia ordinazione episcopale. È una Dioincidenza straordinaria.
La nostra gioia nasce da una consapevolezza
Con san Paolo dico a tutti: “Grazia a voi e pace da Gesù Cristo, il testimone fedele, il primogenito dei morti e il sovrano dei re della terra”. La nostra gioia nasce dalla consapevolezza di sperimentare “Come è bello e come dà gioia che i fratelli stiano insieme”, perché ci saziamo alla mensa dell’unica Parola e dell’unico Pane di cui tutti abbiamo bisogno. Mediteremo insieme stasera, nelle singole comunità parrocchiali, all’inizio del Triduo Pasquale con la Messa in Coena Domini.
Le guerre sono il segno della cultura della morte
Da questa mensa riceviamo ciò che ci sazia, ciò che cura e guarisce ogni forma di ferita nascosta nel nostro intimo, ciò che vince ogni forma di disperazione e fa luce fra le tenebre che avvolgono questo nostro tempo. Le guerre, l’odio, la violenza sono il segno evidente della cultura della morte, frutto di scelte scellerate, di decadimento etico e di scarso amore per la vita.
Si sta consumando una catastrofe mondiale
Eppure noi, nonostante si stia consumando una catastrofe mondiale, siamo qui perché un uomo, pur Dio, ha voluto condividere la nostra umanità per liberare la carne da ataviche schiavitù. Questo Dio, questo uomo, ha un nome: Gesù, che significa: colui che salva! Lui che, come mediteremo in questi giorni, non è stato salvato, ma condannato, ucciso e disprezzato da uomini capaci di rivestirsi di un apparente e appariscente vestito divino, ma che in realtà sono nudi e privi di alito di vita. Eppure, proprio nel momento più triste della storia umana, la morte è stata distrutta e la vita ha trionfato: Gesù è risuscitato per sempre.
Siamo qui, come nella sinagoga di Nazareth, per sentire ancora una volta le parole del profeta Isaia, che Gesù applica a se stesso e noi sacerdoti alla nostra vita: “Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l’unzione e mi ha mandato a portare il lieto annuncio ai poveri…”.Sono le parole che Dio aveva rivelato al profeta in un tempo difficile, dopo l’esilio, mentre Gerusalemme era fortemente segnata dalle ferite lasciate dalla guerra e dalla dispersione dei suoi abitanti.

La responsabilità di questo momento storico
Nel rinnovare le nostre promesse sacerdotali, carissimi confratelli sacerdoti, siamo invitati a sentire la responsabilità di questo momento storico, perché abitati da quello stesso Spirito, che si è posato su di noi, possiamo servire la storia, ridare speranza e fiducia agli smarriti di cuore, seminare la potenza della pace, costruire relazioni basate su fraternità e giustizia.
Siamo servi, non capi
Essere posseduti dalla potenza d’amore dello Spirito del Signore significa ricordare che lui ci ha scelti e inviati: non è merito nostro. La nostra consacrazione ha un fine ben preciso: servire il popolo santo di Dio, senza dimenticare che di esso siamo parte, nella posizione di servi, non di capi. Siamo stati unti con l’olio profumato del Crisma, quello stesso olio che fra poco sarà confezionato e consacrato. Olio portato processionalmente dalla Polizia di Stato e proveniente dagli uliveti di Capaci (Palermo) confiscati alla mafia, e profumo proveniente dalla coltivazione del bergamotto di Locri (Reggio Calabria).
Fuggire la tentazione dell’apparire
Un prete è veramente tale se esplica il suo servizio sfuggendo la tentazione di apparire, di cercare consensi o posti importanti, di fare carriera, desiderare una sistemazione e una collocazione di rilievo. Ogni prete è davvero intimamente tale se, come farà stasera, serve i fratelli inginocchiandosi davanti a loro, lavando i piedi, asciugandoli e baciandoli.
Sull’esempio di Gesù.
– Vogliamo essere primi nel sostenere quanti malfermi vacillano, facendoci compagni di strada nei sentieri della vita.
– Vogliamo essere primi nel curare le innumerevoli malattie nel corpo e nello spirito, come Gesù, versando l’olio della consolazione e il vino della speranza.
– Vogliamo essere primi nel riscoprire la nostra consacrazione e la nostra scelta di uomini celibi nella castità, valore aggiunto che ci rende liberi di agire e mostrare la forza straripante dell’amore che, in modo diverso, genera e partorisce vita.
– Vogliamo essere primi nel servire e condividere l’esistenza di chi è meno fortunato di noi e di tanti ritenuti scarto, non con proclami sterili e senza anima, ma spezzandoci come Gesù, come l’Eucaristia che quotidianamente celebriamo.
