Dall'Italia
Meno giornalismo, meno democrazia, tutta colpa dell’IA? Domande alla Scuola di Assisi dell’Ucsi
Nella località umbra, l'appuntamento formativo promosso dall'Unione cattolica stampa italiana
Crisi della democrazia, quanto ha a che fare con quella del giornalismo? È una delle domande al centro della Scuola di Assisi, tradizionale appuntamento formativo organizzato dall’Ucsi (Unione cattolica stampa italiana), in corso fino a questa mattina alla Pro Civitate Cristiana. Tra i partecipanti anche una nostra giornalista di Risveglio, Paola Ariosi.
“Siamo qui per farci domande”
Ieri pomeriggio, dopo i saluti introduttivi del presidente nazionale Vincenzo Varagona (foto in alto), della vicepresidente Maria Luisa Sgobba e dal presidente della Fisc Mauro Ungaro, lo spazio è andata a tre panel collegati tutti al tema portante: ‘Al servizio della democrazia: istruzioni per giornalisti liberi’. “Con il gruppo che ha organizzato questa scuola – ha detto la vicepresidente e coordinatrice della Scuola, Maria Luisa Sgobba – ci siamo resi conto subito che dovevamo lavorare sul tema della democrazia. Vediamo che ci sono valori messi in discussioni. Cos’ rimasto del sogno europeo? Assisi è il posto nel quale possiamo farci domande forti, metterci in discussioni perché insieme è la parola giusta per farlo. Questo è un luogo privilegiato in cui si affrontano temi e si cercano risposte, mettendo a confronto competenze, e interrogativi”.
Podemos e Vox, i media e la politica. “Serve un’alleanza tra giornalisti”
Il professor Roberto Barbeito, professore di Sociologia Politica Università Rey Juan Carlos Madrid, rispondendo alle domande del collega e consigliere nazionale Francesco Pira, ha affrontato il tema della “Crisi della democrazia e del ruolo dell’informazione” in particolare in Spagna. “Siamo nell’era della tecnocrazia – ha detto -, sono gli esperti che sovrastano il decisore politico, questo alimenta la perdita di fiducia nelle istituzioni e spinge verso il populismo”. Oggi, ha proseguito, l’onda autoritaria che vediamo è “legata a sentimento di frustrazione e paura. La polarizzazione politica è conseguenza delle dinamiche elettorali. Come si può rompere questa dinamica?”. La soluzione sta nella parola e in come essa può essere strumento di incontro. “Siamo in un’epoca di disintermediazione. La politica è una lotta per la visibilità, ma oggi è legata a nuove forme di potere, oligarchico, a poche aziende americane che controllano il funzionamento degli algoritmi. 15 anni fa il partito spagnolo di Podemos è diventato forte per il supporto dei media, oggi il movimento Vox è supportato da social media, non sono gli influencer ma le piattaforme. Dobbiamo costruire pensiero e conoscenza, dare corpo a un nuovo concetto di democrazia, nella quale tutti possano sentirsi di partecipi. Un’alleanza tra giornalisti, che giorno dopo giorno raccontano, è necessaria per costruire un nuovo senso della realtà e per combattere una miseria culturale”.
