Cesena
Cure palliative come percorso di speranza
Un'incontro la mattina del 15 novembre al "Don Baronio" grazie ad Acos, "Zaccagnini" e Acli Valle Savio. La dottoressa Montalti: "Benessere del paziente e supporto alle famiglie"
Una mattinata per conoscere meglio le cure palliative.
Tra sanità e fede
Si terrà sabato 15 novembre alle 9,30 presso la sala convegni della Fondazione Opera Don Baronio, in via Mulini 24 a Cesena. Organizzano Acos Emilia-Romagna (Associazione cattolica operatori sanitari) e la “Benigno Zaccagnini Aps” in collaborazione con Acli Valle Savio. Il tiolo dell’incontro è “La cura della vita alla fine della vita”, con sottotitolo “La speranza è fatta di cose che hanno bisogno che qualcuno le faccia accadere”, da una frase di Cicely Saunders (1918-2005), prima a sottolineare il valore delle cure palliative nella medicina moderna.
Terza proposta di Acos
“Sarà un momento di sensibilizzazione e approfondimento circa l’importanza delle cure palliative attraverso l’esperienza di chi tutti i giorni professionalmente si dedica a questa realtà – spiega l’infermiere Omar Fabbri, referente Acos Emila-Romagna, che introdurrà la mattinata assieme alla dottoressa Sandra Montalti -. È la terza iniziativa di questo primo anno di vita della sezione dell’associazione, nata con il supporto del vescovo emerito Douglas Regattieri. A maggio abbiamo presentato il libro “Il solco dell’assistenza” in collaborazione con il Comune di Mercato Saraceno e, a Sarsina, abbiamo organizzato un evento sull’umanizzazione della cura con Acli Valle Savio”.
Il programma dell’evento
La mattinata del 15 novembre sarà presentata dalla dottoressa Elena Amaducci, responsabile dell’hospice di Savignano sul Rubicone. Vari gli argomenti che saranno trattati. Si partirà con “L’esperienza di una giovane specializzanda in cure palliative”, raccontata in prima persona dalla dottoressa Carla Bettini dell’università di Bologna. Seguirà il tema “La cura della vita alla fine della vita” con il professor Marco Maltoni, docente di Medicina palliativa dell’università di Bologna. Spazio poi a “Curare la cura nelle tradizioni antiche: dall’Egitto al cristianesimo” con la dottoressa Laura Brunelli, infermiera e tutor didattico. Si conclude con “I caregiver: il prendersi cura invisibile, ma necessario” con Carlo Pantaleo, formatore e coordinatore di progetti generativi con caregiver. Le conclusioni saranno a cura di Acos Emilia-Romagna e associazione “Benigno Zaccagnini”.
Sandra Montalti: “Valorizzare la qualità di vita”
“Le cure palliative – spiega la dottoressa Sandra Montalti, per vent’anni responsabile del corso di laurea Unibo in Infermieristica e per otto anni responsabile del personale infermieristico e tecnico presso l’Irst di Meldola – non sono la fine, ma sono un percorso di cura che valorizza la qualità di vita. Sono pensate per garantire il benessere dei pazienti con malattie croniche invalidanti, degenerative o terminali e anche per supportare le famiglie. Quella di sabato prossimo sarà una riflessione sul senso della sofferenza e del morire ascoltando la voce di testimoni e scoprire così che cosa significa accompagnare la vita in qualsiasi condizione. L’evento è aperto a tutti, operatori sanitari, familiari e amici di persone malate”.
Un “mantello” che protegge la persona
Il termine “palliativo” deriva dal latino “pallium”, il mantello che proteggeva il pellegrino lungo il suo cammino. Da qui, spiega la dottoressa Montalti, “l’attenzione totale per la persona malata, portatrice di bisogni fisici, ma anche psicologi, morali, sociali. Le cure palliative prendono in carico la persona, al termine di un percorso di cura, come risposta ai suoi bisogni totali. Sono un insieme di interventi terapeutici, diagnostici e soprattutto assistenziali. Interventi che sono rivolti non solo al paziente, ma anche al nucleo familiare e ai caregiver”.
“C’è speranza se non si è soli”
Un approccio ancora lontano da una diffusione capillare. “Auspico la massima diffusione delle cure palliative – dice Montalti -. La persona ha bisogno di essere accompagnata. Quando la medicina ha finito la sua prospettiva, è necessario assistere. Le cure palliative devono essere conosciute e sostenute, perché la persona ha bisogno di non sentirsi sola. Se si sente accompagnata, non perde la speranza. Nell’anno del Giubileo della Speranza, trovo significativo parlare di cure palliative, perché sono un percorso di speranza. Alla fine della vita c’è speranza se non si è soli. La mattinata del 15 novembre sarà un’occasione per riflettere su questo aspetto”.