Il genocidio di Srebrenica in un docufilm tra passato e presente

All'Eliseo di Cesena a confronto con Ado Hasanovic, regista di "I diari di mio padre" (in corsa ai David di Donatello)

Emanuelle Caillat (Liceo Monti) e il regista Ado Hasanovic al cinema Eliseo di Cesena prima della proiezione del film

Srebrenica è il luogo dove sento la pace, nonostante tutto quello che è successo”. E cioè un genocidio con più di 8.000 vittime, esecuzioni sommarie e di massa, stupri, fosse comuni, e i peggiori crimini contro l’umanità compiuti nel cuore dell’Europa.

A parlare è Ado Hasanovic, 40 enne originario della città martire della Bosnia–Erzegovina. A 30 anni dalla fine dell’assedio di Sarajevo (29 febbraio 1996), a poco più di 30 anni dalla caduta della cittadina della Bosnia orientale (luglio 1995), il regista è tornato a parlare di quella tragedia, per fare certamente memoria, ma anche per fare i conti col proprio passato.

Ospite a Cesena

È stato ospite questa settimana della città di Cesena su iniziativa dell’associazione Benigno Zaccagnini, in collaborazione con Il Centro per la Pace, il Liceo Monti e con il patrocinio del Comune.

Qui ha presentato, lunedì sera 2 marzo alla cittadinanza e martedì mattina 3 marzo agli studenti del Liceo Monti (in procinto di partire per un viaggio di istruzione in Bosnia-Erzegovina) il suo primo lungometraggio (prodotto da Palomar), “I diari di mio padre” e che oggi è candidato nella short list dei David di Donatello 2026. Un racconto che comincia 30 anni dopo la fine della guerra nella ex Jugoslavia, e che si snoda tra i diari e le riprese amatoriali di Bekir Hasanovic (scampato al massacro e padre del regista) e della sua ‘troupe’ di amici.

Semi di speranza dal dolore

Srebrenica (tradotto, ‘argento’), come tutta la Bosnia orientale, segnata dallo scorrere del fiume Drina, vero e proprio confine naturale con la vicina Serbia, è caratterizzata da una natura rigogliosa. “Quando torno a trovare mia madre, faccio lunghe passeggiate nella natura, vicino ai fiumi, nei boschi. E mi chiedo come sia stato possibile che tante persone siano state massacrate proprio in questi luoghi”, si domanda Ado.

Un vecchio detto locale recita: “Chi è sopravvissuto a Srebrenica, non può avere sentimenti in corpo”. Ma poi succede che dal dolore nascono semi di speranza, e allora è ancora Hasanovic che rimarca come “proprio lì sento quella calma, quell’armonia, quella forza per andare avanti”. Dove? Verso una strada che si chiama riconciliazione.

Tra passato e presente

L’opera di Ado è un continuo dialogo tra passato e presente, che intreccia memorie personali e di famiglia, e vita collettiva. John, Ben & Boys, il nome dei registi improvvisati a partire dal 1993 e fino al 1995, si ritrovano, loro malgrado, parte di una guerra che entra nelle loro case. Filmano attraverso una videocamera, affinché la loro storia non vada persa. Bekir Hasanovic, nei momenti bui, mentre il resto della famiglia è in fuga verso Tuzla, accompagna le riprese con i propri scritti (letti dalla voce di Ado) veri e propri diari di quei giorni tremendi. Testimonianze troppo importanti che Fatima, decenni dopo, affida al figlio Ado perché non vadano perdute. Troppo doloroso riguardare quel materiale per Bekir, che a un certo punto vuole bruciare tutto. Così, qualche anno fa, lo stesso regista prende in mano la sua macchina da presa per testimoniare il rapporto col padre e raccontarne la sopravvivenza.

Filmare la vita in mezzo alla morte

Il genocidio di Srebrenica, riconosciuto ufficialmente nel 2007 dalla Corte Internazionale di Giustizia, rimane una delle più gravi atrocità avvenute in Europa dopo la II guerra mondiale. L’11 luglio 1995, le truppe serbo-bosniache guidate da Ratko Mladic presero il controllo della città, dichiarata “zona protetta” dalle Nazioni Unite. Oltre 8.000 uomini e ragazzi musulmani furono uccisi, mentre il resto della popolazione tentò disperatamente di fuggire, tra cui Bekir Hasanovic che sopravvisse alla famigerata Marcia della Morte in mezzo ai boschi.

C’è una scelta però. “Mio padre non filmava la guerra, non filmava le persone morte, o la miseria. Provava a filmare la vita. Quella dei cittadini durante nella loro drammatica quotidianità”, racconta Hasanovic al pubblico, dialogando con il professor Stefano Maldini a margine della proiezione cesenate, organizzata su iniziativa dell’associazione Zaccagnini di Cesena, in collaborazione col Centro Pace.

Momenti di distensione e risate, di musica, di chitarre suonate. Di una disperata ricerca di normalità. Filmava un popolo smarrito, “ma aggrappato al sostegno reciproco, alla fiducia nel futuro, con una giusta dose di sana ironia, un modo tutto balcanico per salvarsi dall’orrore”. La guerra fuori, la vita dentro.

Costruire il futuro andando oltre l’odio

Un lungometraggio che per il regista bosniaco ha avuto un importante risvolto terapeutico nell’affrontare un passato dai ricordi confusi e concitati (all’epoca Ado era un bambino di soli 6 anni). “È stato un percorso umano e artistico insieme, un modo per elaborare i miei traumi”, rivela.

Ma la strada verso la pace (interiore, e non) è ormai segnata. “Prima di morire (di un attacco cardiaco, ndr) mio padre mi diceva sempre: ‘figlio mio tu devi creare amicizie coi tuoi coetanei, anche con quelli serbi perché voi non avete fatto la guerra. Siete chiamati a costruire il futuro’ “, racconta.

Un festival per far luce sui giovani

Due anni fa, insieme ad alcuni amici bosniaci, Ado crea un festival di cinema, il Silver Frame Film Festival proprio lì, nella città dell’argento, “affinché Srebrenica venga ricordata non solo per il suo passato di morte”.

La missione di questa iniziativa è “portare al festival film che parlano di amicizia, di amore, di ambiente. Portare in quella parte di Bosnia-Erzegovina che tanto ha sofferto, qualcosa di positivo. È bello vedere tanti ragazzi bosniaci e serbi che di fronte a uno schermo si avvicinano di più”.

Lo racconta emozionato, mentre sottolinea un altro aspetto: “le nuove generazioni bosniache nate dopo il 1995 sembrano generazioni scomparse, di cui non si parla. Non ci sono molto progetti culturali pensati per loro, ed è bello sapere di ragazzi in viaggio di istruzione nei miei luoghi. Perché vedano anche cose nuove che non riguardano solo il passato. È un ponte bellissimo che si crea tra due paesi, fra i giovani che vivono in Europa e i giovani che crescono qui. Dal 16 al 19 luglio siete i benvenuti al Silver Frame Festival, per portare luce, laddove c’è ancora ombra”.