Dare voce a chi non ha voce. L’esperienza di Francesca Fialdini
Democrazia fa rima con pluralismo. E la strada per raggiungerla è dare voce a chi non ne ha. È un tema nel quale risuonano le proteste e anche le violenze delle ultime settimane quello di cui ha parlato Francesca Fialdini, conduttrice e autrice di programmi Rai come “Le ragazze”, “Fame d’amore”, sui disturbi alimentari dei giovanissimi. “I ragazzi sono stati fuori dall’agenda politica per molto tempo – ha detto -. A livello politico, a un certo punto, gli slogan su di loro sono spariti. Sono “usciti del paniere”. A livello mediatico, “parliamo di disagio giovanile solo quando c’è l’emergenza, o le violenze. La domanda sul perché rimane meno appetibile ai talk show. Mentre un ragazzo su 7 ha problemi di salute mentale. Per loro non c’è un posto nemmeno nei reparti degli ospedali: vengono ricoverati insieme agli adulti o in altri reparti. Parlarne è stato un tabù, almeno fino al 2020 quando il problema è diventato quotidiano. Oggi i ragazzi urlano il loro disagio, l’impossibilità di farsi un futuro, la precarietà. Non hanno la possibilità di sognare, il loro sogno è già stato già infranto. La frattura sociale che vediamo in tv è quella che si consuma nelle nostre case”. Programmi o media che danno voce a tutto questo si contano sulle dita di una mano, denuncia Fialdini: “Il servizio pubblico nasce per fare da specchio alla Costituzione. Mi pare invece che negli ultimi anni oggi siamo tornati a definire le persone in base alla razza e alla provenienza e descriviamo fatti di cronaca in base ai dati personali”.
Rancilio: “il giornalista non può delegare il giudizio”
Non va meglio sui social, anzi, ha spiegato Gigio Rancilio, giornalista esperto di digitale, che è stato social media manager di Avvenire, e ieri ad Assisi ha affrontato il tema “Intelligenza Artificiale e Democrazia”. “Secondo l’Oxford Institute 80 nazioni usano i social per manipolare il consenso dei cittadini. Ci facevano vedere contenuti che ci facevano arrabbiare e quella rabbia ci spingeva ad andare a votare. Il potere ci invade di contenuti e non capiamo più nulla. La strategia che usiamo allora è quella delle scorciatoie: la prima? Azzerare il pensiero critico. Ma la colpa è anche nostra, come giornalisti. Non siamo più dentro il nostro tempo. Perché un lettore dovrebbe leggere le nostre 300 righe quando c’è l’IA che gliele riassume in 10?” La colpa, sintetizza Rancilio, non è solo delle macchine ma anche delle persone. “Il giornalista non può produrre solo contenuti, ma fatti verificabili, non può delegare il giudizio. “Non si tratta di lavorare senza l’IA, ma occorre ricordare cosa non può diventare un automatismo per noi: cercare, verificare, incontrare, dubitare, decidere e rispondere”.
Domande e riflessioni
Ampio il dibattito che è seguito a queste riflessioni. Maurizio Di Schino ha sottolineato come tra l’ideale sul quale pochi dissentono e la vita reale c’è il precariato che attanaglia la professione, le condizioni nelle quali tanti si trovano a lavorare e una serie di questioni aperte nel mondo del giornalismo”. “Tutti danno risposte, nessuno suscita domande – ha aggiunto nel suo intervento il presidente dell’Usci Emilia-Romagna, Francesco Zanotti -. Inseguiamo i social. La nostra professione non arriva ai livelli ai quali aspiriamo. Ma non credo sia questione di freelance o persone contrattualizzate, né di età: dipende dalla serietà. La prima cosa a cui rispondere è la nostra coscienza”.
Questione di fiducia
“Nel cambiamento siamo tutti spaesati – ha concluso nel suo intervento il consulente ecclesiastico nazionale dell’Ucsi, Giuseppe Riggio -. E nella confusione mi preoccupo di come sto io, tendo a rinchiudermi. Ma questo è umano, ma credo sia anche voluto. I cambiamenti richiedono di stare dentro questa fatica. Democrazia significa proprio questo: fare le cose insieme, è il mestiere del giornalista. Abbiam parlato della fiducia, nella democrazia, tra generazioni, nel giornalismo. È un capitale enorme. Il messaggio è che c’è un lavoro da fare su questo: significa da un lato coraggio (per affidarsi) ma anche restare in contatto, con l’istituzione, la persona, restare dentro al conflitto. Come ricostruirla? Sono saltati i corpi intermedi, anche nel giornalismo. Sono queste le domande che dobbiamo farci: quanta fiducia ci metto nel mio lavoro? Cosa faccio per far crescere la fiducia nei miei lettori?