Diocesi
L’arcivescovo Caiazzo alla solennità del Corpus Domini: “Eucarestia è pane vivo, non semplice ritualismo”
La celebrazione solenne in cattedrale e poi la processione. Il presule: "Troppe Messe contribuiscono a frammentare la comunità"
Cattedrale di Cesena gremita, questa sera, per la celebrazione solenne del Corpus Domini.
Presiede l’arcivescovo Antonio Giuseppe Caiazzo. Concelebrano tanti sacerdoti, tra cui il vescovo emerito Douglas Regattieri. In chiesa anche il sacro corporale del miracolo eucaristico di Bagno di Romagna. Durante la Messa il rito dell’istituzione dei nuovi ministri straordinari della Comunione. Al termine, la processione per le vie del centro.
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Pubblichiamo di seguito il testo dell’omelia letta da monsignor Caiazzo.
Carissimi,
ci ritroviamo insieme come Chiesa diocesana per celebrare la solennità del Corpus Domini e contemplare la presenza reale del Signore nella sua Chiesa attraverso il suo vero corpo e il suo vero sangue. Solennità che meditiamo attraverso la storia della salvezza che la liturgia della Parola ci ha annunciato. Ad essa facciamo riferimento per capirne meglio il significato profondo che l’Eucaristia racchiude.

L’esperienza del deserto
Il brano della prima lettura, tratto dal libro del Deuteronomio, apre con un’esortazione rivolta al popolo d’Israele che, arrivato alle steppe di Moab, si appresta ad attraversare il fiume Giordano per entrare nella Terra Promessa: «Ricordati di tutto il cammino che il Signore tuo Dio ti ha fatto percorrere in questi quarant’anni nel deserto, per umiliarti e metterti alla prova, per sapere quello che avevi nel cuore e se tu avresti osservato o no i suoi comandi» (v. 2). Sappiamo che la maggior parte di quanti erano usciti dall’Egitto erano morti. Chi attraversa il Giordano è nato e cresciuto nel deserto, conoscendo solo sofferenze in continuo girovagare e in un territorio inospitale. Situazione che ricordano molto bene. Devono invece ricordarsene coloro che già si trovano nella terra di Canaan e che potrebbero dimenticarsi di tutte le difficolta che i loro progenitori hanno dovuto affrontare prima di entrare in quella terra.
Non devono dimenticare, prima di tutto, che se sono arrivati nella terra promessa non è merito loro ma di YHWH. È Lui che li ha liberati dalla schiavitù facendoli uscire dall’Egitto. È stato sempre Lui che ha permesso che attraversassero una terra deserta, arida, senz’acqua. È stato lui che li ha dissetati con l’acqua scaturita dalla roccia e sfamati con la manna nel deserto.
Purificare l’immagine di Dio
Ogni volta che il popolo si è dimenticato di Dio, si è prostrato ad adorare altri déi, quelli pagani, sperimentando la sofferenza della deportazione e dell’esilio. È questo il motivo per cui sono invitati a ritornare con il pensiero a quel lungo tempo vissuto nel deserto, proprio ora che stanno per entrare in quella terra che tanto avevano desiderato di raggiungere. Il benessere nel quale sono immersi e che Dio ha loro dato potrebbe far dimenticare che è opera divina. E infatti diventano orgogliosi mettendo da parte Dio.
È una situazione che continuerà a ripetersi nel corso della storia della salvezza. Anche noi, quale nuovo popolo di Dio, ogni volta che lo abbandoniamo, ci ritroviamo sempre più bisognosi, sperimentando l’umiliazione derivante dalle nostre scelte di vita senza più Dio e ricerchiamo ancora un nutrimento che rimandi alla manna. Le ingiustizie, le guerre, il sangue innocente versato, la paura di nuove pandemie, sono alcune delle conseguenze di scelte dove la dignità dell’uomo continua ad essere spogliata. Come dice Leone XIV nella Magnifica Humanitas al n. 231: «La carne del Figlio, povera e vulnerabile, richiama la carne di tanti fratelli e sorelle spogliati della loro dignità […] e attraverso questa vicinanza il dono della pace entra nel mondo in modo paradossale». L’Enciclica di Leone XIV nasce dall’urgenza di fermare le guerre, il riarmo, l’uso dell’IA per uccidere. Tuttavia, per fermare la violenza umana, il Papa sa che bisogna prima purificare l’immagine di Dio che rinnova l’invito a osservare i suoi comandamenti, camminando nelle sue vie.

