Tantissima gente per i 50 anni di sacerdozio di don Walter Amaducci

Sabato scorso a San Pietro hanno concelebrato i vescovi Caiazzo e Regattieri e l'abate del Monte, dom Mauro Maccarinelli. Con loro diversi sacerdoti e diaconi

Foto ricordo al termine della Messa per i 50 anni di sacerdozio di don Walter Amaducci, sabato 26 settembre 2026, chiesa di San Pietro, a Cesena. In prima fila, da sinistra: don Giordano Amati, l'arcivescovo Antonio Giuseppe Caiazzo, don Walter Amaducci, il vescovo Douglas Regattieri, don Alessandro Ravaglioli.
Foto ricordo al termine della Messa per i 50 anni di sacerdozio di don Walter Amaducci, sabato 26 settembre 2026, chiesa di San Pietro, a Cesena. In prima fila, da sinistra: don Giordano Amati, l'arcivescovo Antonio Giuseppe Caiazzo, don Walter Amaducci, il vescovo Douglas Regattieri, don Alessandro Ravaglioli. Foto Pier Giorgio Marini

Il testo dell’omelia. Tra i presenti anche Angelo di 100 anni tra i superstiti del bombardamento del 13 maggio 1944 e la sorella di benedetta Bianchi Porro, Emanuela

Due vescovi e un abate a concelebrare

Tantissima gente ha affollato, sabato scorso, la chiesa di San Pietro, per i 50 anni di sacerdozio del parroco, monsignor Walter Amaducci. Parenti, amici, ex studenti del liceo classico “Monti”, giovani di un tempo, ex universitari, in moltissimi hanno voluto fare sentire la loro vicinanza al sacerdote che ha presieduto la celebrazione eucaristica. Con lui anche il vescovo di Cesena-Sarsina, l’arcivescovo Antonio Giuseppe Caiazzo, il vescovo emerito di Cesena-Sarsina, monsignor Douglas Regattieri, l’abate di Santa Maria del Monte di Cesena, dom Mauro Maccarinelli. Diversi anche i sacerdoti e i diaconi sull’altare, tra cui il vicario generale della Diocesi, monsignor Pier Giulio Diaco. Nelle fotografie della celebrazione, a destra e a sinistra di don Walter, don Giordano Amati e don Alessandro Ravaglioli che all’epoca della prima Messa di svolsero il servizio come accoliti.

Don Walter: “Non avevo mai presieduto una Messa così”

“Non mi era mai capitato di presiedere una Messa alla presenza di due vescovi e un abate” ha detto don Walter al termine della celebrazione. Monsignor Regattieri gli ha augurato di continuare a essere giovane, come ha sempre fatto nella sua vita, del tutto affidata al Signore. Sulla stessa lunghezza d’onda l’arcivescovo Caiazzo che gli ha fatto notare come tanti confratelli sacerdoti e tante persone fossero presenti, segno di un’amicizia e di una stima che continua nel tempo.

Il testo dell’omelia di don Walter

Di seguito riportiamo il testo dell’omelia pronunciata da don Walter. Al termine della Messa è seguito un momento di festa nei locali della parrocchia cui hanno preso parte centinaia di persone, come si può vedere nelle foto di Pier Giorgio Marini.

Comunione con Dio e tra noi

«Non è retta la mia condotta o piuttosto non è retta la vostra?». In questa puntuale ed elementare scuola di fede, cioè di vita, che è la Messa del giorno del Signore, noi sperimentiamo il metodo più efficace che è quello dell’imparare facendo, facendo cioè comunione con Dio e tra noi, che è il cuore di un’umanità vera.

Comprendere accettare e mettere in pratica la sua Parola

Il primo appello diretto in ogni Messa è sempre quello della sua Parola, di fronte alla quale ci attendono sempre tre fatiche: comprendere, accettare, mettere in pratica. E noi accogliamo questa benefica sfida, all’interno di una precisa ricorrenza. La cifra tonda di cinquant’anni fa parte dei nostri riti, di quelle soste alle quali siamo sensibili e delle quali abbiamo bisogno, come il giorno di capodanno, il nostro compleanno, anniversari pubblici e personali, come l’appuntamento con la preghiera serale della Compieta che parte sempre da un esame di coscienza. Sono momenti che in una verifica attenta e leale, ci aiutano a rendere espliciti tre atteggiamenti di fondo: la consapevolezza del limite morale, cioè del nostro peccato, al quale reagiamo col pentimento e un rinnovato proposito sorretto dalla grazia del Signore. La riconoscenza di fronte ai doni di Dio, la meraviglia per la gratuità di ciò che siamo, la semplice umiltà capace di riconoscere le risposte date e i risultati conseguiti. Infine l’intercessione, la richiesta di aiuto per sé e per tanti che faticano, che soffrono; l’accettazione di una fragilità di fondo che fa eco all’avvertimento di Gesù: «senza di me non potete far nulla».

Chi crede di stare in piedi, guardi di non cadere

La sua Parola oggi getta su tutto questo una luce speciale: ciò che conta è come va a finire. Ezechiele o il Siracide lo affermano in modo netto. «Un uomo si conosce veramente alla fine». E anche quando questa fine è provvisoria, quando è la conclusione di una tappa, resta comunque l’appello a vivere il presente come lo spazio reale della libertà e della responsabilità. È andata bene fino ad oggi: attento! Chi crede di stare in piedi guardi di non cadere. È andata male, ho accumulato rifiuti e fallimenti: nessuna paura! C’è un riscatto a portata di mano, si può voltare pagina decisamente, riprendere il volo sulle ali della grazia. I santi convertiti ci sono di esempio e ci incoraggiano in questo.

