Matteo, papà di Cecilia, dal dolore per la morte della moglie all’impegno per gli altri

Elisabetta è morta quando la piccola aveva nove mesi. "A volte mi sento solo", spiega. Da qui l’idea di una onlus per fare rete e aiutare chi si trova nel lutto

Matteo Grotti e la figlia Cecilia
Matteo Grotti e la figlia Cecilia

Una storia di lutto, mancanza ma anche coraggio e rinascita quella di Matteo Grotti, giovanissimo papà di Cecilia che ha perso, la moglie Elisabetta, quando la piccola aveva 9 mesi. Ora, per ricordarla e aiutare altri è nata un’associazione, Betta nel cuore, per non far sentire solo chi si trova nella stessa situazione

“La mancanza si sente sempre”

A trentacinque anni Matteo Grotti si è trovato ad affrontare una prova drammatica. Quando sua moglie, Elisabetta Socci (lei è di San Zaccaria – Ravenna, lui di Sogliano al Rubicone) è morta, la figlia Cecilia aveva appena nove mesi. Oggi ha quattro anni. In mezzo ci sono stati periodi difficili, fatti di dolore, responsabilità e decisioni da prendere da solo. «La mancanza si sente sempre. Non nego che sia molto difficile. Però siamo andati avanti e ce la stiamo mettendo tutta. La cosa più complicata è stata la gestione della quotidianità: anche solo una semplice influenza. A volte mi sono sentito molto solo».

Betta nel cuore

Accanto alla famiglia, per lui è stato importante anche il supporto ricevuto da alcuni professionisti, come «la psicologa dell’oncologico di Ravenna che mi ha seguito fin da quando mia moglie si è ammalata». Più complesso, invece, individuare strumenti strutturati di sostegno per genitori che si trovano ad affrontare un lutto così pesante. Da questa consapevolezza è nata un’idea. Nel febbraio 2025, Grotti ha fondato l’associazione “Betta nel cuore” dedicata alla memoria della moglie. «Ho pensato: la mia situazione non è più modificabile, allora perché non trasformarla in qualcosa di utile per gli altri?».

Il lavoro nelle scuole

L’associazione opera soprattutto nelle scuole, dove Grotti porta la propria testimonianza e dona libri per affrontare il tema della perdita. «Racconto la mia storia, come sono stato aiutato e come sono andato avanti. L’idea è dare agli insegnanti e ai ragazzi qualche punto di riferimento. La scuola è una seconda famiglia per un bambino. Vogliamo che anche gli insegnanti siano pronti ad affrontare queste domande».

“Altre persone stanno combattendo la stessa battaglia”

Intorno al progetto si è formata una rete di amici e professionisti e sono nate collaborazioni con enti locali e realtà sanitarie. Il motore resta la volontà di non lasciare soli altri genitori o bambini che vivono esperienze simili. «A chi si trova nella mia situazione direi di guardarsi intorno. Altre persone stanno combattendo la stessa battaglia e mettersi in contatto aiuta molto. Il rischio più grande è chiudersi e pensare di essere soli».