Frammentarietà e superficialità
Cammino che nella seconda lettura viene spiegato da Paolo, per la comunità cristiana, come corpo perché alimentato dal pane spezzato e dal calice condiviso: l’Eucaristia. “Poiché vi è un solo pane, noi, che pure siamo molti, formiamo un solo corpo” (1Cor 10,17). Una sfida che soprattutto ai nostri giorni appare difficile: perde sempre più consistenza il senso dell’appartenenza a Cristo e alla Chiesa. Si preferisce nutrirsi di formalismi religiosi, oppure di vivere una fede senza Dio e la Chiesa, secondo le esigenze personali.
Mancanza che trova le radici nella frammentarietà dell’esistenza, delle scelte che si continuano a fare mettendo fine con sempre più frequenza a ogni forma di relazione: dalla famiglia ai colleghi di lavoro, dagli amici ai vicini di casa. E questo perché nell’era delle grandi comunicazioni le relazioni sono sempre più superficiali e meno autentiche e profonde. Leone XIV, sempre nella Magnifica humanitas, sulla custodia della persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale, così s’introduce: “La magnifica umanità creata da Dio si trova oggi di fronte ad una scelta decisiva: innalzare una nuova torre di Babele o edificare la città dove Dio e l’umanità abitano insieme”. Nella sua lettura appare chiaro come il pensiero del Pontefice sia un invito a “costruire il bene” e a “rimanere umani”. Ciò è possibile se si seguirà la logica della corresponsabilità coraggiosa, della sussidiarietà, della comunione, affinchè “il mondo possa riconoscere…nel cuore dell’essere umano il luogo dove Dio desidera abitare”. Eppure a volte è come se ci fosse indifferenza e non sdegno di fronte allo sfruttamento e all’orrore di corpi bruciati in un’auto! È il corpo di Cristo che viene annientato barbaramente. Cambiano le modalità, i tempi, gli uomini, ma Cristo viene ucciso senza pietà ogni qual volta la dignità della persona viene violata.
Misericordia non è assenso permissivo
L’Eucaristia è molto di più della terra promessa nella quale entriamo nutrendoci della divinità che si è fatta carne. Per gustarne la presenza e sperimentarne il nutrimento è necessario rinnegare l’idolatria che in questo tempo alberga nel cuore dell’uomo. Idolatria che divide e allontana dalla fraternità, dal perdono, dal desiderio di comunione con Dio e con gli uomini.
Sono tanti gli idoli che, senza rendercene conto, anche noi stiamo accogliendo e adorando e per i quali soffriamo. Penso a quanto sia difficile nelle famiglie costruire relazioni salde tra marito e moglie, tra genitori e figli, o alle scelte di vita che vengono fatte e che contrastano con l’annuncio evangelico. Ho l’impressione che spesso Gesù Cristo venga strattonato per opportunismo, per giustificare posizioni che moralmente sono inaccettabili. Si confonde l’amore di Dio e la sua misericordia con uno sterile assenso permissivo a tutto.
Compito della Chiesa non è giudicare e condannare ma accogliere tutti e accompagnare, guidare e illuminare le coscienze per capire che il nostro Cristianesimo è molto di più delle correnti filosofiche, moraliste o partitiche. È esattamente ciò che ci dona l’Eucaristia: venire assorbiti da Cristo, cibo di vita eterna e bevanda di salvezza, sapendo offrire la propria vita per il bene dell’umanità.
Il Miracolo eucaristico di Bagno di Romagna
È questo il motivo per cui porteremo l’Eucaristia per le strade della nostra città. Vogliamo dire a tutti, anche a coloro che non si cureranno del passare di Gesù e nostro, che il pane che abbiamo spezzato in chiesa e ricevuto è offerto a tutti, soprattutto a chi è alla ricerca della via, della verità e della vita. Lo facciamo in un modo straordinario questa sera nella nostra città anche con il «Sacro lino intriso di Sangue» conservato a Bagno di Romagna. Lo storico Fortunio così descrive il Miracolo nella sua nota opera Annales Camaldulenses: «Correva l’anno 1412. La badia camaldolese di Santa Maria in Bagno (allora Priorato) era governata da don Lazzaro, di origini venete. Mentre costui un dì celebrava il divino Sacrificio, fu occupata la sua mente, per opera diabolica, da un forte dubbio intorno alla reale presenza di Gesù nel Santissimo Sacramento; quand’ecco vide mettersi in ebollizione le sacre specie del vino, riversarsi fuori del calice e spandersi sopra il corporale in forma di vivo e palpitante sangue, e così il corporale ne rimase inzuppato. Non è a dire quale commozione fosse la sua e quale perturbazione di mente lo cogliesse in quell’istante di fronte ad un avvenimento così strepitoso. Piangendo si rivolse agli astanti, confessando la nutrita incredulità e il Prodigio che allora si era compiuto sotto il suo sguardo».
