Una giornata di festa in mezzo alla natura, don Daniele Bosi: “Qui la terra si unisce al cielo”

Il diario di un curato alla festa nella chiesetta della Madonna della Neve a Montecastello

Fedeli rimasti fuori dalla chiesa, seguono la Messa festiva all'aperto

Pubblichiamo un contributo di don Daniele Bosi in merito alla festa della Madonna della Neve, mercoledì scorso a Montecastello di Mercato Saraceno.

Nell’amata chiesetta, una volta all’anno

Ci sono appuntamenti nel corso dell’anno, credo per me come per tutti, che hanno immenso valore. Che esulano dallo spazio e dal tempo. Che sono tappe fisse che ci aiutano a vivere, ad andare avanti, a gioire e a soffrire, ad affidarci. Uno di questi, tanto caro da 25 anni, è la festa all’Oratorio della Madonna della Neve a Montecastello. Il sole, come ogni anno salendo dall’E 45, si abbassa sulle colline circostanti facendo quell’effetto accecante che però dà un colore particolare alla natura, poco prima di gettarla nella penombra. Luce fortissima in alto, e in basso già il buio che fa da padrone. Ultimi colpi di coda di questa giornata che non tornerà più. L’ho vissuta male? Ho perso tempo? Tra me e me dico: “Ma come… mi par d’esser venuto qui un mese fa… e invece è passato un anno. Davvero un sentimento, questo, spiazzante.

Sul bivio sotto il cimitero di Montecastello ecco le due antiche fontane, una con lavatoio. La prima che incontro, al bivio, ha un cannone di acqua molto forte che per me è tappa obbligata in questa festa: mi ricorda tanto le feste del passato. Mi fermerò al ritorno a sentire quella particolare acqua. Un antico anfratto di pietra, logorato dal tempo e abbracciato dalla terra, custodisce il canto sommesso dell’acqua, rumorosa data l’abbondanza del suo sgorgare. Da una bocca di roccia sgorga un filo lucido e perenne, una vena viva che rompe il silenzio della strada deserta. Una vecchia vasca di pietra raccoglie la freschezza, mentre un secchio verde, umile custode del quotidiano, si lascia colmare fino all’orlo, accogliendo il getto che danza. Accanto, un tubo di gomma riposa sul cemento come un serpente stanco, testimone di passaggi umani, di mani che si sono dissetate e di fatiche condivise. Tutto intorno, la natura selvatica si riprende i suoi spazi: ciuffi d’erba e piccoli fiori si arrampicano sulle crepe del muro, celebrando la vita che nasce dove l’acqua tocca la pietra. È un angolo di mondo sospeso, dove la semplicità diventa poesia e lo scorrere del tempo si misura solo con il ritmo lento delle gocce. Nella seconda, invece, prima di scendere nell’anfratto, l’acqua viene a filo.

La strada pian piano inizia a prendere quota e il panorama sorge come d’incanto; sembra che la tua persona si stia esulando dalla società e proprio esca dalla terra stessa, mentre sale. Tutto a un tratto la vegetazione per un attimo s’interrompe e, da questo balcone naturale, posso vedere come un velo di quiete che si posa sulla valle, dove le colline si rincorrono come onde di terra coperte da un fitto manto boscoso. Nel cuore di questo scenario verde, tra i declivi protettivi, riposa il borgo di Montecastello. Le sue case chiare sono frammenti di vita sparsi tra i campi, unite da strade sottili che si snodano nel silenzio. In primo piano, le chiome d’argento degli ulivi si stagliano nell’ombra della sera, custodi discreti di questo panorama senza tempo. Il cielo si spoglia dei colori del giorno. Sfuma in un rosa pallido e malinconico. Annuncia il riposo imminente della natura. Da questa prospettiva si vedono numerose chiese, che fanno sentire tutta questa zona abbracciata a Qualcuno: vedo la chiesa di Colonnata, Rontagnano, Paderno, Montepetra, Perticara, per esempio. È un’immagine che respira pace, un rifugio lontano dal frastuono del mondo, dove la terra e l’uomo sembrano aver trovato un accordo segreto di armonia e lentezza.

Arrivo alla mia tanto amata chiesetta della Madonna della Neve. Al crepuscolo, questa piccola chiesa giallastra si accende come una lanterna di pietra tra le ombre del monte. Il riflesso dorato dei fari accarezza le sue mura semplici, trasformando questa oasi di devozione in un faro di calore e accoglienza per l’anima. Le fronde scure degli alberi si stagliano contro il cielo limpido della prima sera, abbracciando l’edificio in un silenzio solenne. L’Augusta, l’Agata e le altre “ragazze” di Montecastello arrivano portando con loro il profumo della tradizione e della condivisione. Tra le mani stringono con cura i frutti del loro lavoro: dolci fatti in casa, custoditi in un vassoio bianco come un segreto prezioso da scartare insieme. Una borsa capiente accoglie altri doni per la tavola. C’è una poesia silenziosa nei loro passi: l’abbraccio senza tempo della generosità, l’attesa della festa imminente e la bellezza dei legami che si stringono attorno a una tavola.

