L’arcivescovo alla diocesi: “Tornare a una fede vissuta”

Monsignor Caiazzo, all'assemblea diocesana degli operatori ha illustrato la sua nuova lettera pastorale. I lettori la trovano in allegato al "Corriere Cesenate" di oggi

Il vescovo. domenica scorsa, nella chiesa di Sant'Agostino

“Gesù non abbandona la sua Chiesa. Mai. Figuriamoci se lo fa in un momento così particolare come questo”.

La lettera pastorale

Lo dice il vescovo di Cesena-Sarsina, l’arcivescovo Antonio Giuseppe Caiazzo, aprendo l’assemblea diocesana degli operatori pastorali svoltasi domenica scorsa nella chiesa di Sant’Agostino, a Cesena, durante la quale ha presentato la sua nuova lettera pastorale per l’indizione della visita pastorale che si terrà dal prossimo novembre fino allo stesso mese del 2028. I lettori la trovano in allegato, in omaggio, al numero 32 del Corriere Cesenate, in edicola e nelle case degli abbonati da oggi, giovedì 17 settembre.

Il “Corriere Cesenate” con la lettera pastorale

Il bene di tutti

“Il Signore – prosegue il presule – continua a mandare nel mondo giovani che a lui dedicano la loro vita per essere suoi testimoni”. Parla a braccio il vescovo che incalza. “Nella Chiesa ci sono tanti praticanti che non sono credenti. E ci sono tanti credenti che non sono praticanti. Cristo è il bel pastore (“Io sono il pastore bello…” è il titolo della lettera pastorale, ndr)”. Poi accenna ai cambi di parroci in corso in queste settimane. “Ci troviamo in una logica di Chiesa nella quale bisogna vedere il bene di tutti, del singolo prete, della comunità, dell’intera diocesi. Ringrazio i sacerdoti che si sono resi disponibili perché c’è un bene superiore da cercare”.

Dalla collaborazione alla corresponsabilità

Annunciando la visita pastorale, il vescovo dice che sarà realizzata “per ascoltare, per incoraggiare. Vengo per capire, insieme a voi, le difficoltà, le criticità, le necessità. Vengo in mezzo a voi per stare con voi, pregare e camminare con voi (come si legge nella lettera pastorale, ndr) in una visione di comune corresponsabilità”. Su questo punto insiste monsignor Caiazzo. “Si deve passare dalla collaborazione alla corresponsabilità”. Si avverte la necessità, aggiunge, di “laici che si lascino formare per diventare formatori, per una Chiesa in uscita, come più volte ha indicato papa Francesco”.

Tornare a una fede vissuta

Il vescovo elenca una serie di impegni personali, per “un serio cammino di fede”. Eccoli: l’ascolto della Parola, la catechesi settimanale, la riscoperta dell’insegnamento della Chiesa, la partecipazione alla vita parrocchiale attraverso la liturgia eucaristica, la preghiera e la comunione fraterna. Poi si chiede: “Possiamo dire che nelle nostre comunità si respira il profumo del Vangelo che contagia?”. E afferma: “Bisogna uscire dalla logica di dare per certa la fede. Non è più così. Senza voler giudicare, basti considerare le incoerenti scelte di vita di tanti che vivono un ministero importante nelle nostre comunità parrocchiali: animatori, catechisti, cantori. Cosa c’è di cristiano?”. Occorre tornare a una fede vissuta, continua il vescovo. “Si svuotano le chiese al cambio del prete”, osserva e prosegue: “Bisogna uscire dalla logica dei battitori liberi e scoprire che ogni singolo membro è inserito nel Corpo di Cristo che è la Chiesa. Questa è la risposta più vera, che diventa testimonianza in un mondo dove la solitudine la fa da padrona”.

Per questo, dice ancora il vescovo, “come cristiani non siamo chiamati a trasmettere solo ciò che è dottrina, ma la verità di una persona, Gesù Cristo, Figlio di Dio che si è incarnato. È Lui la nostra fede, in Lui poniamo la nostra fiducia, a Lui offriamo la nostra vita, con Lui camminiamo nelle strade dell’umanità”. Perché compito della Chiesa è evangelizzare. “Essa è sacramento universale di salvezza e per questo è esperta in umanità. In lei ognuno trova il luogo dell’incontro, quindi della fraternità, attingendo all’amore di Dio”.

No alle liturgie creative

Senza doversi sfiancare, per mantenere l’offerta pastorale attuale, prosegue il presule, “la fede va celebrata, soprattutto nel Mistero eucaristico. Se non cogliamo questo, vana è la nostra fede. È la componente essenziale e irrinunciabile della vita della Chiesa”. E qui aggiunge, fuori testo: “Non dobbiamo inventare liturgie, cose assurde che distraggono. Siamo chiesa latina e abbiamo la nostra liturgia. Non inventiamoci riti e sacramenti… un linguaggio che non sempre è quello della Chiesa e che sfocia anche nella nullità di alcuni sacramenti. La fede va celebrata e non rappresentata”. Diversamente si corre il rischio da fare “solo proselitismo che attira centinaia di persone verso quel determinato luogo o sacerdote che dona ciò che in definitiva i fedeli si aspettano: essere accontentati nelle loro richieste e formalismi che non si conciliano con la liturgia che è mistero che si rivela”. Poi mette in guardia dal cambio delle letture, dalla modifica del testo del Credo (ce ne solo due versioni: quello apostolico e quello di Nicea) e dalla tentazione di contarsi.

Guardare alla Croce

“Questo è il tempo in cui – prosegue monsignor Caiazzo – Dio ci dice che non bisogna scoraggiarci, ma avere pazienza e ricordarci che il padrone della messe è Lui”. Per fare questo, occorre riscoprire la liturgia della Croce, suggerisce il vescovo: “Non esiste evangelizzazione senza la logica della croce che comporta fatica, sacrificio, sofferenza, a volte ingratitudine, mortificazione, morte quotidiana del proprio orgoglio e dell’egoismo”. Guardando alla croce, insiste il vescovo, si evita anche una certa forma di depressione spirituale. “Dio non fallisce mai”, ricorda il presule, facendo guardare oltre i numeri della frequenza domenicale. Anche perché, ricorda in conclusione, “Non dimentichiamo che l’ordito da sviluppare nel telaio è la speranza”.