Libertà in gioco

L’età della forza. È quella cui stiamo assistendo, spesso impotenti. L’ha citata lunedì scorso il cardinale Matteo Zuppi nella sua introduzione al Consiglio permanente della Cei ( cfr pag. 11 edizione cartacea). 

Le parole sono quelle di La Pira che la preannunciava diversi decenni fa. «La forza – ha aggiunto il porporato – crea solo instabilità pericolosa a tutti i livelli e costringe a rinunciare alla via indispensabile del dialogo, del multilateralismo, del pensarsi insieme».

Facendo sue le parole di Leone XIV pronunciate al corpo diplomatico il 9 gennaio scorso, l’arcivescovo di Bologna ha proseguito: «La guerra è tornata di moda e un fervore bellico sta dilagando. Non si ricerca più la pace in quanto dono e bene desiderabile in sé… ma la si ricerca mediante le armi».

Il cardinale non ha mai citato quanto accade negli Usa, in Iran o in altre parti del mondo in queste ultime settimane, ma il riferimento è parso chiaro. Ciò che avviene a Minneapolis scuote tutti. Nella patria a stelle e a strisce, considerata dai più il luogo delle opportunità e la culla della democrazia, da un po’ di tempo qualcosa si è rotto.

Negli anni passati, come ha ricordato martedì scorso Giorgio Ferrari in un editoriale su Avvenire, ci sono state violenze peggiori, con morti, feriti e arresti che hanno insanguinato gli States. Ma questa volta «Trump ha compiuto un salto di qualità che oltrepassa la sperimentata cattiva coscienza dell’America», con la «sua guardia pretoriana d’elezione, l’Ice, una falange senza volto, che si esercita con metodica brutalità nella caccia all’immigrato clandestino».

Le uccisioni di due bianchi americani, Renee Good e Alex Pretti, hanno segnato un cambio di passo: si sta andando verso uno Stato che non garantisce più i suoi cittadini. «Il clima generale – ha detto ancora Zuppi – diventa quello del conflitto, con il corteo di antagonismi, polarizzazioni, odio manipolato da campagne interessate che inquinano nel profondo le relazioni e le menti. Cresce il disprezzo della vita».

Aumentano la paura in tutti noi e il senso di precarietà, con tensioni presenti in Paesi che abbiamo sempre considerato patrie dell’accoglienza e della convivenza pacifica.

Di fronte a queste nuove sfide, siamo chiamati a non cedere al diritto della forza, ma a ribadire la forza del diritto. In gioco c’è la nostra libertà e delle nostre comunità. La storia del secolo scorso pare non avere insegnato nulla a chi governa oggi. Noi lo vogliamo ricordare, per non ripetere gli stessi errori. Sarebbe imperdonabile.