“La vegetariana”, un dramma cupo non per tutti

In scena al Bonci l'adattamento del romanzo dell'autrice premio Nobel Hang Kang. La recensione

"La vegetariana" ph © Andrea Pizzalis (nella foto Daria Deflorian)

Al Teatro Bonci di Cesena, martedì 28 e mercoledì 29 aprile, l’adattamento, di Daria Deflorian, del romanzo “La vegetariana” della scrittrice coreana Hang Kang.

Premio Nobel, ma non solo

L’autrice è nata nel 1970, ed ha esordito, assai giovane, come poeta nel 1993. In seguito ha pubblicato varie opere, fra cui i tre racconti che, riuniti, hanno dato forma, nel 2007, al romanzo adattato per le scene e che ha vinto il “Man Booker International Prize” 2016 e il Premio “San Clemente” 2019. Nel 2024 la scrittrice è diventata molto più famosa dato che le è stato assegnato il Premio Nobel per la Letteratura, per la sua «prosa intensamente poetica che affronta traumi storici e insiemi invisibili di regole» esponendo in ciascuna opera «la fragilità della vita umana», secondo le motivazioni del premio.

Da vegetariana a vegetale

La storia al centro del romanzo è quella di una donna, che rifiuta di mangiare carne, ed assume una scelta di vita “vegetale”. La protagonista, Yeong-hye, rifiutando di nutrirsi di carne, passa attraverso una metamorfosi: l’elemento vegetale non è più solo all’esterno, ma diventa parte integrante della sua essenza. Nella sua trasformazione la donna muta anche chi le sta vicino: assistiamo all’irritazione sconcertata del marito, all’esaltazione artistica del cognato, alla consapevolezza addolorata della sorella. L’umanità è dannosa, furiosa, assassina, violenta, tutte cose che Yeong-hye non vuole essere. Vuole smettere di vivere come tutti gli altri esseri umani, fino a diventare lei stessa un vegetale e a nutrirsi solo di acqua e luce, giungendo così a porre fine alla sua vita.

Bene scenografia e luci

Lo spettacolo adatta il romanzo, mantenendo la quasi totalità del testo dell’opera iniziale: la differenza sta nel fatto che nell’opera di Kang la protagonista viene descritta dai tre personaggi, ognuno dei quali è titolare di uno dei tre racconti da cui l’opera è formata, mentre a teatro la giovane donna c’è, è presente, recita in scena. Lo spettacolo, che ha vinto i premi “Ubu” 2025 per scenografia e miglior disegno luci, si segnala proprio per questi elementi: la scenografia è squallida e impietosa nel rappresentare un appartamento moderno, contrapposto al desiderio di natura della protagonista. Le luci, a loro volta, evocano di volta in volta i fiumi, le foreste, i singoli alberi, e riescono con tagli efficaci a dare il massimo risalto alla situazione. Dove il dramma ci è sembrato invece piuttosto debole è nella sua struttura drammaturgica, che di fatto è la messa in scena del testo del romanzo, anche con l’uso della terza persona da parte del personaggio che parla di sé. L’interpretazione degli attori (Daria Deflorian, Paolo Musio, Monica Piseddu, Gabriele Portoghese) è stata ottima, anche se il rapporto fra voci degli interpreti e musiche era a favore di queste ultime, facendo sì che in molti momenti si perdesse il senso di ciò che veniva detto. Nonostante la cupezza del dramma, tanto che Ert ha segnalato che si tratta di un’opera adatta a chi ha più di 16 anni, sia per il tema, sia per i numerosi nudi, il teatro era pieno la sera di martedì: reiterati applausi alla compagnia, richiamata più volte sul proscenio.