Attorno alla soglia d’ingresso della chiesa si raccoglie una piccola comunità di persone. I loro passi leggeri sull’erba secca e polverosa e le voci soffuse creano un’atmosfera di intima condivisione. C’è chi attende immobile, chi scambia una parola d’affetto e chi si muove piano nella luce crepuscolare. Ognuno è unito dallo stesso invisibile legame di spiritualità e appartenenza. Io mi metto in ascolto e osservo: quelle persone sono per me tanto; con molti di loro ho un legame. Anche se li vedo una sola volta all’anno, mi sembra di essere sempre con loro: è una sensazione che fa venire i brividi.

Questo luogo unisce la terra al cielo. Diventa il rifugio perfetto per ritrovarsi e riscoprire la bellezza delle cose semplici e sacre.
Suono l’antica campanella più grande, mentre la piccola ahimè non ha la corda, da tanti anni, per cui rimane muta. Inizia la Messa, dove per ragioni di spazio metà della folla rimane di fuori, in quella chiesa naturale fatta di un’asse di legno come panca e del cielo come soffitto, dell’erba come pavimento, del panorama circostante come abside. Dentro le mura di pietra viva della piccola chiesa si respira un silenzio colmo di attesa e devozione. Le pareti spoglie e severe, custodi di antiche preghiere, accolgono i fedeli riuniti negli antichi banchi di legno, in questo intimo incontro di spiritualità e raccoglimento.

L’amico don Maurizio, davanti a loro, li invita a ricordare quanto sia importante per il paese avere questo piccolo santuario che lo guarda dall’alto, come celeste protezione che chiede all’uomo di essere scelta per essere veramente felici. In quel momento diventa il ponte invisibile tra il sacro e l’umano. Dai banchi emergono volti assorti, sguardi riflessivi: ognuno è immerso nei propri pensieri ma unito nel medesimo rito comunitario.

Seduto all’armonium, che mi fa sudare oltre misura perché meccanicamente imperfetto, suono il Kyrie della Messa degli Angeli, le cui note fioriscono in grappoli di glicini, in frulli d’ali candide, rimbalzano da un lato all’altro come scambio di gioia comune attorno a Gesù che nasce sull’altare. Tutti sono attenti. Il canto, pur in lingua di cartapecora, ha il linguaggio dei secoli, sempre vivo, tale da trasmettere a scosse d’anima il fascino del mistero. Chiudo per un attimo gli occhi e mi rivedo ragazzino, in questo luogo, nella medesima occasione, nel fare il medesimo servizio: 25 anni fa a cantare, oltre a qualcuno di questi, c’erano signore anziane, le Santucci e altre, ora passate al Regno del Padre. Oltre il grande portone spalancato, la luce blu della sera fa capolino tra le fronde degli alberi. Ricorda che la fede vissuta dentro queste pietre è una luce pronta a fiorire anche nel mondo esterno.

Al termine, fatta la processione, nella notte fonda, appoggiati alle mura antiche di questo rifugio sicuro, si accende la calda luce della condivisione. Una lunga tavola di legno diventa un altare profano di fraternità e festa, imbandita con dolci semplici che profumano di casa e delle già ricordate mani operose. Generazioni diverse si sfiorano e si uniscono in questo intimo anfratto di convivialità sotto le stelle. I volti dei più anziani, segnati dal tempo, si illuminano di fronte alla spensieratezza dei bambini, mentre sguardi curiosi e mani gentili si protendono verso i sapori della festa. Ciascuno partecipa a un rito antico quanto l’uomo: il dividere il cibo e il tempo, trasformando una semplice serata in un ricordo prezioso. La penombra circostante svanisce di fronte al calore di questa comunità unita, dove la vicinanza dei corpi diventa vicinanza di cuori e ogni sorriso è un dono condiviso.

Pian piano tutti tornano alla vita di sempre e rimango con l’ultima giovane famiglia che ha il compito di chiudere. Chiudendo la chiesa, si spengono i fari esterni e tutto torna nel buio più assoluto: tutto è finito. Quei fari non si accenderanno più per un anno, il loro breve servizio è finito. Ma la luce continua in me e in tutti quelli che hanno partecipato a questa bellissima festa, nel segno della semplicità. Come diceva don Maurizio: “Che occasione preziosa si sono persi, quelli che sono rimasti a casa”. Magari, sul divano, a guardare la “scatola vuota”, aggiungo.

Al ritorno, ecco la mia acqua mi attende: fa strano vedere una fonte d’acqua naturale così in basso, a così bassa quota: proprio per questo mi colpisce sempre. Fresca, dal sapore un po’ ferroso e un po’ salato. Particolarissima. Il mio rapporto con Montecastello, costruito in tanti momenti nella fanciullezza, mi ha permesso di stringere forti legami con i parrocchiani, legami sinceri, simpatici, anche profondi, come con quelli di tante altre parrocchie che ho avuto la fortuna di servire negli anni di gioventù e, in qualche occasione, anche oggi. La frequentazione di Montecastello si condensa tutto in questa settimana: nel prossimo weekend, avrò la gioia di recarmi, se Dio vorrà, alla chiesa parrocchiale per San Lorenzo. In tre giorni vi andrò tre volte, senza minimamente trascurare i miei doveri parrocchiali: vi andrò nei momenti liberi. E, arrivando domenica sera, ormai a conclusione della festa, sono certo che, facendo una capatina in cucina, troverò quell’ultimo, rimasto, piatto di cappelletti, raccolti dal fondo della teglia, proprio per me.