I due figli della parabola siamo noi

I due figli della parabola, più che categorie di persone, come in altre parabole, indicano condizioni o situazioni che ogni persona sperimenta. Una partenza promettente a cui segue un naufragio, un inizio rinviato, stentato o nella direzione sbagliata seguito da una correzione di rotta e da un cammino finalmente sicuro e spedito. Avrebbero potuto esserci altri due figli: uno che dopo aver detto “vado” è andato davvero nella vigna ed è rimasto a lavorare fino a sera; e un altro rimasto chiuso dentro il suo “no” dall’inizio alla fine. Ma questi casi sono po’ rari, benché, per restare nel campo del positivo, a cominciare da Maria, la scelta dell’obbedienza fiduciosa, totale e ininterrotta sia stata, per santi di ogni età, l’unica regola di vita effettivamente adottata e praticata.

Una libertà che scaturisce dalla verità

Perché il punto è proprio questo: ritenere l’obbedienza alla volontà di Dio il massimo della saggezza che una creatura può raggiungere, vivere la dipendenza da lui non come umiliante, ma liberante, di quella libertà che scaturisce dalla verità. È Dio che ci ha inventati e ci ha progettati per la felicità piena e senza fine: è lui che ci conosce e ci consegna le istruzioni per l’uso della nostra unica esistenza. Il fantastico inno pre-paolino incastonato dall’apostolo nella lettera ai Filippesi delinea il programma di vita dell’uomo vero. «Abbiate in voi gli stessi sentimenti di Cristo Gesù». Ci sono in questo testo delle sfumature che non è facile cogliere subito: tra l’essere in forma di Dio e l’essere come Dio c’è una progressione, e quell’essere come Dio poteva tornare a costituire per Gesù un oggetto di rapina come lo era stato per il primo Adamo, come lo è nel nocciolo di ogni tentazione. Perché dipendere da Dio e non decidere da sé in che cosa consiste la propria realizzazione e come raggiungerla? Creato a immagine e somiglianza di Dio ognuno di noi aspira ad una grandezza che supera il limite umano e che Dio ha davvero in serbo per tutti destinandoci ad essere figli nel Figlio.

Tutti sperimentiamo la tentazione

E anche Gesù, nella sua vera umanità, ha sperimentato la tentazione di imboccare un’altra strada, magari non opposta, ma diversa da quella tracciata dal Padre. Una modalità diversa: la più insidiosa delle tentazioni anche per noi. Gesù, Verbo incarnato, in quanto Figlio non ha certo problemi di comunione col Padre né può staccarsi dalla Trinità. Ma Gesù è un vero uomo, con un’anima creata, capace di quella libertà che è data a ciascuno di noi. Salvare gli uomini: ma certo! Perché però in questo modo, testimoniando verità e amore fino a rimetterci la vita? Gesù vince questa tentazione nel deserto, e rimane nell’obbedienza. Ma il diavolo lo aspetta al varco, nell’ora terribile del Getsemani: Padre… se è possibile … Non la mia volontà sia fatta, ma la tua! E sulla croce supera la sensazione di essere stato abbandonato da Dio stesso, con un altro genere di abbandono, il suo pieno abbandono colmo di fiducia nelle braccia Dio: Padre nelle tue mani consegno il mio spirito!

Gesù è modello per ogni nostra vocazione: la chiamata alla santità

La fedeltà di Gesù alla propria vocazione di Messia e Salvatore, in un dono totale di sé al Padre per amore nostro, è modello di ogni nostra risposta vocazionale, di quella di ciascuno dei presenti, accomunati tutti quanti dalla chiamata certa alla perfezione dell’amore che risponde al nome di santità. Fedeltà non è semplice ripetizione di un sì già dato, ma il rinnovarsi di una sequela che scruta gli scenari che cambiano, un seguire il Maestro che ci precede col suo passo deciso, ma che si ferma anche e ci porge il braccio nei tratti più impegnativi del tragitto.

Il Signore continua ad accompagnarci

Come sempre, il cuore dell’annuncio cristiano è Vangelo, cioè bella notizia, e oggi la bella notizia viene dall’incoraggiamento che il Signore ci sta offrendo in questo presente. La sosta che questa assemblea sta condividendo con me, in questo giorno del Signore della ventiseiesima settimana, è un’occasione davvero propizia per fare il punto della strada. Vogliamo riprendere il cammino con la fiducia rinnovata dal suo perdono, con la saggezza maturata dall’esperienza e anche grazie agli errori commessi, con l’immensa gratitudine per i doni di Dio ai quali spetta sempre il primato, con la certezza che Cristo Signore continuerà ad accompagnarci e a restare fedele, al nostro fianco, in mezzo a noi, e soprattutto nel nostro intimo, dove possiamo adorarlo in continuazione per essere sempre pronti a rispondere a chiunque ci domandi ragione della speranza che è in noi.

Qui di seguito la fotogallery di Pier Giorgio Marini

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