Tra dolore e speranza: nuovi naufragi nel Mediterraneo

Il nuovo fatto riaccende il dibattito sul fenomeno immigrazione, richiama la politica al senso di responsabilità e denuncia l’assenza di vie sicure. Suor Lina Guzzo, missionaria scalabriniana, racconta il dolore ma anche l'impegno quotidiano a fianco dei migranti chiedendo una reale tutela dei diritti umani.

Foto dall'archivio di Giampiero Corelli
Foto dall'archivio di Giampiero Corelli

L’intervista è stata raccolta dall’agenzia Sir, Servizio di informazione religiosa

“Dobbiamo notare che si è registrato l’ennesimo naufragio nel Mediterraneo: non possiamo rassegnarci alla logica della morte in cui la speranza prende forma della disperazione con le conseguenze tragiche che ben conosciamo e alle quali non potremo mai abituarci”. A ribadirlo è stato il cardinale Matteo Zuppi introducendo i lavori del Consiglio Permanente della Cei dopo in riferimento al nuovo naufragio avvenuto nei giorni scorsi al largo della Tunisia, malgrado l’Ong Alarm Phone avesse già segnalato il tragitto dell’imbarcazione.

L’intervista a suor Lina Guzzo

“Questo nuovo naufragio – dice all’agenzia Sir suor Lina Guzzo, missionaria scalabriniana, da anni impegnata nell’accoglienza ai migranti – interroga anzitutto il mondo delle istituzioni richiamando i politici alle loro responsabilità. Inoltre, credo che l’assenza di vie legali e sicure di accesso unita ad una progressiva crescita delle difficoltà nelle operazioni di soccorso e a una gestione dei confini improntata al controllo se non al respingimento contribuiscono a esasperare una situazione che spesso finisce col sacrificio di vite umane. Persone provenienti da Paesi diversi si sono ritrovate in mare senza ricevere una risposta adeguata di accoglienza e soccorso. Molte morti potevano essere evitate. Penso però sia ancora possibile intervenire, rafforzando i salvataggi in mare e costruendo alternative concrete ai viaggi della disperazione”.

Nonostante anni di allarmi, interventi e dibattiti, continuiamo ad assistere a tragedie come queste. Perché questo accade ancora e quali cambiamenti strutturali ritiene indispensabili per interrompere questo ciclo di sofferenza?
Le tragedie si ripetono perché il Mediterraneo è stato trasformato in un confine di morte. Le politiche migratorie attuali non aiutano riguardo la protezione delle persone. Senza un cambiamento strutturale e un ampliamento dello sguardo, senza l’intensificazione dei corridoi umanitari, una reale condivisione delle responsabilità tra gli Stati e una tutela effettiva dei diritti umani, questo ciclo di sofferenza e di morte non potrà interrompersi.

Voi, religiose che vivete da sempre accanto ai migranti, come accogliete e vivete queste notizie nelle vostre comunità?

Come suore missionarie scalabriniane viviamo queste notizie con dolore profondo e partecipazione diretta, perché i nomi e i volti delle vittime spesso assomigliano a quelli delle persone che incontriamo quotidianamente. Nelle nostre comunità il lutto si intreccia alla preghiera e alla responsabilità di continuare a stare accanto a chi arriva, vivo o ferito, nei porti di sbarco. In anni di esperienza abbiamo potuto affiancare gli operatori della questura, della sanità e dello Stato, offrendo una presenza discreta ma concreta: mani tese, sorrisi fraterni, parole di conforto e poi il necessario soccorso nel rifocillare i naufraghi appena giunti a terra.

Qual è l’impatto emotivo e umano di tragedie così ricorrenti sul vostro servizio quotidiano? Che cosa vi sostiene e vi permette di continuare ad accompagnare queste persone?
L’impatto umano di ogni naufragio è forte e cumulativo: lascia segni profondi anche in chi accompagna e serve. In noi si insinua un interrogativo doloroso e persistente: chi è morto avrà mai un nome e un’identità? Quanto a lungo le famiglie rimaste nei Paesi d’origine continueranno ad attendere notizie? Allo stesso tempo, la vicinanza concreta alle persone salvate, la loro resilienza e la fiducia che ci accordano diventano una sorgente di forza. È questo legame umano che ci permette di continuare il servizio, nonostante la fatica e il dolore.

Quale valore porta la presenza religiosa tra i migranti e con i migranti, soprattutto in contesti di vulnerabilità e incertezza?
La presenza religiosa delle suore missionarie scalabriniane rappresenta anzitutto una risposta concreta e profetica di fedeltà al carisma della congregazione e all’eredità del santo fondatore, il vescovo Giovanni Battista Scalabrini. Accanto ai migranti essa diventa testimonianza di prossimità, difesa della dignità umana e segno di speranza. In contesti segnati da trauma, precarietà e smarrimento offriamo ascolto, vicinanza nei corridoi dei pronto soccorso, giorno e notte, continuità e uno spazio di riconoscimento. Stare accanto significa non lasciare sole le persone nel momento più fragile e impotente della loro vita, quando la speranza sembra spezzata ma non spenta.

C’è una storia, un incontro o un volto che, più di altri, può aiutarci a comprendere cosa significhi stare accanto a chi affronta questi viaggi e queste ferite?
Portiamo nel cuore il volto di un giovane sopravvissuto a un naufragio, arrivato in silenzio, con lo sguardo perso e il corpo segnato dal mare. Nei giorni successivi ha iniziato lentamente a raccontare la perdita dei compagni di viaggio. Portiamo nel cuore poi anche il volto di un altro giovane che, rivolgendosi a una consorella, con occhi sbarrati, ripeteva continuamente: “ho fame, ho fame”. Un suo amico, cogliendo il disagio della religiosa, con voce dimessa e comprensiva disse in portoghese: “Mãe, não te preocupes, nós agora comemos a liberdade” — “Mamma, non preoccuparti, ora mangiamo la libertà”. È attraverso storie come queste che comprendiamo il peso reale e concreto di queste tragedie.

www.agensir.it