Lettere
Il 27 gennaio si celebra il Giorno della Memoria. Una riflessione
A Caino diciamo: “Sì, siamo i guardiani e i garanti di chi il Signore ha affidato alle nostre cure e saremo chiamati a rendere conto del nostro operato"
Il 27 gennaio di ogni anno si celebra la ricorrenza internazionale del Giorno della Memoria, per commemorare le vittime del nazismo, dell’Olocausto e in onore di coloro che a rischio della propria vita hanno protetto i perseguitati.
Nel ricordo di Auschwitz
La data ricorda il 27 gennaio 1945, quando le truppe sovietiche dell’Armata Rossa arrivarono presso la città polacca di Oœwiêcim (nota con il nome tedesco di Auschwitz), scoprendo il campo di concentramento e liberandone i pochi superstiti.
Pubblichiamo di seguito un intervento di Massimo Pieri.
Bisogno di silenzio
Caro direttore,
ogni anno alla data del 27 gennaio, siamo invitati fermarci a meditare, ricordare, pregare per le vittime dell’Olocausto compiuto da tedeschi & c. Non saranno certo i vari film e spettacoli che ogni anno le Tv ci propinano a lenire il dolore o a cancellare la brutalità nei confronti non solo agli ebrei, i nemici odiati, ma anche a rom, polacchi, ucraini, bielorussi, turchi… una sorta di pulizia etnica. Ci mettiamo anche omosessuali, politici. E non possiamo certamente dimenticare tra le vittime gli appartenenti alle Chiese delle varie fedi rappresentate da: preti, religiosi (frati, monaci, suore, laici) di qualsiasi Ordine o Congregazione. Un odio reiterato, spietato, senza la minima possibilità di avere un pizzico di rimorso almeno di fronte a innocenti come i bambini.
Davanti a un evento del genere, la prima cosa che mi è sorta spontanea è il bisogno di silenzio, lo stesso di Dio, però dev’essere un silenzio costruttivo che grida il bisogno e il desiderio di una sola cosa: la pace.
Mi nasce allora una domanda: “Perché l’uomo diventa peggio delle bestie arrivando a essere di una cattiveria così disumana?”. Mentre mi esercito in questo abisso di vuoto e di pieno, rimbomba nelle mie orecchie il brano di Genesi: “Dov’è tuo fratello? Che ne hai fatto di tuo fratello?” (Gen 4,9-10a). La risposta che ha ricevuto da Caino, simbolo da sempre di coloro che mettono mano alle armi, è stata: “Sono forse il guardiano di mio fratello?”. A Caino rispondiamo noi: “Sì, siamo i guardiani” e i garanti di chi il Signore ha affidato alle nostre cure e saremo chiamati, alla fine della nostra vita a rendere conto del nostro operato.
“Lo avete fatto a me”
La domanda ora la giriamo all’uomo di tutte le generazioni: quale sarà la risposta? Il Vangelo non lascia tregua: “lo avete fatto a me” (Mt 25,40). “Quando l’uomo imparerà la lezione e comincerà a prendere seriamente in considerazione che l’unica cosa che conta è amare?”.