Don Giancarlo Biguzzi ricordato a dieci anni dalla morte

A San Vittore di Cesena una Messa e un incontro

Nella foto, un momento dell'incontro
Nella foto, un momento dell'incontro

Aveva la capacità di tradurre i testi biblici nel linguaggio del nostro tempo

Il decimo anniversario di don Giancarlo Biguzzi

Giovedì 8 ottobre scorso ricorreva il decimo anniversario della morte di don Giancarlo Biguzzi (1941-2016), l’indimenticabile sacerdote cesenate, biblista, professore nella Pontificia Università Urbaniana e nel Pontificio Istituto Biblico di Roma. Due i momenti attorno ai quali si è svolto l’evento: la celebrazione eucaristica e un incontro di testimonianze.

L’omelia di padre Giuseppe De Carlo

La celebrazione, nella antica pieve della natia San Vittore, che conserva fedelmente l’elegante semplicità delle linee romaniche, è stata presieduta da padre Giuseppe De Carlo, O.F.M. Cap., docente di Sacra Scrittura nell’Istituto Superiore di Scienze Religiose «Sant’Apollinare» di Forlì, il quale, nella sua omelia, ha evidenziato come punto focale dell’esperienza esistenziale e dell’avventura intellettuale di don Giancarlo sia stata la fede nel Cristo pasquale, il risorto. Di qui, la sua passione per lo studio del libro forse più enigmatico e complesso della Bibbia, eppure fondamentale e rivelatore (secondo l’etimologia stessa del suo nome): l’Apocalisse di Giovanni di Patmos, come egli amava chiamarla. Libro ricco di simboli e denso di significati: centrale la figura dell’Agnello che è stato ucciso ma sta ritto, immagine del Crocifisso risorto che illumina l’intero racconto. Il male, pur essendo tragicamente presente nella storia dell’umanità non possiede l’ultima parola (si veda anche, dello stesso padre De Carlo, l’intervento pubblicato sul Corriere Cesenate, edizione online del 2 ottobre 2026).

La Bibbia nel linguaggio del nostro tempo

Se nel linguaggio comune e più diffuso il termine «Apocalisse» equivale a catastrofe e sventura, in realtà esso, secondo l’etimologia greca, significa «togliere il velo», donde «rivelare», «rivelazione»: l’ultimo libro della Bibbia costituisce effettivamente il testo chiave dell’escatologia cristiana, e rappresenta altresì il Libro della speranza, i cui simboli l’acribia intellettuale di don Giancarlo riusciva a penetrare e, cosa altrettanto importante, a comunicare. È infatti una ulteriore lezione ed un mandato che il docente dell’Urbaniana ci ha lasciato, quello di saper comunicare e tradurre i contenuti biblici nel linguaggio, nei linguaggi del nostro tempo, con gli strumenti ed i mezzi culturali che sono a noi contemporanei, in modo da rendere sempre più accessibile all’uomo di oggi il messaggio evangelico. E ancora, la premura circa la necessità di studiare, di prepararsi alacremente e compiutamente, il rigore della ricerca storica insieme con il ricercare parole coinvolgenti, attraverso cui proporre il medesimo messaggio. Non a caso egli ha insegnato nell’Università Urbaniana, istituzionalmente deputata a diffondere il seme evangelico attraverso la formazione di persone provenienti e dirette nei più diversi contesti e paesi.

Gli altri studi di don Giancarlo

Questa metodologia, da lui costantemente seguita, arricchita anche da una notevole abilità informatica, risulta senz’altro applicata pure ad altri vasti campi di ricerche che don Biguzzi ha sondato, con altrettanta competenza e maestria: gli studi sui sinottici, sugli Atti degli Apostoli, sulla letteratura giovannea e soprattutto gli studi paolini, in particolare quelli su San Paolo e la donna.

La conferenza del 2013 su Ilario Fioravanti

Un ultimo ricordo. Don Giancarlo Biguzzi è stato anche un fine studioso del patrimonio artistico del nostro paese, segnatamente dei grandi cicli pittorici raffiguranti il simbolismo dell’Apocalisse. Ma egli ebbe a cuore anche le espressioni artistiche locali, con particolare attenzione per quelle della nostra Diocesi. Mi sia consentito, al riguardo, di citare la magistrale conferenza, cui ebbi la fortuna di partecipare, da lui tenuta presso l’Abbazia del Monte per l’associazione Benigno Zaccagnini di Cesena il 27 settembre 2013, sulla figura e sull’opera dello scultore e architetto cesenate Ilario Fioravanti, forgiatore – tra l’altro – del portale bronzeo del Duomo di Cesena.

I colleghi, gli ex allievi e i familiari

Questi ed altri insegnamenti provenienti dal magistero scientifico di don Giancarlo sono emersi dall’incontro, successivo alla celebrazione eucaristica, con testimonianze di ex allievi, colleghi docenti e familiari. Si ha qui lo spazio per citarli solo per nome, consapevoli che dietro ad ognuno di essi è racchiusa una storia, una specifica amicizia: da don Oronzo Stefanelli, della Diocesi di Nardò Gallipoli, studente con conseguimento del Dottorato in Teologia biblica, nel 2016; don John Vaipil, proveniente dall’India, studente, licenziato all’Istituto Biblico e successivo conseguimento del Dottorato alla Gregoriana; don Matteo Crimella della Diocesi di Milano, Licenza in Sacra Scrittura ed Archeologia nel 2003 e Dottorato in Scienze Bibliche nel 2009, poi divenuto collega come docente di Sacra Scrittura presso la Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale (Milano); don Lazarus Luyinda, intervenuto in collegamento diretto dall’Uganda, licenziato alla Urbaniana dove ha successivamente conseguito il Dottorato, attualmente Rettore del Rettore del St. Mary’s National Major Seminary Ggaba (Seminario Maggiore Nazionale di Ggaba) a Kampala; il noto storico dell’arte Clemente Marigliani; la nipote dottoressa Sara Biguzzi, medico neurologico all’Ospedale Bufalini di Cesena; Vincenzo Turchi, di Longiano, già docente di Diritto canonico ed ecclesiastico nell’Università del Salento e di Storia delle istituzioni ecclesiastiche nell’Università di Urbino, frequentatore delle Settimane Bibliche presso il Seminario diocesano di Cesena, in occasione delle quali conobbe don Giancarlo.

L’ultimo saluto è un arrivederci

Un evento, quello dedicato a don Giancarlo Biguzzi, che ci fa ricordare come l’ultimo saluto per il cristiano non sia mai un addio, ma sempre un arrivederci. Un arrivederci nel cielo nuovo e nella terra nuova della Gerusalemme nuova e santa che discende dal cielo, «pronta come una sposa adorna per il suo sposo», dove sono fatte nuove tutte le cose (Ap 21, 1-5), la cui lampada è l’Agnello, alla cui luce cammineranno le nazioni, le cui porte «non si chiuderanno mai durante il giorno, perché non vi sarà più notte» (Ap 21, 23-25).