Cesena
Le provocazioni di Leonardo Manzan al Bonci
Sul palco, messa (letteralmente) a nudo l'arte contemporanea. Un paio di spettatori hanno abbandonato il teatro. La recensione
“Uno spettacolo di Leonardo Manzan”. Il titolo parrebbe ovvio: si va a vedere uno spettacolo dell’artista premiato ben due volte alla Biennale Teatro di Venezia, Leonardo Manzan.
L’arte contemporanea diventa spettacolo
Il titolo contiene in sé la chiave per interpretare quel che in un’ora il pubblico del Teatro Bonci di Cesena vede, sul palcoscenico, insieme all’interprete. Nella serata di mercoledì 11 marzo, Leonardo Manzan espone se stesso in una mostra d’arte che diventa spettacolo, nell’ambito della rassegna “L’altro sguardo. Linguaggi della scena contemporanea”.
Un cabaret di assurdità, provocazioni e paradossi: una satira impietosa dell’autocelebrazione
Manzan trasforma il teatro nella sala di un museo d’arte contemporanea. Allestisce un vernissage che si presenta così: «Ogni opera d’arte potrebbe intitolarsi autoritratto». Il riferimento è alle sculture di Piero Manzoni (1933-1963), le “Basi magiche”: parallelepipedi firmati dall’artista su cui salivano gli spettatori della mostra, diventando così opere d’arte. Lo stesso accade nei primi minuti dello spettacolo: l’attrice Beatrice Verzotti accoglie gli spettatori, come visitatori di una galleria d’arte, e li invita a salire sul piedistallo che al momento è libero. La voce che gli spettatori ascoltano nelle cuffie (riproducendo così l’isolamento che è ormai abituale nei musei, con visitatori solitari, persi nei loro ascolti), che è dell’autore, rivela che nessuno degli spettatori può paragonarsi all’eccelso Marzan.
E difatti dopo un po’ Marzan compare, e sale sul piedistallo. È completamente nudo. Sul momento l’effetto è straniante, e l’imbarazzo è quasi inevitabile. Dopo un po’, però, subentra lo scollamento fra la persona-statua, immobile o quasi sul piedistallo, e la persona-voce che lo spettatore ascolta in cuffia. Lo spettacolo è breve, dura circa un’ora, e l’intento di fare riflettere sull’arte moderna, sui suoi drammi, sulle sue colpe, sull’egocentrismo degli artisti, si unisce a una vena comica efficace e d’impatto. Sono molte le risate che risuonano. C’è anche un paio di spettatori che sceglie di andarsene, durante la recita. È bello trovare un teatro che è ancora in grado di colpire lo spettatore, anche fino a farlo andare via. Vedendo come Marzan ha saputo dare forma a uno spettacolo costruito sull’assenza, più che sulla presenza, non si può che essere ammirati per la qualità della scrittura drammaturgica. I riferimenti incrociati si susseguono, le gag non sono mai fini a se stesse, ma vengono riprese svariate volte. Il tutto si può fare con una eccezionale spalla comica, qual è Beatrice Verzotti, che regge lo spettacolo su di sé, dato che Marzan-statua fa ben poco oltre che stare in piedi (mentre la voce dell’interprete scorre ininterrotta per tutto il tempo nelle cuffie), e quindi consegna alla recita tutta la sua gestualità, fisicità e spirito comico. In sostanza, una serata di grande interesse, ben oltre l’apparente futile provocazione della nudità.