– Vogliamo essere primi accanto ai giovani che hanno bisogno di essere ascoltati, accolti, facendo insieme, come Gesù, quel tratto di strada che va da Gerusalemme verso Emmaus, perché ritrovino l’ardore, la gioia vera, l’entusiasmo e siano capaci di risalire verso la città santa da testimoni credibili del Risorto.
– Vogliamo essere primi nelle corsie degli ospedali, nelle case di cura, accanto agli anziani, benedicendo e regalando un sorriso, una carezza, una parola di sollievo.
– Vogliamo essere primi con tutti: con i politici, le autorità civili e militari, gli imprenditori, i mass media, non per schierarci o cercare favori, ma per aiutarli a vivere al meglio il loro non facile compito nel servire il nostro territorio e la nostra gente.
Vi ringrazio, carissimi confratelli
Vi ringrazio, carissimi confratelli sacerdoti, perché so e spesso vi vedo mentre andate a visitare i malati, fate compagnia e date conforto e tenerezza ad anziani soli, visitate le famiglie con la tradizionale benedizione annuale. Con quanta delicatezza vi accostate alle tante povertà nascoste e provvedete ai loro bisogni. Grazie di cuore a nome di tutta la nostra Diocesi che ha sempre più bisogno di voi.
Gli anniversari di ordinazione
E con voi ringrazio Dio per il 25° anniversario di sacerdozio di padre Joseph Mubenga, il 50° di monsignor Walter Amaducci e monsignor Pietro Luigi Tonelli, il 70° di monsignor Mario Morigi, il 75° di monsignor Silvano Ridolfi e il 25° di diaconato di Marco Casali. Ricordiamo anche il diacono Pino Battistini nella sua nascita alla vita eterna.

Dieci anni di ordinazione episcopale
Infine vi chiedo: «Magnificate con me il Signore, esaltiamo insieme il suo nome». Dieci anni son passati, da quel 2 aprile 2016, quando nel Palazzetto dello Sport di Crotone, il PalaMilone, sono stato consacrato Arcivescovo di Matera-Irsina. Giorno di san Francesco di Paola, patrono della Calabria, e anniversario della nascita al cielo di Giovanni Paolo II, Papa che ci ha fatto leggere l’umanesimo cristiano come risposta della Chiesa alla crisi della civiltà mondiale al termine del XX secolo.
Il 4 aprile i 70 anni del vescovo
Riconosco che Dio è fedele sempre. In questi dieci anni di vita episcopale (il 4 aprile compio 70 anni, altra Dioncidenza) ho imparato da Dio a contare i miei giorni come tempo da attraversare, da vivere nella fecondità, cosciente che la grandezza non è rendere il servizio nella Chiesa di Calabria, di Basilicata o di Romagna, ma sull’esempio di Gesù “crescere in età, sapienza e grazia”. Questo tipo di sapienza mi è stata chiesta, quella del cuore.
La storia che Dio sta facendo con me, meravigliandomi sempre di più, la leggo attraverso questi passaggi:
- Il Signore mi ha chiamato fin dal seno materno (Cfr. Ger 1,5). Fu la prima lettura che scelsi per il giorno dell’ordinazione presbiterale. A mamma Maria e papà Paolo sono grato perché con semplicità e amore incondizionato mi hanno saputo trasmettere la fede e in essa mi hanno fatto crescere.
- Ho avvertito di essere stato avvolto nelle fasce dell’amore di Dio che si è preso cura della mia esistenza con quella paternità che ho incominciato a capire e ad apprezzare quando mi sono scoperto suo figlio, nel Figlio Gesù che mi ha fissato negli occhi amandomi. Sguardo che continuo a percepire e sentire come un innamorato. «Ti ho amato di amore eterno, per questo continuo a esserti fedele» (Ger 31,3).