No alla “spiritualizzazione” dell’Eucaristia
Abbiamo sentito nel brano del Vangelo che Gesù si definisce: “Pane disceso dal cielo” perché noi mangiandolo riceviamo la vita, riscopriamo di essere in lui figli del Padre, di ricevere lo Spirito e avere la vita eterna.
Nel vangelo di Giovanni non viene descritta l’istituzione dell’Eucaristia ma si parla della lavanda dei piedi durante l’ultima cena. Eppure nessuno degli evangelisti ci spiega così bene il discorso sull’Eucaristia come Giovanni, dopo la condivisione dei pani. Quasi sicuramente l’evangelista si rendeva conto che già allora le liturgie correvano il rischio di sfociare nel semplice ritualismo oppure in una rappresentazione magica. Appare chiaro che il suo dire è contro la “spiritualizzazione” dell’Eucaristia.
E allora ci chiediamo: perché Gesù si presenta come “pane vivo, disceso dal cielo?”. Il riferimento alla manna nel deserto è chiaro. Durante questo cammino, il segno della manna esprime l’amore di Dio fedele, che non abbandona il suo popolo, accompagnandolo, attraverso la sua fedeltà, verso una vita migliore, più piena.
I versetti dell’intero brano meritano di essere meditati tutti, ma per motivi di tempo sottolineo questa frase: “Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno”. Il dire di Gesù è una vera provocazione perché mangiare la carne e bere il sangue in ebraico significa “fare del male a un nemico”. E invece Gesù sta rivelando qualcosa di nuovo, perché sta rivelando un nuovo modo di vivere la Pasqua che trova nell’annuncio della risurrezione la nuova vita e che nell’Eucaristia, nuovo memoriale, è realmente Pane di vita che sostiene nel cammino del deserto della vita.
È la stessa vita del Signore che riceviamo ogni volta che ci accostiamo a ricevere l’Eucaristia. Ricevendo Gesù, non è lui che diventa nostra carne bensì la nostra carne viene assimilata in Lui, quindi capaci di amare come lui ama, perdonare come lui perdona, vincendo il male, annunciando la buona notizia a quanti quotidianamente incontriamo. Lo stesso Giovanni lo spiega quando dice: «Da questo abbiamo conosciuto l’amore: Lui ha dato la sua vita per noi; quindi anche noi dobbiamo dare la vita per i fratelli» (1 Gv 3, 16).
La Terra promessa, oggi
Entrare nella Terra promessa oggi significa entrare nel mistero che si celebra, coglierne la grandezza immensa dell’Eucaristia, vincendo l’indifferenza, la freddezza e il distacco con cui a volte la si riceve.
Entrare nella Terra promessa significa credere che in quel pezzetto di pane e in quel sorso di vino è realmente presente Gesù che ci aspetta per donarsi a noi. Impariamo da Maria, mamma sua e nostra, ad adorare nella nostra carne la sua presenza, a sentire la gioia di annunciarlo per le strade della storia, testimoniando con le scelte che saremo capaci di fare.
Entrare nella Terra promessa significa che, soprattutto la domenica e nei giorni festivi, ci ritroviamo come comunità, quindi come Chiesa, perché convocati da Dio che è Padre, Figlio e Spirito Santo, quindi unità, comunione relazionale. La forte tentazione che si fa sempre più strada è quella che ognuno desidera la Santa Messa nell’ora più conveniente, possibilmente di breve durata. Mi pare di cogliere un numero eccessivo di celebrazione della Santa Messa che contribuisce solo a disperdere e frammentare la comunità.
Affidiamoci a Maria che con il suo Fiat ha permesso a Dio di farsi carne, cibo di vita eterna per ognuno di noi e mettiamoci in cammino come ostensori che custodiscono e mostrano la presenza reale di Cristo Signore.
Così sia.