Padre Patton (già custode di Terra Santa) ai Lunedì culturali: “La pace è un prodotto artigianale. Si costruisce pezzo per pezzo”

Oltre 200 persone all'ultimo incontro 2026 del ciclo che quest'anno ha compiuto 30 anni. "Oggi si respira paura da una parte e vendetta dall'altra. Ma ci sono anche germi di speranza. Riprendere i pellegrinaggi"

Nella foto a sinistra: don Gian Piero Casadei, parroco di Cesenatico, introduce padre Francesco Patton, già custode di Terra Santa, che poi ha dialogato per un'ora e mezzo con il nostro direttore Francesco Zanotti
Nella foto a sinistra: don Gian Piero Casadei, parroco di Cesenatico, introduce padre Francesco Patton, già custode di Terra Santa, che poi ha dialogato per un'ora e mezzo con il nostro direttore Francesco Zanotti

“Favorire gemellaggi è un’altra forma di sostegno per i cristiani in loco che si può subito mettere in campo”, ha suggerito il religioso

“Sopra le nostre teste vediamo oggetti che non sono comete”

“Dalla Giordania la prospettiva è un po’ più tranquilla”. L’ha detto due giorni fa padre Francesco Patton, per nove anni fino al 2025 Custode di Terra Santa e oggi al Monte Nebo, all’ultimo appuntamento dell’edizione 2026 dei Lunedì culturali che da 30 anni si tengono nell’estate di Cesenatico. A colloquio con il nostro direttore Francesco Zanotti, padre Patton ha aggiunto che la Giordania “è l’unico Paese che non è in guerra”, anche se ogni tanto “si vedono passare sopra le nostre teste non stelle comete, ma altri oggetti nello spazio…”. Sempre lunedì scorso padre Patton ha visitato i mosaici di Ravenna, per la prima volta in vita sua, accompagnato dal parroco di Cesenatico, don Gian Piero Casadei, da Silvia D’Altri, anima dei Lunedì culturali fondati da don Silvano Ridolfi, da nostro direttore, e da Claudia Tedeschi, restauratrice esperta dei mosaici ravennati sui quali ha lavorato moltissimo. (cfr pezzo al link qui sotto).

Il 7 ottobre 2023 è lo spartiacque

Lo spartiacque di questi ultimi anni è stato il 7 ottobre 2023, l’attacco di Hamas ai giovani ebrei radunati e dei kibbutz nei pressi della frontiera che causò oltre 1200 morti, cui seguì il rapimento di più di 250 persone, molte delle quali trovarono la morte nei mesi successivi. Da allora, ha sostenuto ancora il francescano, il turismo, la principale fonte di reddito del Paese e anche dei cristiani di Terra Santa, è venuto a mancare del tutto. Se dopo il Covid per un anno ci fu un minimo di ripresa, ora i luoghi santi sono del tutto deserti, in specie dopo il 28 febbraio di quest’anno, dopo l’attacco degli Usa all’Iran. “Una situazione terribile da ogni punto di vista – ha detto padre Patton – anche da quello del clima che oggi si respira. L’odio è palpabile: da una parte c’è paura, dall’altra sete di vendetta”.

A Gaza tutto è distrutto

Israele ha visto infranto il suo mito di sicurezza interna, poi la risposta è stata imprevedibile, con un obiettivo chiaro: radere al suolo Gaza per spingere la popolazione ad andarsene. “Oggi – ha proseguito il frate – a Gaza è tutto distrutto. Non si è neppure in grado di orientarsi. E come ha riferito il cardinale Pizzaballa (patriarca latino di Gerusalemme, ndr) i topi di notte rosicchiano i piedi dei bambini. Gaza è una fogna a cielo aperto”.

I coloni sono molto aggressivi

Prosegue il processo di occupazione dei territori della Cisgiordania da parte dei coloni, “molto aggressivi e armati fino ai denti”. Taybeh, unico villaggio del tutto cristiano, è ormai ridotto a mille abitanti. I check point sono passati da 500 a mille dopo il 7 ottobre 2023, “impediscono a chi abita i villaggi palestinesi di usufruire delle strade costruite in gran parte con fondi della Comunità europea. “Veri e propri cancelli vengono comandati elettronicamente. Esponenti dell’estrema destra fondamentalista, sia dal punto di vista religioso che da quello nazionalista, vogliono spazzar via Gaza e i palestinesi”.

Ascoltare le reciproche sofferenze

Permangono germi di speranza, come quelli seminati da alcune famiglie di ostaggi. “Dobbiamo ascoltare le reciproche sofferenze – ha riferito padre Patton -. Non bisogna mettere in concorrenza la sofferenza degli uni e degli altri. Il desiderio di vendetta rischia di uccidere chi lo coltiva”. Qualcuno comincia a comprendere che versando altro sangue la situazione non migliora. “Si tratta di una minoranza nella popolazione – ha precisato il sacerdote trentino, classe 1963 – ma questa minoranza indica che la speranza non è ancora morta del tutto”.