- Non avrei mai potuto immaginarlo, eppure Dio mi ha scelto e inviato: «Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga; perché tutto quello che chiederete al Padre nel mio nome, ve lo conceda» (Gv 15,16). Mi ha chiesto di fare un percorso incredibile. Da Isola di Capo Rizzuto, mio amato paese, a Roma per continuare gli studi di dottorato. Lo feci solo per obbedienza. Incominciai a capire che l’obbedienza costa, ha un prezzo, chiede sacrifici, rinunce. Quindi a Crotone in una nascente parrocchia che non aveva ancora il nome, gli abitanti, le case. Senza chiesa, senza casa canonica per tantissimi anni, in una periferia che, nella profezia del vescovo monsignor Giuseppe Agostino, sarebbe diventata la porta della città. Ho obbedito esercitando il mio ministero nello scantinato di un palazzo per cinque anni. Quanti sospiri e lacrime nascoste. Mi sentivo solo, abbandonato. Parrocchia in cui, con il passare degli anni, il vescovo mi riconfermava parroco. Non era facile trovare un altro prete per l’accumulo di debiti che ho dovuto sostenere, fino a 500 milioni. Nessun aiuto dalla Curia: non c’erano soldi e per 13 anni mi son dovuto pagare anche la casa in un condominio. A distanza di anni ringrazio di cuore Dio perché mi ha educato a non avere soldi e a non confidare nelle ricchezze. Quindi Rettore del Seminario minore per tre anni e di nuovo a tempo pieno nella benedetta parrocchia di San Paolo, ormai cresciuta a dismisura. Si erano avverate le parole del vescovo Giuseppe Agostino.
- Quando il vescovo Domenico Graziani decise di trasferirmi nella parrocchia della Cattedrale di Crotone e io avevo accettato, ecco arrivare la convocazione a Roma, in nunziatura: “Papa Francesco le chiede di essere vescovo nell’Arcidiocesi di Matera-Irsina. Accetta”? “Quanto tempo ho per rispondere”. Mi disse: “Subito”! Rimasi smarrito e confuso ma balbettai: “Se il Signore chiama, non posso dire di no”. C’è una promessa che attraversa il tempo, più forte della fragilità umana: Dio si lega all’uomo con un’alleanza che non si spezza. Non tutto è chiaro, non tutto è immediato… ma la fede apre strade dove la logica si ferma. È una sfida: credere oltre ciò che si vede, riconoscere Dio presente anche quando sembra lontano. Fidarsi, ascoltare, camminare.
E così uscii dalla mia terra e come Abramo entrai nella bella, meravigliosa e incantevole Matera, nella Basilicata. Dopo sette anni fui di nuovo convocato in nunziatura: “Abbiamo bisogno che lei resti ancora per qualche anno in Basilicata. Il Santo Padre le chiede di accogliere come pastore, in persona episcopi, anche la Chiesa di Tricarico”. Vedevo dilatarsi il mio cuore su un territorio vastissimo e complicato per le strade intricate e impervie che collegano i paesi. L’ho fatto con gioia e rinnovato entusiasmo per due anni.
La nomina in Romagna, lontano da casa
Infine conoscete bene la storia recente, perché la stiamo condividendo da più di un anno. Ancora più lontano da casa, addirittura in Romagna. Oggi a chi mi chiede: “Come si trova in Romagna”? Non esito a dire: “Bene! Come se ci fossi sempre stato”. Ho imparato a dire sempre “SI” a quanto mi viene chiesto. Ogni volta è una sofferenza ma anche una gioia sapendo di fare la volontà di Dio e non la mia.
Amatissima Chiesa di Crotone–Santa Severina che mi hai generato nella fede, mi hai fatto crescere accompagnandomi nell’ordinazione diaconale, presbiterale, episcopale, grazie perché continui a manifestarmi la tua vicinanza, preghiera e amore.
Amatissima Chiesa di Matera-Irsina, ti ho amata come sposo innamorato senza risparmiarmi. Ti porterò sempre nel mio cuore, accompagnandoti nel tuo cammino con la preghiera.
Amatissima Chiesa di Tricarico, anche se per poco tempo, non ti ho fatto mancare il mio affetto e amore nella concretezza della vicinanza ai tuoi figli che sono diventati anche miei. Ogni giorno una speciale preghiera per te.
Infine, amatissima Chiesa di Cesena-Sarsina, sento di appartenerti, di far parte della tua vita, della tua storia. A Dio piacendo con te concluderò il mio mandato episcopale.
Sia come prete che come vescovo…
Nonostante sia come prete che come vescovo, ero consapevole della mia inadeguatezza, del mio non essere all’altezza del ministero che esercitavo, ho sempre sentito, e a maggior ragione adesso, di essere sostenuto dai sacrifici e dalle preghiere offerte al Signore, perché ne fossi degno, da parte dei miei familiari, sempre vicini con discrezione, di tante sante donne e uomini.
Sento particolarmente vicine la mia amata comunità d’origine, Isola di Capo Rizzuto, e la mia sempre amata comunità parrocchiale di San Paolo in Crotone. Continuate a farlo: siete preziosi tutti e per questo vi amo.
Con la Madonna, che ho conosciuto sotto diversi titoli, Greca, di Capo Colonna, della Bruna, del Carmelo, del Popolo, e con voi intono il Magnificat, riconoscendo quanto Dio ha fatto e vuole fare ancora nella mia vita e attraverso me.