Valle Savio
Suor Maria Gloria Riva illustra le “Trasfigurazioni” a Sarsina
Quattro opere spiegate in parrocchia: "L'uomo tende all'infinito"
L’arte come linguaggio delle fede.
Suora cultrice dell’arte
Gradita ospite della parrocchia di Sarsina, invitata dal parroco don Rudy Tonelli, è stata suor Maria Gloria Riva. Nei giorni scorsi, presso il teatro “Silvio Pellico”, è intervenuta rileggendo il Vangelo della Trasfigurazione di Matteo attraverso due icone antiche (una del XVI secolo nella chiesa di Berat in Albania, l’altra, più antica, della scuola di Novgorod del XV secolo), un affresco del Beato Angelico che si trova nel convento di San Marco (Firenze), e infine la Trasfigurazione secondo Raffaello. Originaria di Monza (Brianza), monaca delle Adoratrici perpetue del Santissimo Sacramento, suor Riva oggi vive tra Pietrarubbia e San Marino. Dopo una esperienza di pre-morte (“quella luce l’ho rivista in un quadro di Hieronymus Bosch, che avevo sempre studiato sui banchi di scuola”), la religiosa ha scelto Dio e l’arte come vie di fede, evangelizzando attraverso la bellezza.
Un’icona del XVI secolo nella chiesa di Berat, in Albania
La trasfigurazione è l’evento evangelico in cui Cristo mostra la sua natura divina ai discepoli Pietro, Giacomo e Giovanni, trasfigurandosi con vesti splendenti e conversando con Mosè ed Elia. “Un’icona molto antica, del XVI secolo e presente nella chiesa di Berat, ci aiuta a penetrare il senso evangelico dell’episodio del Tabor”, inizia suor Riva commentando la prima raffigurazione dove non compare solo la scena di Gesù con i tre apostoli, ma anche la salita e la discesa dal monte, “con personaggi che si ripetono”. Un’attenzione particolare a ripetere la scena, “perché l’autore ci vuole raccontare un percorso che è il nostro, quello della paura e della sofferenza, del dolore”. Il primo annuncio della Passione inizia con una domanda: “voi chi dite che io sia?”, “che è poi una domanda in fondo rivolta a tutti noi. Che relazione abbiamo col dolore e la croce? Ogni anno la quaresima ci pone a confronto con il cuore del mistero pasquale che è il Mistero del Cristo crocifisso”, interroga la religiosa. “L’icona ritrae i tre discepoli mentre salgono, dietro a Gesù”, in sequela perché per comprendere la croce “occorre fare un cammino, rinnegare sé stessi. È un percorso impegnativo sapere che ognuno di noi deve prendere la sua croce e seguire Gesù fin dove è andato, cioè fino al Calvario. L’icona ci fa fare questo percorso. Nessuno lascia nulla per nulla, se lasciamo qualcosa è per trovare di meglio, se aspiriamo alla felicità, fa niente se ci sono le sofferenze – ammonisce -. Il dolore può essere una via di salvezza, non è l’ultima parola su di me. Il dolore è un segnale per dire che siamo nati per la gioia”. Poi il secondo annuncio della Passione, nel momento in cui, dice suor Riva, “nell’icona i discepoli sono raffigurati durante la discesa. È la parte centrale dell’opera, divisa in tre settori: la parte alta è la Gloria, la bassa è quella relativa agli apostoli, e la centrale è quella della storia”. Il discendere di Gesù avviene all’indietro cosicché “gli apostoli possano ascoltarlo, come a dire che solo tenendo lo sguardo fisso su di Lui, autore e perfezionatore della fede, si può giungere alla comprensione della croce”. Poi il momento della Trasfigurazione, “sei giorni dopo”. Nell’icona di Berat il numero sei è continuamente presente. Inoltre “il Cristo ha l’abito dorato e alle sue spalle c’è l’intreccio di tre figure geometriche diverse: la mandorla rossa, simbolo di vita e della divinità di Cristo, un rettangolo nero e blu, indica l’umanità di Cristo, un rombo blu e azzurro che indica l’irrompere di Cristo nella storia”.

Un’icona della scuola di Novgorod del XV secolo
Il rimando al numero 6 lo si trova anche nell’icona della Scuola di Novgorod del XV secolo, “con i tre personaggi nel registro più alto e i tre in quello più basso”. Tra le peculiarità i due cerchi che si intersecano “che esprimono la doppia natura di Gesù, dove l’umano e il divino si incontrano” e un triangolo centrale “indica la Trinità e l’uomo che tende all’infinito”. Da qui, “la nostra società fugge dal dolore, risultato? Ateismo, eutanasia, agnosticismo. Invece noi tendiamo all’infinito, anche se siamo fatti di terra”. Anche in questa icona Gesù splende, “le vesti di Gesù sono bianchissime”. Compaiono “Mosè, la legge, Elia, i profeti, e Gesù, gli scritti: “a differenza dell’iconografia occidentale, Mosè si trova a destra, invitando a leggere l’icona da destra verso sinistra come vuole la scrittura ebraica a indicare un tempo “altro” che non si misura con l’orologio.
Opera di Beato Angelico
Nella trasfigurazione del Beato Angelico, nella cella 6 del convento di San Marco a Firenze, spiega suor Maria Gloria Riva, “Gesù è in una mandorla di luce, luminosissimo, solo, con le braccia a forma di croce” per “invitare il monaco a quella solitudine con Cristo che educa alla fede”. Mosè ed Elia perdono di importanza, i tre apostoli sono dipinti in posizioni diverse e sostanzialmente soli davanti a quel Mistero. Mentre nella cella seguente, la 7, il Cristo deriso e vilipeso “è già quello della Resurrezione. Nonostante la sofferenza Cristo è già glorioso. Anche la nostra vita, nonostante il dolore, è già gloriosa”.

Opera di Raffaello
Solo Raffaello segue pedissequamente la lezione di san Matteo e nella scena ai piedi del monte Tabor raffigura il ragazzo epilettico guarito. “Raffaello – racconta la religiosa – pone in grande rilievo il Cristo trasfigurato e, come l’Angelico, non rispetta, nella posizione di Mosè ed Elia, l’andamento antiorario fedele alla scrittura ebraica, ma pone Mosè a sinistra ed Elia a destra”. Per quanto riguarda le figure degli apostoli, “perdono definitivamente il significato profetico del loro cadere a terra e sono come appiattiti davanti alla maestà del loro Maestro, sono pura coreografia”. Nella parte inferiore dell’opera, si nota un raggruppamento di persone, ognuno di ce la sua ad indicare un pluralismo dialettico nel quale non si capisce più dove è la realtà, ad indicare “l’incapacità dell’uomo di stare difronte al mistero e alla fede, che impedisce di ascoltare la voce vera del Padre”. Ma Gesù ci sta dicendo in queste trasfigurazioni che “camminerà con noi tutti i giorni, fino alla fine del mondo”.