La scuola di musica Magnificat

L’esperienza della scuola di musica Magnificat (cfr pezzo al link qui sotto e un altro in basso della nostra edizione ravennate “Risveglio”), ospitata di recente al Ravenna Festival, a Forlì e a Bologna, nella quale convivono studenti e professori palestinesi, musulmani, ebrei e cristiani, dice che ci sono alcune realtà profetiche nelle quali è ancora possibile stare assieme. “Dopo il 7 ottobre solo pochi hanno abbandonato l’esperienza – ha detto ancora padre Patton -. E il Magnificat è qualcosa di più di una semplice convivenza. Vogliamo creare una mentalità, fare cultura, come facciamo con le 18 scuole gestite dalla Custodia di Terra Santa. Che bello vedere pregare gli studenti in arabo, ogni mattina, assieme. Ma il nostro futuro sarà possibile solo se ci sarà la pace, un prodotto artigianale che va costruito su misura, come un abito da sposa, per il quale si va in sartoria”.

Culture molto diverse

La pace non si può esportare in tutto il mondo in un unico modo. Va messa insieme pezzetto per pezzetto, anche con fatica. Questo ha fatto intendere padre Patton quando ha messo in evidenza che “in Medio Oriente occorre tener conto delle culture assai diverse. Lì nulla è come sembra. Spesso ci sono accordi sotto il tavolo. In Oriente vige la cultura della relazione. In Occidente quella delle regole e delle procedure”. In ogni caso, ha insistito il frate, “non bisogna ragionare da tifosi e per polarizzazioni, perché la storia e la situazione sono molto complesse. Una costruzione artigianale della pace deve tener conto di tutte queste componenti”.

Mettersi a servizio di tutti, senza dispute

Poi, i tempi di Dio non sono i nostri tempi, e padre Patton non si è nascosto le difficoltà che si vivono in questi mesi e in questi anni. “Agli occhi di Dio mille anni sono come il giorno di ieri che è passato”, ha ricordato agli oltre 200 presenti, tra cui il vescovo emerito monsignor Douglas Regattieri, citando il salmo 89 (90). L’esempio di san Francesco, ha proseguito padre Patton, è valido ancora oggi. “Testimoniare e mettersi a servizio di tutti, senza liti o dispute evitando di pretendere o di dimostrare agli altri che noi sappiamo tutto e loro non sanno nulla. È la categoria della minorità. Significa mettersi a lavare loro i piedi”, come si legge nel Vangelo, quando Gesù compie questo gesto verso gli apostoli.

Non esiste la pace armata

Per portare la pace, ha detto ancora il francescano, “bisogna averla prima nel cuore. Non esiste la pace armata: se vuoi proporre la pace devi essere in pace e occorre di continuo lavorarci sopra. Comincia dall’accettazione reciproca, come accade nella scuola di musica Magnificat e nelle nostre scuole”. È un lavoro quotidiano, da riprendere e da mettere in atto, prima che tutti i cristiani di Terra Santa lascino quei luoghi, come sta accadendo in Iraq, in Palestina e in Israele, con minoranze sempre più esigue. Nella Striscia di Gaza forse ne sono rimasti 500, in Israele sono meno del 2 per cento della popolazione.

Riprendere i pellegrinaggi, non alimentare paure

Che fare, allora?, ha insistito Zanotti. Questo è il dilemma per chi ascolta i notiziari, legge i giornali e le notizie sui siti internazionali. “Quella che accade in Terra Santa – ha detto con chiarezza padre Patton – ci riguarda. Se un membro soffre, tutto il corpo, come diceva san Paolo, soffre. Si potrebbero riprendere i pellegrinaggi. I luoghi santi sono luoghi sicuri e sostenere le popolazioni locali dando lavoro è il modo migliore per aiutarli. Secondo: creare ponti, gemellaggi, come è stato fatto con la scuola Magnificat. Non bisogna essere vittime della propaganda, di una comunicazione che è manipolazione collegata all’uso dei social. E non bisogna alimentare paure che non ci sono. Terzo: pregare perché venga il regno di Dio e sia fatta la sua volontà”.

Costruirsi una mentalità sana, alla luce del Vangelo e del Magistero. Seguire i mass media di cui la Chiesa dispone

La pace è un processo e i fedeli hanno il dovere di alimentare una sana coscienza che si possa fondare sul magistero dei Papi, sulla Dottrina sociale della Chiesa e su un approfondimento della Sacra Scrittura. E anche avvalendosi degli strumenti della comunicazione sociale di cui la Chiesa dispone. “Su cosa ti costruisci una mentalità? – ha chiesto in conclusione padre Patton, ai presenti che lo hanno ascoltato per oltre un’ora e mezzo in religioso silenzio -. Bisogna fare molta attenzione a quello che si ascolta e si guarda. Abbiamo bisogno di pacificare la nostra lingua, i nostri piedi e le nostre mani, e i nostri percorsi di vita. Non viviamo a compartimenti stagni. La pace riguarda tutta la nostra persona. O sono coinvolto o non lo sono. La pace dipende anche da ciascuno di noi”.

Musica oltre ogni steccato. Il Magnificat di Gerusalemme sul palco del Rasi – Risveglio Duemila